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[Traduzione] Frozen II - Forest of Shadow

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Forest of Shadow

 

 

Può Anna sfuggire all’ombra del suo passato?

 

 

Anna di Arendelle non vuole altro che essere d’aiuto a sua sorella maggiore, Elsa. Ma per quanto può vedere Anna, fin dall’incoronazione di Elsa, sua sorella se la cava bene anche senza di lei. E ora, Elsa salperà per un grande giro del mondo—lasciando indietro Anna.

      Ma dopo che una misteriosa malattia colpisce Arendelle, il viaggio di Elsa viene rimandato, dando ad Anna l’opportunità perfetta per poter finalmente essere d’aiuto. Quando Anna trova una stanza segreta nel castello e pronuncia un sortilegio, spera che il suo sogno di curare la malattia diventi realtà. Invece, un sogno più sinistro prende vita: l’incubo d’infanzia di Anna riguardante un lupo gigantesco e spaventoso.

      Insieme a sua sorella, Olaf, Kristoff, e Sven, Anna deve avventurarsi nell’ignoto per fermare l’incubo del lupo prima che distrugga tutto ciò che le è caro. La ricerca di Anna per salvare il regno la condurrà a miti e meraviglie senza eguali, e richiederà coraggio, onestà, e, soprattutto, amore.

      Questo emozionante romanzo collega l’epica avventura di Frozen e Frozen II.

 

 

Per tutti coloro che sono abbastanza coraggiosi da avere paura.

 

 

 

 

La paura sarà tua nemica.

                                        

                                                                                                                        —Gran Papà


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Prologo

 

IL CIELO ERA SVEGLIO, e così la foresta.

      Anna di Arendelle abbracciava stretta il suo mantello mentre i rami spogli battevano come denti sopra di lei e il vento le tirava le trecce. Sbirciò in un cespuglio. Per quanto ne sapeva, i cespugli non avevano occhi. Ma d’altra parte, nemmeno le principesse di cinque anni non avrebbero dovuto essere da sole fuori dal castello di notte. Eppure eccola qui… anche se Anna non aveva iniziato la serata da sola. Anche sua sorella, Elsa, era da qualche parte là fuori nel bosco innevato. Forse si nascondeva nel cespuglio a cui Anna si stava avvicinando in punta di piedi in questo momento.

      Tre anni più grande di Anna, con grandi occhi blu e un timido sorriso, Elsa era il tipo di bambina che poteva stare seduta per ore senza oscillare le gambe e la cui treccia ordinata biondo platino le pendeva sempre dritta sulla schiena. Gli adulti spesso sottolineavano quanto fosse ben educata la sorella maggiore di Anna… ma loro non conoscevano Elsa nel modo in cui la conosceva Anna. Sotto ad un esterno equilibrato ed educato c’era un malizioso senso di divertimento. Tutto quello di cui Elsa aveva bisogno era si una scusa, e Anna era felice di essere solo quello: la scusa di Elsa per intrufolarsi nel suo mantello e sgattaiolare fuori dal castello per costruire un pupazzo di neve e giocare a nascondino sotto le luci del nord. Che era esattamente quello che stavano facendo in quel momento. Elsa aveva già trovato Anna in un albero cavo, ma Anna stava cercando Elsa per quello che sembrava un’eternità… o al massimo cinque minuti.

      Le foglie frusciavano di nuovo, e Anna batté le sue mani sulla bocca per impedire la fuga di una risata. Sì, c’era sicuramente qualcuno che la osservava dal cespuglio ricoperto di neve. Trattenendo il respiro, si avvicinò. Era sicura che fosse Elsa, ma c’era anche la possibilità che fosse un Huldrefólk, una di quelle presunte persone nascoste che vivevano nei ruscelli, sotto le rocce, e nelle favole della buonanotte raccontate dalla loro madre, la Regina Iduna. Il cuore di Anna batteva più forte. Se era un Huldrefólk, doveva solo vedere la loro coda. Si era sempre chiesta se la loro coda fosse fluente come quella di un cavallo, o cespugliosa come quella di una volpe, o lunga e fine come quella di un topo.

      Ma Anna aveva l’impressione di sapere chi era la figura che si nascondeva dietro al cespuglio. Anna separò le foglie, e nel colorato bagliore del cielo danzante, intravide dei capelli biondi. Quindi, non un Huldrefólk. Solo una sorella.

 

      Ridendo, Anna scosse il cespuglio. “Ti ho trovato! È il tuo turno di essere il Crusty Troll!”

      Elsa non rispose.

      “Ho detto, ti ho trovato.” Anna sbirciò tra le foglie. “È il mio turno di nascondermi—è la regola. Esci fuori!”

      La sorella di Anna girò la testa, e qui Anna realizzò il suo errore. Non erano capelli biondi quelli che aveva notato nella luce mutevole.

      Era pelo bianco.

L’urlo di Anna le si conficcò in gola mentre un gigantesco lupo bianco si aggirava con insolita grazia fuori dalla boscaglia, i suoi lunghi arti che si srotolano come fumo. Il suo feroce sguardo giallo fissato su di lei, e gli occhi di Anna cadevano sul suo enorme corpo da cavallo… per vedere quattro spaventose zampe, ognuna delle quali grande come uno dei grandi scudi di suo padre, Re Agnarr. Ma questa non era la parte peggiore.

      No, il peggio era la pelliccia macchiata di rosso intorno agli artigli e alla mascella.

      Rosso. Il colore del sangue.

      Cos’era successo a sua sorella?

      “Elsa!” gridò Anna. “Dove sei?”

      Il lupo balzò.

      Anna corse.

      Il suo cuore le sbatteva nel petto, ogni respiro era affilato come un coltello mentre provava a correre più veloce, sempre più veloce—ma sapeva che non sarebbe stata più veloce del lupo. Avvistò un tronco caduto, si tuffò dietro di esso, le ginocchia appoggiate al petto mentre provava a rendersi più piccola possibile. Anche se i suoi polmoni le facevano male per l’aria, Anna trattenne il respiro, non volendo darsi per vinta anche con il minimo espiro. Passò un secondo, poi un altro, poi un altro ancora. Aveva perso il lupo?

 

      La neve cadeva fitta e silente. Anna tremava, desiderando di aver ascoltato Elsa quando le aveva detto di non indossare invece il suo mantello verde più bello ma di indossare quello marrone pesante di lana.

      Elsa. Dov’era Elsa?

      Silenziosa come un’ombra, Anna sbirciò intorno al tronco, aspettando di trovarsi faccia a faccia con il lupo. Invece, tutto quello che vide fu un esercito di alberi che gettavano ombre orribili sul terreno coperto di neve. E mentre il vento si alzava, la paura di Anna di congelare cresceva. Se avesse camminato attraverso la neve fresca, il lupo sarebbe stato in grado di vedere esattamente quale direzione avrebbe preso. E se non avesse camminato attraverso la neve… non avrebbe mai trovato sua sorella.

      Rosso su bianco.

      Sangue sul pelo.

      Anna non poteva rimanere dietro al tronco ancora a lungo. Si tolse il mantello, lo sistemò per terra, facendogli prendere la forma di una bambina di cinque anni che faceva un sonnellino. Poi si spostò in posizione accovacciata. Finora tutto bene. Fece un lento e costante passo avanti. E poi un altro, e un altro, tessendo con cura la sua strada al contrario tra gli alberi, nello stesso modo in cui si diceva che gli Huldrefólk nelle favole della buonanotte di sua madre viaggiassero in modo che potessero tenere nascosta la loro coda. Ma Anna non aveva una coda da nascondere. Invece, stava lasciando una traccia di impronte fresche nella neve—impronte che portavano sempre lontano da dove fosse attualmente.

      “Elsa,” sospirò, “hai vinto a nascondino. Per favore vieni fuori.”

      Ma ancora non ci fu risposta. La neve cadeva veloce, quindi Anna si muoveva veloce, sfrecciando tra gli alberi, tuffandosi dietro ai massi, e tutto mentre controllava gli alberi innevati in cerca di una traccia di sua sorella—uno qualsiasi. Ma non c’era nessuna impronta da vedere. Era come se sua sorella fosse stata cancellata. Come se...ma il pensiero era troppo orribile per Anna da finire.

      Da qualche parte nelle vicinanze, il lupo ululò.

 

      Anna gelò. Conosceva quel suono. Era lo stesso suono che emettevano i cani da caccia di suo padre quando sentivano l’odore di una volpe. Il lupo ululò ancora, ma questa volta era un po’ più lontano. L’esca di Anna aveva funzionato! Anna girò intorno e corse. La neve cadeva veloce, gli spessi fiocchi le si appiccicavano alle ciglia e rendevano difficile vedere.

      “Elsa!” Il nome le uscì dalla gola. “Elsaaaa! El—” soffocò la parola.

      Lì, davanti a lei, non c’era sua sorella, ma il lupo.

      Ancora una volta, i suoi feroci occhi gialli erano puntati su di lei.

      Come aveva fatto a precederla? Non c’era tempo di pensare—solo di correre.

      Anna ha pompato le gambe, facendo volare la neve attorno a lei. Non poteva fermarsi. Tutto il suo mondo era neve e paura e freddo, e poi improvvisamente—cielo infinito. Era sul bordo di una rupe. Una distesa di inchiostro del nulla le giaceva davanti, ma sapeva che qualsiasi cosa avesse trovato in agguato dietro di lei sarebbe potuto essere peggiore.

      Respiro caldo.

      Artigli affilati.

      Denti aguzzi.

      “ELSA!” urlò ancora.

      Ma Elsa non apparve. Se sua sorella non era lì in quel momento, qualcosa di orribile doveva essere successo. Il dolore si aprì tra le spalle di Anna. Aveva esitato per troppo tempo. Gli artigli del lupo si connetterono con la sua schiena. Anna inciampò in avanti.

      Si tuffò oltre il bordo—

      E si svegliò.

 

      Una mano fresca, confortante era sulla sua fronte, e mentre sbatteva gli occhi, Anna vide la faccia di sua madre metterci a fuoco. Gli occhi azzurro-grigi della regina brillavano con preoccupazione, e i suoi capelli castani le scendevano lungo una spalla, sciolti dalla loro solita marea di trecce e di frange. Un grande scialle bordeaux, cucito con una moltitudine di fiocchi di neve e completo con frange viola, era stato messo sulle sue spalle e stava coprendo una camicia da notte color lavanda.

      Anna si alzò di scatto. “Dov’è Elsa? L’ha presa il lupo?”

      “Anna, è tutto a posto,” sua madre si sedette e avvolse un braccio attorno a lei. “Va tutto bene.”

      “C’era neve, “ disse Anna, il suo cuore batteva ancora. “E alberi! Io stavo correndo, e poi… sono scivolata!” si sforzò di sedersi contro il suoi cuscini. “Elsa era lì, e poi non c’era. Ero così preoccupata!” Suo padre si fece avanti con un vassoio che conteneva tazze con cioccolata calda. “Hai fatto un brutto sogno,” disse. I suoi rubicondi capelli biondi, solitamente ordinatamente pettinati, erano scombussolati, come se fosse appena tornato da una corsa di mezzanotte. Per qualche ragione, stava indossando la sua uniforme blu militare splendente, con medaglie e spalline dorate invece della camicia da notte. Piegandosi, posò il vassoio sopra al tavolo da letto. “Elsa è nella sua stanza, addormentata, come dovremmo essere tutti a quest’ora.”

      Ma non sembrava del tutto corretto. L’ultima cosa che Anna ricordava era di essere sveglia in quello stesso letto, osservando il cielo danzante attraverso la finestra, volendo svegliare Elsa per… fare qualcosa. Ma cosa? Anna strizzò gli occhi, cercando di ricordare attraverso il martellamento nella sua testa. Curioso. Questo era tutto quello che poteva ricordare. La sola cosa dopo quello era il contorno del suo incubo: una montagna, un lupo, e un morso freddo.

      Suo padre si sedette accanto a sua madre e porse una tazza di cioccolata calda a Anna. “Bevi,” disse. Il fumo che proveniva dalla tazza, si muoveva con la stessa disinvoltura e grazia del lupo.

      Anna tremò, ancora un po’ scossa, ma non aveva mai detto no alla cioccolata calda. Ne prese un sorso, e mentre il liquido scivolava verso la sua pancia, le scaldò lo stomaco.

      Sua madre le accarezzò il ginocchio. “Sai, quando facevo un brutto sogno, ho sempre immaginato di accartocciarlo e gettarlo fuori dalla finestra così che Frigg avesse qualcos’altro da pescare oltre alla luna e il sole. Ti ricordi la vecchia storia che ti raccontavo di solito riguardo Frigg il Pescatore, vero?”

 

Anna la ricordava, ma scosse la testa. Voleva che sua madre continuasse a parlare. Si piegò indietro mentre sua madre iniziava la storia di questo pescatore presuntuoso che continuava a lanciare le sue reti per ottenere premi più grandi e si trovò accidentalmente bloccato in un oceano notturno di stelle. Anna si immerse nella confortante presenza di sua madre, che profumava sempre di lavanda.

      Il ricordo dell’incubo svanì, rimpiazzato da qualcosa che era reale: la sua accogliente camera da letto decorata con carta da parati rosa, tappeti spessi e decorati, e un dipinto ovale del Castello di Arendelle che amava ammirare, un arazzo di regine e candele tremolanti nelle applique ai muri. Anche se le fiamme non bruciavano nel camino, qualche brace ancora brillava come dei gioielli abbandonati. E i suoi genitori accanto a lei erano i dettagli più intimi di tutti. Gli occhi di Anna diventavano pesanti.

      “Ti senti meglio?” sospirò suo padre mentre sua madre finiva la storia.

      Anna annuì, e lui sorrise.

      “Tutto migliora sempre con la cioccolata calda,” disse.

      “Dovremmo svegliare Elsa.” gli occhi di Anna brillavano mentre teneva la sua tazza vuota. “Le piacerebbe.”

      Aveva quasi perso lo scambio di sguardi tra suo padre e sua madre alle sue parole. Ci fu un cambiamento nella stanza, come se una nuvola fosse scivolata oltre a finestra.

      “Elsa ha bisogno di riposare,” disse sua madre. “E anche tu dovresti provare a riposarti. Agnarr, puoi per favore passarmi quel cuscino?”

      Il padre di Anna si alzò e camminò oltre la sedia dipinta di bianco che era stata spostata dal suo posto vicino al muro e ora si trovava tra Anna e il camino. Un altro cuscino e un mucchio di coperte stropicciate si stendevano sul pavimento intorno ad esso, come se fosse un letto di fortuna.

      Anna guardò dal pavimento verso i suoi genitori. Stavano nella sua camera solo se era veramente malata… “Dormirete qui?” chiese Anna. “Sono malata?”

      “Stai benissimo,” disse suo padre con un dolce sorriso. Raccogliendo il cuscino, lo mise dietro la testa di Anna mentre sua madre nascose le coperte pesanti. Anna dimenò i suoi piedi per allentare le coperte solo un po’ mentre i suoi genitori spegnevano le luci e si dirigevano alla porta.

      “Sogni d’oro, Anna,” sospirò sua madre dalla porta, la luce del corridoio delineava lei e il padre di Anna.

      “Sogni d’oro...” rispose mormorando Anna, affondando nel suo cuscino.

 

      La chiazza di luce diventava sempre più piccola, fino a quando, finalmente, svanì quando la porta si chiuse di scatto. Anna sentì il suono dei passi dei suoi genitori allontanarsi prima d girare la guancia per fissare la sua finestra.

      Il cielo era addormentato ora, i fiocchi di colore delle luci del Nord nascosti sotto ad un mosaico di nuvole. Ma la luna rimase brillante. La accecava come gli occhi gialli del lupo. Osservando. E aspettando. Ma per cosa?

Sentendo freddo, Anna tirò le coperte sopra la testa, ma il sonno non arrivò mai.


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Sedici Anni Dopo…

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 1

 

 

ANNA SCIVOLÒ GIÙ per le scale do moquette della seconda grande sala, percorrendone due alla volta.

      Quasi inciampò sul pianerottolo, ma non poteva permettersi di rallentare. La torre dell’orologio aveva già battuto le dieci del mattino, e lei aveva promesso ad Elsa che non avrebbe fatto tardi. Per un secondo, pensò di scivolare giù per il corrimano. Sembrava davvero la via più veloce per spostarsi, ma a ventun anni lei era troppo vecchia per certe cose… giusto? Giusto. Ma…

      I piedi di Anna rallentarono. Il legno bianco del corrimano luccicava di una recente lucidatura e di una promessa di velocità. E i suoi nuovi stivali con i tacchi—un regalo di un dignitario di Zaria—non si erano ancora rotti e non erano esattamente il massimo per correre. Diede un’occhiata alle sue spalle. Nessuno era in giro. Decisione presa, tirò la gonne del suo vestito sulle braccia, fece cadere una gamba oltre il corrimano, e scivolò giù per il resto del percorso, atterrando con facilità quando raggiunse il pianerottolo del primo piano. Passò attraverso le porte del castello e corse fuori, verso le scuderie.

      “Elsa! Sono qui!” bisbigliò Anna mentre si spostava attraverso le porte del fienile e entrava nel tranquillo mondo del dolce fieno e dei cavalli che lo sgranocchiavano dolcemente. Si lisciò il retro del suo vestito nero e controllò per assicurarsi che i suoi lunghi capelli castani fossero ancora appuntati al loro posto in una doppia treccia. “Non sono in ritardo! Beh,” ammise. “non così in ritardo. Ma stavo avendo il sogno più affascinante dove...” Si allontanò e si guardò intorno.

      Il suo unico pubblico erano le orecchie in allerta dei cavalli del castello e la cucciolata di gattini nel fienile che inciampavano verso l’entrata delle stalle ogni volta che qualcuno entrava. Ma non c’era nessun segno di Elsa. Anna si tolse la frangia dalla fronte, confusa. In qualche modo, anche se aveva dormito troppo, era riuscita a battere Elsa. Che era strano. Molto, molto, strano. Elsa era sempre puntuale; era uno dei tanti motivi per cui era un’ottima regina, amata da tutta Arendelle.

      Raccogliendo un gattino grigio che faceva le fusa e che aveva iniziato a sbattere contro i suoi lacci degli stivali. Anna fece un passo verso la livrea. Forse Elsa era arrivata qui così presto che aveva deciso di ispezionare la recente consegna di mele. Facendo attenzione a mantenere la sua voce bassa così da non spaventare i cavalli, Anna chiamò di nuovo. “Elsa?”

      “Stai guardando nel posto sbagliato,” disse un’amichevole voce dall’altra parte del fienile, e un attimo dopo, la testa di Kristoff Bjorgman spuntò dalla porta della stalla, un forcone nella mano e un po’ di paglia tra i capelli.

      Anna sorrise. Lo faceva ogni volta che era nei paraggi Kristoff—non poteva farci nulla. Quando Kristoff aveva iniziato a frequentare spesso il castello tre anni prima, Gerda, una delle persone che conoscevano le ragazze sin da quando erano bambine, e che le aiutava anche a pianificare il loro tempo, fece notare alle sorelle quanto assomigliasse alle montagne da cui raccoglieva il ghiaccio: ampio e solido. Elsa sussurrò che sembrava “simpatico”. Quando Anna la spinse per sapere un po’ di più, Elsa aggiunse “biondo”. Tutto questo era vero, ma per Anna, Kristoff non era solo un uomo di montagna o “simpatico” o “biondo”, lui era il suo migliore amico—e sicuramente qualcosa di più, anche se qualche volta puzzava di renna. Il che era completamente comprensibile, dato che il suo migliore amico, Sven, era una renna.

      La testa di Sven sbucò da sopra la porta della stalla per guardare Anna, e ha mosso le orecchie per un saluto amichevole. Anche se Anna aveva invitato molte volte sia Sven che Kristoff a prendere la residenza in una delle numerose camere libere del castello, entrambi preferivano restare nelle stalle. Anna sospettava che gli piacesse lo spazio abitativo meno ristretto del fienile dopo aver passato i mesi estivi sulle montagne a raccogliere il ghiaccio per il regno.

      “Non è qui?” chiese Anna , chinandosi per poggiare gentilmente il gattino. Zampettò via per riunirsi agli altri.

      Kristoff mosse la sua mano sotto al labbro inferiore di Sven e iniziò a muoverlo mentre diceva con la voce di Sven, “Qualcuno non sta ascoltando.”

      Anna sorrise alla “Parlata di Sven” di Kristoff—lui parlava sempre per il suo amico renna. Era ridicolo, ma lo adorava, e così seguì il consiglio di “Sven” e ascoltò ciò che la circondava. All’inizio, tutto quello che sentiva era il fruscio occasionale di una coda di cavallo che faceva volare via le mosche e il miagolio del gattino che girava attorno a uno degli abbeveratoi, ma alla fine, sotto ai soliti rumori, udì uno strano brusio che sembrava…

      “Oh!” gli occhi di Anna si spalancarono e si precipitò in fondo alle scuderie, dove c’era una piccola finestra. Sbirciandoci attraverso, vide quello che sospettava: una piccola folla di cittadini riuniti in cortile. E anche se Anna non poteva vedere esattamente cosa stavano circondando, sapeva esattamente chi poteva essere: Elsa.

      Ovunque Elsa andasse, la gente sembrava seguirla. Erano lì al mattino, facendole domande riguardo quello che avrebbe dovuto essere fatto nel pomeriggio, chiedendole quello che dovevano fare alla sera, chiedendole quello che dovevano fare il giorno dopo. Il tavolo di Elsa nelle camere di consiglio era sempre pieno di carte, e il più delle volte, Anna intravedeva sua sorella solo quando Gerda la accompagnata da un appuntamento all’altro, sempre toccando comicamente il calendario grande come un metronomo per tenere Elsa al passo con i tempi.

      E l’agenda frenetica di Elsa si era riempita ancora di più nell’ultimo mese, perché alla fine di questa settimana, avrebbe finalmente seguito la tradizione iniziata da loro nonno Re Runeard: partire per un grande viaggio intorno al mondo. In cinque giorni, sarebbe partita da Arenfjord, il corpo su cui Arendelle fu costruita, navigando oltre Weselton e le Isole del Sud prima di dirigersi a Est per esplorare terre come Zaria, Royaume, Chatho, Tikaani, Eldora, Torres, e Corona, solo per citarne alcune. Elsa avrebbe incontrato tutti: dignitari e ballerini, scienziati, pittori, e pregiate capre di montagna. E sarebbe andata senza Anna.

      Quando Kai, il vecchio amministratore del castello, aveva menzionato la prima volta che era il momento per Elsa di iniziare a pianificare il suo grande viaggio, Anna aveva ipotizzato che sarebbe andata con sua sorella maggiore. Ma mentre i mesi diventavano settimane e poi giorni, Elsa ancora non l’aveva invitata. E non come se Anna non avesse dato ad Elsa molte occasioni per chiederglielo. Solo la settimana scorsa, Anna aveva casualmente detto che era sempre stato il suo sogno vedere la danza Chathoan—e lo aveva detto in Chanthoanese. Aveva passato giorni a perfezionare il suo accento. Prima di questo, aveva eseguito l’inno nazionale di Tikaani per tutti quelli del castello, con l’accompagnamento di Olaf, il pupazzo di neve che Elsa ha realizzato tre anni prima con i suoi poteri magici di ghiaccio, su un flauto a forma di carota. Finora, però, nessuno degli sforzi di Anna aveva funzionato.

      Ma oggi le cose sarebbero cambiate.

      O così aveva pianificato.

      Sbirciando ancora attraverso la finestra, Anna si accigliò mentre ancora più abitanti del villaggio in scialli e giacche dai colori vivaci entravano passando dalle porte del cancello e si sbrigavano ad unirsi alla folla intorno ad Elsa.

      Anna si era scervellata tutta la settimana e aveva finalmente deciso che il momento perfetto sarebbe stato questa mattina, durante la loro ultima cavalcata tra sorelle tra i boschi in programma prima della partenza di Elsa. Anna sapeva che Elsa trovava la quiete della foresta tranquilla, e sperava che questo avrebbe portato al momento perfetto per chiedere ad Elsa se avesse potuto partire per il grande viaggio con lei. Una cavalcata era anche un’ottima opportunità per provare che Anna poteva essere un’utile compagna di viaggio. Che sarebbe stata d’aiuto e che non si sarebbe messa in mezzo. Ma questo era parte del problema, Elsa non sembrava aver bisogno di aiuto.

      Anche se Elsa era stata incoronata regina solo tre anni fa, Anna già sapeva che sua sorella sarebbe stata ricordata come una dei grandi sovrani di Arendelle, come quelli che erano appesi sull’arazzo che si trovava dall’altra parte del letto di Anna. Sua sorella sembrava avere sempre tutto sotto controllo—anche i sui poteri magici—con una presenza regale di tutto rispetto. Ogni volta che Elsa ascoltava Anna, faceva sentire Anna speciale e importante, e a venti quattro anni, Elsa si comportava nello stesso modo in cui sembrava fare tutto: senza sforzo.

      “È così da quando è arrivata qui,” disse Kristoff, avvicinandosi ad Anna e guardando fuori dalla finestra delle scuderie. “Che,” disse, guardandola con uno sguardo provocatorio, “è stato mezz’ora fa.”

      Anna fece una faccia. “Lo so, lo so—ho dormito troppo… ancora.” Aveva bisogno di trovare un modo di portare via Elsa dalla folla per la loro cavalcata. Prima che Elsa la lasciasse.

      Qualcosa tirava il piede di Anna, e lei abbassò lo sguardo per vedere che il piccolo gattino grigio era ritornato determinato, sembrava, a prendere quei subdoli lacci.

      “Ehi, Kristoff?” disse lentamente Anna, guardando ancora l’insistente gattino, della misura della sua mano, giocare con il suo largo stivale. “Penso di avere un’idea. Hai un minuto?”

      “Per te?” Kristoff strizzò l’occhio. “Sempre.”

      Anna sorrise mentre toglieva il gattino dai suoi lacci e lo metteva tra le braccia di Kristoff. “Perfetto! Allora, ecco il piano...”

      Qualche minuto dopo, Anna lasciò le scuderie e si affrettò a raggiungere l’amichevole folla nel cortile. Mentre si avvicinava , poteva sentire le loro domande che si accumulavano attorno ad Elsa.

      “Vostra Maestà, il camino nella nostra fucina ha delle crepe, e sono preoccupata che non sarà riparato in tempo per l’Inverno,” disse Ada Diaz, una donna con ricci capelli marroni che era di fianco a sua moglie, Tuva Diaz, che aveva anche lei ricci capelli marroni. Loro erano i migliori fabbri del continente ed erano conosciute per aver fatto i ferri di cavallo più fortunati, anche se sembrava che un’abbondanza di ferri di cavallo fortunati non fossero utili quanto la saggezza raccolta dalla loro regina.

      “Io ero qui per primo,” un altro abitante dalla faccia familiare tagliò la strada ad Ada prima di girarsi nella direzione di Elsa e inchinarsi. “Vostra Maestà, avevate promesso che le rocce nel mio giardino sarebbero state rimosse all’inizio dell’Autunno, e guardate—” raccolse una foglia di quercia. “È Autunno!”

      Ah-hem,” disse un altro. “Il Village Crown vi aspetta per annunciare chi saranno i giudici per la festa del raccolto di quest’anno, Vostra Maestà. Avete i nomi?” Anche se Anna non poteva vedere queste precise persone nella folla, sapeva, solo sentendo la sua voce e la sua grazia, la sua tosse da sapientone, che si trattava di Wael, l’auto-proclamato giornalista del villaggio, i cui lucidi capelli neri si abbinavano sempre alle sue mani sporche d’inchiostro.

      Scivolando verso Elsa, Anna fece silenziosamente il conto alla rovescia. Tre...due...uno… Poi fece il segnale a Kristoff.

      “Oh santo cielo, Sven!” proclamò sonoramente Kristoff dall’entrata delle scuderie. “Guarda questi adorabili gattini!”

      “Sono più carini di te!” disse con la voce di Sven. E durante il breve momento in cui tutti nella folla si girarono per guardare i gattini che gironzolavano nell’angolo del cortile, Anna sfrecciò nella folla, afferrando la mano di Elsa, e la tirò sul retro della scuderia.

      “Anna!” sussultò Elsa mentre si nascondevano in un angolo, dove si trovavano completamente sellati Havski e Fjøra, i cavalli più veloci delle scuderie, in piedi ad aspettarle. “Cosa stai facendo?”

      Anna sorrise. “Ti libero!”

      “Ma...” protestò Elsa, sostando un viticcio sciolto di capelli color biondo ghiacciato dalla fronte, “gli abitanti, loro hanno bisogno del mio aiuto—”

      “Lo so!” annuì Anna. “Ma Kai e Gerda possono soddisfare le loro richieste, ed è importante per te uscire un’ultima volta prima che tu salpi—solo per assicurarsi che tutto sia in ordine. Non sei d’accordo? Comunque,” aggiunse, ancora più raggiante, “non vuoi passare un po’ di tempo con me?”

      Anche se si era occupata dei reclami per tutta la mattina, Elsa sembrava ancora calma e regale. Il vento soffiava attraverso una porta aperta e colpì il suo mantello blu trasparente, e spostò la treccia situata sulla sua spalla sinistra. Per un momento, sembrava una regina coraggiosa e senza tempo di una delle storie dei libri di storia di Anna, ed era come era prima—quando erano solo due bambine che sgattaiolavano fuori dalle loro camere per un’avventura notturna.

      “Presumo che posso lasciare che Kai e Gerda si occupino di queste cose—solo per questa volta,” disse Elsa.

      Anna emise un grido di gioia. Salì sul dorso di Havski mentre Elsa si prese un momento per salire su Fjøra, un magnifico cavallo con la coda a strisce bianche e nere. Finalmente, dopo alcuni tentativi, Elsa montò a cavallo. Insieme, trottarono fuori dalle scuderie e lasciarono il cortile, con Anna che salutava Kristoff, che sorrideva da sotto una pila di gattini che gli sbattevano in faccia.

      Le sorelle attraversarono il Ponte di Archi e presero l’aria fresca autunnale. Dietro di loro, annidato nelle ombre delle montagne che svettano, il castello scintillava e splendeva con il tocco decorativo della magia di ghiaccio di Elsa. Anna colpì il suo cavallo in un galoppo, e Elsa fece lo stesso.

      Arendelle era un regno di natura selvaggia, coste frastagliate, acque azzurre e profonde, e di navi imponenti. Lotti e lotti di navi. Provenivano da tutte le parti, trasportando persone di tutto il mondo che erano felici di stabilirsi nel pittoresco regno—persone che erano felici di rispondere all’invito di Anna di condividere le memorie dei loro paesi mentre lei poteva imparare qualcosa delle loro usanze. Memorie che avrebbero potuto aiutare Anna a preparare Elsa per il suo grande viaggio… se solo Elsa glielo avrebbe permesso. Perché mentre le navi portavano le persone nel regno, se ne andavano anche con le persone. La nave reale al momento era ancorata in porto, caricata con i beni e in attesa che Elsa si imbarchi.

      Mentre passavano davanti al villaggio in espansione e la gente li salutava con entusiasmo, una frizzante felicità riempì il corpo di Anna. Questa era la parte migliore di aver aperto le porte del regno tre anni fa—tutte le nuove persone che erano arrivate e le nuove idee che ne erano conseguite. Anche se il villaggio era più popoloso che mai prima d’ora, con molte più persone che vi ci si erano trasferite, Arendelle sarebbe sempre stata il cuore e la casa di Anna. Questa era una cosa che non sarebbe mai cambiata.

      Mentre si spostavano tra le case e i negozi, la foresta di Arendelle prosperata attorno a loro, esibendo gialli brillanti, rossi profondi, e arancione bruciato che ricordavano ad Anna i falò e le caramelle sciolte. Anna sospirò di felicità. Le foglie autunnali avevano appena iniziato a trasformarsi e a cambiare, e gli esseri viventi della foresta sembravano stabilirsi in se stessi, nello stesso modo in cui Elsa si era stabilita come regina. Anna non amava particolarmente i cambiamenti. Aveva sempre voluto che le cose rimanessero le stesse. In questi giorni, Anna era riuscita a malapena a vedere Elsa, che era costantemente rinchiusa nelle camere di consiglio a sbrigare le scartoffie, oppure a condurre importanti riunioni a cui anche Anna partecipava. Ma era contenta di vedere Elsa entrare nella sua vita, anche se significava che il loro rapporto si stava evolvendo come effetto collaterale.

      I cavalli rallentarono, iniziando a trottare fianco a fianco. Chiedendosi se fosse questo il momento, Anna diede un’occhiata a Elsa. Sua sorella aveva uno sguardo lontano e pensieroso sul viso.

      “A cosa stai pensando?” chiese Anna.

      “Oh.” Elsa distolse lo sguardo dalle redini. “Niente… solo, sai, lavoro.”

      “Vuoi parlarmene?” disse Anna, provando a mantenere il suo entusiasmo al livello otto, invece del suo solito livello dieci. “Ricordi quello che Papà diceva sempre, vero?”

      Elsa inclinò la testa. “Cosa, che ‘gli oneri devono essere condivisi’?”

      Qualcosa graffiò dentro Anna, come una briciola incastrata nella sua gola. Perché… beh, i fardelli e i segreti della sua famiglia non erano per tutti. O quanto meno, non lo erano stati per Anna. Suo padre aveva lasciato che un troll di montagna si portasse via i ricordi di Anna riguardo alla magia del ghiaccio di Elsa, e lui, sua madre, e Elsa si erano messi d’accordo per tenere il tutto segreto a Anna.

      Ed è rimasto un segreto molto, molto grande, fino al giorno dell’incoronazione di Elsa, quando Anna aveva spinto la nuova regina un po’ troppo in là e Elsa aveva perso il controllo del suo temperamento—e dei suoi poteri di ghiaccio. Che, al tempo, era sembrato terribile come il vasto e perenne Inverno che aveva messo radici nel regno, ma ripensandoci, era stata la cosa migliore che fosse accaduta ad Anna. Non solo aveva segnato l’inizio di una nuova era con sua sorella, ma Anna era anche riuscita ad evitare per un pelo un matrimonio molto… frettoloso… con un principe che l’aveva ingannata.

      “No! Non quella!” Anna scosse la testa, desiderando di poter scacciare via quella strana sensazione. “L’altro detto—quello riguardo ‘più mani rendono il lavoro più leggero.’”

      “Oh.” rideva Elsa. “Aveva molti modi di dire, non è vero?”

      Anna aspettava che Elsa continuasse a parlare, ma lei sembrava aver dimenticato che Anna fosse ancora lì anche se stava trottando di fianco a lei.

      “Ehi, Elsa?” provò ancora.

      “Hmm?”

      “Scommetto che posso batterti sul tempo!”

      “Cosa?”

      Ma Anna aveva già fatto tornare Havski al galoppo. Havski si impennò in avanti, facendo sentire il cuore di Anna libero. Cavalcare il cavallo grigio era come cavalcare una valanga: veloce, emozionante e potente. L’adrenalina la inondava, e senza pensarci, lasciò andare le redini.

      “Cosa stai facendo?” le urlò dietro Elsa.

      “Volo!” urlò in risposta Anna. Allargò le braccia. Il vento freddo le sfiorava il viso, e sembrava spazzare via quella sensazione che si era insidiata nel suo petto da quando Elsa aveva annunciato che sarebbe partita. Elsa urlò qualcosa, ma il vento spazzò via le sue parole.

      “Cosa?” Anna guardò dietro le sue spalle.

      “RAMO!” urlò ancora Elsa.

      Anna si spostò appena in tempo per passare sotto al basso ramo di betulla. Ridacchiando, abbracciò il collo di Havski e il cavallo sbuffò in risposta, non perdendo il passo. E perché avrebbe dovuto?Erano cresciuti insieme, e per molto tempo, era stato la cosa più vicina ad un migliore amico che Anna abbia avuto. Avevano schivato rami più spessi e saltato insieme attraverso i fiumi più larghi. Prendendo nuovamente le redini, le teneva sciolte e lasciò che Havski si esibisse in un galoppo interminabile.

      Gradualmente, i suoi passi si accorciavano e si trasformarono in un facile trotto prima di raggiungere una radura muschiosa. Ci fu uno scricchiolio e il suono dei ramoscelli che si spezzavano, e Anna si girò sulla sella appena in tempo per vedere Elsa e Fjøra arrivare a tentoni nella radura. Una singola foglia scarlatta si era impigliata nei capelli di Elsa, e sembrava quasi come se la foresta avesse incoronato la sua regina d’Autunno.

      Anna sorrise. “Non è divertente?”

      Spostando le ciocche sciolte dei suoi capelli biondi, Elsa tolse la foglia dai suoi capelli, la osservò, e iniziò a ridere. “Lo è,” concordò.

      Anna sentì come se un piccolo sole avesse iniziato ad accendersi nel suo petto.

      Alla fine si avvicinarono ai campi coltivati, domati e generosi, e Anna, guardando furtivamente Elsa, vide che sua sorella si era finalmente sistemata sulla sella e stava guardando il panorama con occhi curiosi. Sembrava a proprio agio. Sembrava rilassata. Forse questo era il momento per Anna per farle finalmente la sua scottante domanda. Mentre giravano a sinistra, passarono uno meraviglioso frutteto con mele rosse brillanti e foglie autunnali così arancioni che il mondo sembrava come se il mondo fosse stato dato alle fiamme. Mele. Perfetto.

      Anna le indicò. “Sapevi che c’è una mela sulla bandiera reale di Zaria?” disse casualmente. “Ed è perché consuetudine per l’ospite regalare una mela al padrone di casa.” Un pensiero preoccupante passò per la mente di Anna. “La tua nave ha delle mele a bordo, vero?”

      Elsa scosse la testa. “Sì, Anna—te ne sei assicurata tu stessa! Se aggiungessi altri barili di regali che hai suggerito per tutti, la mia nave sarebbe troppo pesante per lasciare il porto!”

Anna spostò la sua frangia dagli occhi e rise. “Cosa faresti senza di me?” Tirò le redini, costringendo delicatamente Havski ad una battuta d’arresto. “Elsa, volevo chiederti una cosa. Mi stavo chiedendo se potevo unirmi—” Ma prima che potesse finire, le orecchie di Havski sventolavano mentre un fruscio proveniva dalle vicinanze.

      Un abitante del villaggio comparve dal sottobosco, dipingendo pesantemente mentre sollevava in alto la sua gonna verde per poter correre.

      C’è voluto qualche momento ad Anna per poterla riconoscere—c’erano così tanto nuovi abitanti ad Arendelle in questi giorni—ma poi riconobbe SoYun Lim, una ragazza della stessa età di Anna che aveva recentemente iniziato ad allevare bestiame in una fattoria non lontano da lì. Anna ci aveva parlato durante l’Estate, durante una delle notti in cui il castello ospitava un falò, e le aveva chiesto della sua terra natale di Chatho. Ricerca, ovviamente, per il grande viaggio. Infatti, SoYun era stata quella che aveva aiutato Anna a perfezionare il suo accento Chanthoanese.

      Ma quella ragazza sembrava sempre calma come un lago in una giornata senza vento, la sua natura tranquilla come gli animali che curava. La ragazza che si trovava in piedi di fronte a lei ora era spettinata. La sua treccia nera, che di solito stava dritta e ordinata come uno stendibiancheria, ora era una serie si ciuffi disordinati, e stava indossando due diversi stivali—il piede sinistro vestiva uno stivale nero ed alto, mentre il piede destro ne vestiva uno in morbida pelle marrone. Ma non era lo strano stato dei suoi vestiti o dei capelli che avevano allarmato Anna. Era l’espressione della ragazza—occhi spalancati, come se avesse visto un fantasma—e il modo frenetico in cui agitava le braccia per attirare la loro attenzione.

      “Vostra Maestà!” SoYun fece oscillare la testa verso Elsa con un leggero inchino. “Grazie al cielo vi ho raggiunta—è successo qualcosa di terribile!”


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Capitolo 2

 

 

SOYUN! COSA C’È CHE NON VA?” Anna si allontanò da Havski, atterrando in un mucchio di foglie prima di correre verso di lei.

      È il mio bestiame,” disse SoYun, guardando da Elsa, che stava smontando cautamente da Fjøra, a Anna. “Sono—oh!” SoYun scosse la testa. “Non so nemmeno da dove iniziare!” Le lacrime si formavano nei suoi occhi.

      Anna aprì la bocca per rispondere, ma si fermò per lasciare la possibilità ad Elsa.

      Elsa si avvicinò. “Che ne dici se ci porti al tuo bestiame, e ci racconti l’accaduto lungo la strada? Dicci tutto quello che è successo, e cercheremo insieme una soluzione, va bene?”

      SoYun si soffiò il naso, poi annuì. “In quella direzione,” disse, e iniziò a camminare così veloce che avrebbe potuto essere quasi una corsa. Tenendo le redini dei propri cavalli, le sorelle la seguivano, cercando di capire il racconto di SoYun mentre lo raccontava.

      “È iniziato qualche giorno fa,” disse SoYun, la sua voce era straziata, “quando ho provato a richiamare il bestiame—sai di solito funziona come un incantesimo.”

      Anna lo sapeva. Il richiamo del bestiame era una vecchia usanza di Arendelle di cantare note alte per richiamare gli animali a casa. Era richiesta molta pratica e controllo per eseguirlo correttamente, ed era molto di più di un semplice richiamo. Era un suono simile a quello di una fata. Un suono che sollevava i capelli sul collo di Anna e le faceva sapere—davvero, veramente, profondamente sapere—per un solo istante che qualsiasi differenza tra lei e la terra, il vento e il cielo era soltanto un’illusione. SoYun ora era una delle migliori chiamanti di bestiame del villaggio. Non aveva mai avuto problemi. Infatti, quando le mucche non rientravano a casa, la gente andava da SoYun in cerca d’aiuto.

      E così, sono andata nei campi,” continuò SoYun, “e ho provato a farle rientrare cantando. Ma...” Le sue spalle crollarono. “Non sono mai arrivate. Nemmeno quando ho tirato fuori il mio bukkehorn. Sono uscita a dare un’occhiata, e quando finalmente le ho trovate...” la voce di SoYun si interruppe.

      Cosa è successo?” pressò Elsa mentre uscivano dal boschetto di aceri ed entravano in un prato ai piedi di una montagna blu, dove Anna riusciva a scorgere un bel casale tra file ancora più ordinate di campi dorati e una mandria di bovini che si aggirava intorno ad un grande masso bianco.

      Questo è quello che è successo.” SoYun le condusse più avanti. Mentre si avvicinavano alla mandria, Anna realizzò che le mucche non stavano intorno ad un masso bianco, ma ad un toro addormentato.

      “Quello è Herbert,” disse SoYun. “Il capo del mio bestiame.”

      Herbert. Il nome colpì Anna, e si ricordò di un anno prima, durante la competizione per il migliore in mostra del festival del raccolto, un grande energico toro con quel nome aveva vinto il primo premio. Ma la pelle di quel toro era nera come l’ala di un corvo, mentre questa era completamente bianca.

      SoYun prese un tremendo respiro. “Qualche giorno fa, ho notato che aveva un ciuffo di capelli bianchi, il che non era troppo strano. Sta invecchiando. Ma poi, la mattina successiva, il bianco è aumentato in modo drammatico, fino a che è diventato come lo vedere ora.”

      Elsa alzò le sopracciglia, come per dire, Tutto qui? Qualche capello bianco?

      Ma Anna ricordava quando una ciocca dei suoi capelli era diventata bianca come risultato di un colpo accidentale da parte della magia di Elsa quando erano bambine.

      SoYun si tirava l’estremità della sua lunga treccia e si morse il labbro inferiore. “Ma non vi avrei mai disturbato a causa di questo, Vostra Maestà. C’è… c’è dell’altro.”

      “Tipo?” Anna non riusciva a distogliere lo sguardo dalla figura del toro addormentato, le sue grandi corna si incurvavano verso il cielo in modo gemello.

      “Per qualche giorno si è anche comportato in modo strano—all’inizio sembrava come se avesse paura di qualcosa che non poteva vedere, come un draug,” disse SoYun, riferendosi ad un terrificante zombie mitologico di cui Anna aveva sentito parlare attorno al falò del castello. “E poi,” continuò SoYun, “ correva in giro per il campo fino a quando non si è fatto prendere dal panico ed ha iniziato a sudare,che sembra aver fatto diventare il suo pelo bianco. E infine, le sue pupille si sono allargate, immense, fino a quando i suoi occhi non sono stati completamente inghiottiti dal nero inchiostro.” SoYun spalancò gli occhi mentre le guardava. “E poi ha iniziato a lamentarsi come se soffrisse terribilmente, e poi è caduto, finché, alla fine, si è addormentato.”

      Anna scambiò uno sguardo confuso con Elsa. Anna non pensava di solito che dormire fosse una cosa cattiva. Infatti, più dormiva, più stava bene.

      Il sopracciglio di Elsa si alzò nuovamente. “Addormentato?” chiese.

      “Sì,” annuì vigorosamente SoYun. “Ma non un sonno normale. Un sonno profondo. Non importa cosa provi a fare—urlare, scuoterlo, gettargli acqua addosso—non vuole svegliarsi. Sono passati giorni. Il che vuol dire che non sta nemmeno mangiando.”

      Ora che SoYun lo faceva notare, Anna riusciva a vedere le costole del toro sul fianco, il pelo bianco che rendeva troppo facile immaginarlo come un mucchio di ossa sbiancate al sole. Anna avvolse le dita nella lunga criniera setosa di Havski—non sapeva cosa avrebbe fatto se gli fosse successa una cosa del genere. Nello stesso momento, ogni pensiero che Anna aveva avuto riguardo la connessione tra il suo una volta ciuffo bianco di capelli e il toro sbiancato svanì. Dopotutto, quando Elsa le aveva fatto diventare i capelli bianchi, Anna era stata in pericolo di diventare di ghiaccio, non di addormentarsi.

      SoYun muoveva lo sguardo dal toro verso le ragazze, e le lacrime le scendevano sulle guance. “Se ne sta andando proprio davanti a noi—e anche gli altri bovini mostrano sintomi simili!” SoYun faceva un gesto ad una mucca dall’aspetto dolce e dalle lunga ciglia, e gli occhi si muovevano avanti e indietro come l’orologio a pendolo del nonno. Era come se le mucche stessero monitorando qualcosa che non era lì. O meglio, monitorando qualcosa di invisibile che solo le mucche potevano vedere.

      “E se,” continuò SoYun, “cadessero tutti in questo sonno profondo, e poi...” La paura nella voce della ragazza era tangibile e tagliente.

      Anna la raggiunse e l’abbracciò. “Andrà tutto bene,” disse Anna. “Non preoccuparti. Troveremo il modo di aiutare, non è vero, Elsa?”

      Elsa la raggiunse e sfiorò la spalla di SoYun un paio di volte. “Sì. Hai fatto la cosa giusta a venire a dirlo a me.”

      Me. Quella piccola parola echeggiava attraverso l’intero corpo di Anna. C’è stato un tempo, ne era sicura, in cui Elsa avrebbe detto noi.

      Anna si girò verso Elsa. “Ho un’idea,” sospirò. “Dovremo far visita ai troll.” Sebbene fossero alti come la vita di Anna e ricoperti di muschio, i piccoli troll di montagna erano le creature più potenti che Anna conoscesse. Gran Papà, il più anziano e probabilmente il più saggio dei troll, a volte usava il bagliore dell’aurora per mostrare scorci di ciò che potrebbe essere o, occasionalmente, per affrontare tutte le questioni che potrebbe coinvolgere la magia. Se qualcuno avrebbe potuto aiutare SoYun e il suo bestiame, Anna sapeva che erano i troll. Perché, come aveva imparato, quando succedevano eventi misteriosi che sollevavano domande, era meglio far visita alle creature mistiche per delle risposte.

      Elsa sorrise. “È una grande idea, ma penso che potremmo solo avere il tempo di guardare nella biblioteca del castello. Perché prima non proviamo lì? Ricorda quello che Papà ci diceva di solito.”

      Anna si grattò la testa, cercando di ricordare a quale dei tanti modi di dire di suo Padre si stesse riferendo Elsa. “ ‘Anna e Elsa, appoggiatevi sempre l’una all’altra per aiutarvi’?” indovinò.

      Un leggero sorriso apparve sulle labbra di Elsa, anche se era velato di tristezza. “Ha detto questo. Ma diceva anche ‘Il passato ha un modo per tornare.’ Dovremmo scoprire se questo è già successo in passato e, come minimo, raccogliere informazioni utili per i troll.”

      Elsa ha fatto un’ottima osservazione, e Anna era improvvisamente emozionata di controllare insieme la biblioteca. Entrambe le sorelle si divertivano a rannicchiarsi lì con buon libro di racconti, ma nella biblioteca c’erano anche libri sulle storie del regno, sulla famiglia reale, e sui cittadini. Se c’è un posto nel castello che ha delle risposte, era proprio quello.

      “C’è qualcosa che ci aiuterà con i sintomi?” chiese Elsa a SoYun.

SoYun, che si era inginocchiata per accarezzare il naso di Herbert, alzò lo sguardo. “La menta sembra aiutarli a stare all’erta. L’odore è acuto per i loro nasi, ma non dura a lungo.”

      “Menta,” ripeté Elsa. “Mi assicurerò di scriverlo nel rapporto. Ricordamelo, Anna, ti dispiace?” Dopo essersi assicurate di aver appreso tutto quello che c’era da sapere riguardo ai sintomi, salutarono SoYun, Herbert e il resto del bestiame.

      Mentre Anna saliva su Havski, disse. “Non preoccuparti, SoYun! Sistemeremo le cose. Lo prometto.”

 

Anna e Elsa passarono il resto del pomeriggio nella biblioteca del castello. Finora, in tutta la storia di Arendelle, non si è mai parlato di bestiame malato che sia mai caduto in un sonno apparentemente senza fine. Che voleva dire che non c’erano suggerimenti per una cura per la Moria, così come Elsa aveva deciso di chiamare la malattia del sonno.

      Elsa era seduta nell’alcova della finestra, sfogliando un libro, mentre Anna era distesa sul divano davanti al fuoco, sollevando un libro sopra la testa per leggerlo. Un suono sordo risuonava attraverso la biblioteca, seguito dalla voce urgente di Kai. “Vostra Maestà, siete qua dentro?”

      “Sono qui, Kai!” rispose Elsa.

      La porta decorata si aprì, e l’uomo solitamente calmo entrò sembrando agitato, la sua sciarpa disfatta invece che annodata al collo e le rugose sopracciglia unite. Il cuore di Anna accelerò. Come custode del castello, Kai era un uomo di decoro e protocollo. Si era sempre inchinato quando le salutava, non importava quante volte le sorelle lo imploravano di smettere. Ma non questa volta.

      “Cosa è successo, Kai?” Elsa si alzò dalla nicchia della finestra e si precipitò verso di lui mentre Anna posò il libro e si alzò di scatto dal divano.

      “Gravi notizie,” Kai era a bocca aperta, sembrando come se fosse arrivato di corsa fino a lì. “L’intero gregge di capre dei Westens sembra essere caduta in mezzo al campo, e non si svegliano. La famiglia ha richiesto urgentemente la vostra presenza, Vostra Maestà.”

Il terrore si insinuò in Anna, e si girò verso Elsa. “Pensi che…?”

      Elsa annuì. “È sicuramente possibile. Ma non abbiamo ancora trovato una risposta.” Guardò dalle alte pile di libri alle alte librerie piene, e poi di nuovo verso Kai, chiaramente combattuta su ciò che avrebbe dovuto fare dopo.

      “Dovresti andare,” l’esortò Anna. “Solo per assicurarti che sia la stessa cosa.”

      Elsa si tirava le dita, un’abitudine che Anna sapeva era rimasta dai giorni in cui Elsa indossava sempre i guanti di seta per reprimere i suoi poteri. Anna si allungò per appoggiare una mano sull’avambraccio di Elsa. Sorpresa, Elsa abbassò lo sguardo e, rendendosi conto di quello che stava facendo, fece ad Anna un piccolo sorriso come a ringraziarla. Piegò ordinatamente le mani davanti a sé.

      “Se sei preoccupata,” disse Anna, “potremmo dividerci e conquistare. Manderemo Kristoff e Sven dai troll, dato che non abbiamo trovato nulla di utile, ed io rimarrò qui per continuare la ricerca di risposte. Posso occuparmene io.”

      Ancora, Elsa esitò, e Anna si chiese perché. A Elsa non piaceva il suo consiglio? O Elsa non si fidava di lei a tal punto da affidargli questo compito? Ma alla fine, Elsa annuì, e una sensazione di sollievo pervase Anna mentre sua sorella diceva, “È una buona idea. Avviserò Kristoff prima di andare, ma prometto di tornare subito.” E detto ciò, Elsa corse via insieme a Kai, lasciando Anna a cercare una soluzione da sola.

      Le ore passarono, e la cera delle candele scorreva sul tavolo in piccole pozze, ma Anna non se n’è quasi accorta—continuava a rimbalzare da un libro ad un altro, in cerca di risposte… e fallì. Una leggera brezza entrava dalla finestra aperta, facendo svolazzare le pagine dei libri aperti, oltre a far venire la pelle d’oca sul braccio di Anna e a spargere la cenere del camino. Presto, la stessa brezza avrebbe gonfiato le vele di Elsa per portarla lontano, molto lontano.

      Il viaggio in nave rendeva Anna nervosa. Erano passati sei anni da quando i loro genitori erano partiti per un viaggio nel Mare del Sud che era stato pensato per durare solo due settimane, ma si era trasformato in un viaggio eterno. I giorno che seguirono la notizia erano stati i più bui della vita di Anna, e le notti erano anche peggiori. Dormire era diventato impossibile. L’interno delle sue palpebre era del colore delle onde insondabili che lei immaginava avessero preso i suoi genitori. A volte, anche adesso, l’assenza dei suoi genitori l’avrebbe spaventata ancora, fresca ed improvvisa come una puntura di un’ape. Ma con il passare degli anni il dolore si era attenuato, così come i vecchi incubi d’infanzia, e poteva ricordare i suoi genitori—le ninne nanne amorevoli di sua madre, l’umorismo stuzzicante e i racconti altisonanti di suo padre—con gioia.

      La sua riconciliazione con Elsa aveva aiutato. Quando Elsa si era chiusa in se stessa da bambina, Anna era rimasta solo con i propri ricordi dei loro genitori. Ma da quando la porta della stanza di Elsa era stata aperta, la collezione di Anna di storie riguardo i loro genitori era aumentata. E mentre le storie non riuscivano a riempire il vuoto nel suo cuore, hanno aiutato a smussarne i bordi frastagliati.

      Poteva non avere più i suoi genitori, ma aveva sua sorella, e questo era sufficiente. Abbastanza per esprimere il desiderio che Elsa non la lasciasse indietro. La lascerebbe… a meno che Anna non dimostri il suo valore. Fino a quando non avesse provato che era molto di più di una sciocca ragazzina che parlava ai ritratti della galleria e che diceva sì ad una proposta di matrimonio al malvagio (e per fortuna ora esiliato) Principe Hans dopo meno di ventiquattro ore di conoscenza. Anna sapeva che Elsa la stimava nonostante queste cose, ma lei ancora sentiva una persistente insicurezza.

      Anna diede uno sguardo alla statua di pietra del cavallo che si trovava in un angolo della biblioteca come se avesse potuto avere le risposte di cui avevano bisogno. Ma tutto ciò che aveva erano delicate conchiglie di pietra e stelle marine scolpite sulla sua criniera, e un’espressione arrabbiata sulla faccia. Era una vecchia statua, e Anna aveva sempre avuto paura dei suoi denti scoperti, dei suoi due zoccoli furiosamente in aria, e dei suoi occhi vuoti. Una volta, quando aveva quattro anni, aveva usato tutti i cosmetici di sua madre nel tentativo di rendere più allegro l’aspetto del cavallo prima che sua madre la scoprisse e la portasse fuori dalla stanza, avvertendola di non toccare di nuovo la statua. Alla giovane Anna era sempre stato detto di non toccare le cose, tipo le corde della chitarra, ed i dipinti ad olio, e le spade di suo padre, e…

      “Wow, cosa è successo qui?”

      Anna si spaventò al suono di quella voce. Tolse gli occhi dalla statua, alzò lo sguardo per vedere la forma rotonda di Olaf che stava sulla porta.

      Da bambine, Elsa e Anna creavano storie su un pupazzo di neve di nome Olaf con dei rami per le braccia e una carota come naso. Anni dopo, nel giorno dell’incoronazione di Elsa, Elsa aveva accidentalmente perso il controllo dei suoi poteri di ghiaccio ed aveva dato vita ad Olaf. Da allora, è diventato il pupazzo di neve del castello ed un membro della famiglia delle sorelle. Era solito avere una nevicata personale sopra la sua testa che lo proteggeva dallo scioglimento, ma da quando i poteri di Elsa erano aumentati e cambiati, era stata in grado di rimuoverla e sostituirla invece con uno stato di gelo perenne che serviva allo stesso scopo. Ora, gli occhi di Olaf si spalancarono mentre entrava nella biblioteca. O meglio, nella confusione che c’era dentro.

      “È più facile per me se sistemo le cose in mucchi,” spiegò Anna, seguendo il suo sguardo verso le torri di libri sparse sul pavimento. Non si era resa conto di come… fosse stata entusiasta quando aveva tirato fuori quei titoli. Attualmente potevano essere più i libri sparsi sul pavimento di quelli rimasti sugli scaffali. Non era certo il sistema ordinato e metodico di Elsa, a giudicare dai tomi che Elsa aveva lasciato impilati in file perfette nell’alcova della finestra.

      Olaf annuì. “Questo ha senso. Quando si costruisce un pupazzo di neve, si deve sempre iniziare con i mucchi. Ovviamente se non sei Elsa.” Indicò. “Quali sono questi?”

      “Libri riguardo le malattie,” disse Anna. “La fila accanto a questi riguarda l’anatomia animale, e l’altra accanto ancora riguarda il sonno.” Ogni titolo era pieno di possibilità.

Olaf si muoveva verso l’ultima pila di libri, i suoi capelli a ramoscello erano appena visibili oltre le file. “E questa più massiccia?”

      “È la mia fila dei ‘da leggere’.”

      “Oooh, è molto più grande di tutte le altre,” osservò.

      Anna scrollò le spalle. Aveva messo da parte questi libri in quanti attualmente non utili ma abbastanza interessanti da volerli consultare in seguito. Le poesie erano grandiose per la loro bella immagine e la loro brevità, ma lei amava anche gli spessi tomi degli artisti attraverso i secoli. E, naturalmente, c’erano storie dove le persone trovavano il vero amore, o intraprendevano una pericolosa ricerca, o si riunivano con l’amore una volta perso.

      Anna si stropicciò gli occhi e si aggiustò la gonna del vestito, che aveva iniziato a rimbalzare attorno a lei in modo scomodo. “Dove sei stato?” chiese.

      Olaf vagava di fila in fila. “Nella biblioteca del villaggio, ascoltando la lettura di Dante’s Inferno—più calda è la storia, meglio è.”

      Anna sorrise. Dopo la sua prima festa di compleanno a seguito dell’Inverno perenne di Elsa, Anna aveva insegnato a leggere ad Olaf, e da allora, il pupazzo di neve ne era diventato ossessionato. Amava i libri di tutte le dimensioni, ma i suoi favoriti erano gli spessi libri di filosofia—e le letture da spiaggia, che lui diceva spesso essere importanti come i classici. E Anna non era contraria.

      “Comunque, perché stai risistemando la biblioteca?” chiese Olaf.

      Prendendo un profondo respiro, Anna spiegò velocemente di SoYun e il suo bestiame e di come Elsa fosse uscita ora, per controllare il gregge dei Westens .

      “Sembra che tu abbia bisogno di un po’ d’aiuto,” disse Olaf, sistemandosi un bottone di carbone. “E per citare le parole di molti filosofi, quattro occhi sono meglio di tre.”

      “Era così che dicevano?” disse Anna, posando la testa sul palmo della mano.

      Olaf tirò fuori il suo paio di occhiali di ghiaccio preferiti fatti appositamente per lui da Elsa. “Anzi,” disse. “Dicono anche di ‘iniziare dalle basi’. Quindi, dovremo iniziare con la lettera B, di basi.” Sottolineò, e Anna seguì il suo dito legnoso verso lo scaffale centrale della libreria vicina dietro la statua del cavallo.

      “Certo,” disse Anna. “Tu controlla qui mentre io finisco con questa.”

      Olaf si arrampicò su un tavolo sotto al ritratto dell’incoronazione di Re Agnarr, poi saltò sul dorso del cavallo di pietra. Cautamente, si arrampicò su una delle gambe alzate e cercò di tirarsi su, traballando in modo precario da un lato all’altro. “Ci sono quasi...” disse, allungandosi.

      Anna poteva vedere che era in difficoltà, quindi saltò e si precipito verso di lui.

      “Solo un altro po’—ops!” Ci fu un click seguito da una grande frastuono, come il suono di ingranaggi che ruotavano uno sull’altro, mentre la zampa alzata del cavallo su cui si trovava Olaf sì abbassò come una leva. La polvere volava nell’aria, e Anna chiuse gli occhi, girando la testa altrove per evitare di ingoiare altra sporcizia. E poi… si fermò.

Tutto era silente.

      “Wow,” sospirò Olaf. “Questa è una cosa che non vedi tutti i giorni.”

      Gli occhi di Anna si aprirono, e poi sobbalzò.

      La libreria dietro la statua si girò verso l’interno come se fosse una porta. No, non come una porta. Questa era una porta, aperta per rivelare un ingresso ad arco e, oltre di questo, oscurità. E forse—solo forse—qualcosa che avrebbe avuto delle risposte e aiutato Elsa a capire come curare la Moria.

      Strillando, Anna entrò nella stanza segreta—e immediatamente sbatté gli stinchi contro qualcosa. Trasalì. Qualsiasi cosa avesse colpito avrebbe sicuramente lasciato un segno. Perché non aveva pensato di portare una candela? Girando la testa, vide Olaf che si muoveva verso di lei, con una candela in mano. Si fermò di fronte a lei, la fiamma che emetteva un bagliore arancione cremoso attraverso la sua faccia preoccupata.

      Alzò un sopracciglio scettico. “Pensavo che non potessi vedere al buio.”

      “Non posso,” disse Anna. “Ti dispiace condividere la luce?”

      “No!” Olaf gliela consegnò. “Ne avrai bisogno per vedere quella persona che sta in piedi dietro di te.”


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B4TKweP2.png.53d9e11781e3d803e04cafb156b9d215.png Show Yourself. Step into your PowerGrow Yourself. Into Something New You are the one you've been waiting for... All of your life. 0hk5yJW.png.94da2fe4cbe2496d95675aec457c9471.png

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