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Yotin

[Yotin] Pokémon Rewrite: R&V - Preludio al Contatto

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Gasp. Facciamo questa pazzia.

Questa è una fanfiction che iniziai a scrivere un sacco di tempo fa e che non riuscì mai a pubblicare per un motivo o per l'altro. L'ho scritta, cestinata, riscritta da capo, ricestinata nuovamente ed ora eccomi qua. Per adesso sono riuscito a fare un prologo circa-quasi-decente-ma-anche-no, ma chi mi conosce sa perfettamente che non può aspettarsi una cadenza regolare dei capitoli. Va beh, cominciamo con quello che che mi piace chiamare "Progetto vi faccio venire la depressione".

 

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Pokémon Rewrite: Rosso e Verde - Preludio al Contatto

 

 

Capitolo 0 - Preludio

 

-> Fascicolo N°.015111 del 27 febbraio 1996. Stato: Archiviato

-> Invio

   

"Il nostro mondo è abitato da creature straordinarie, tutte diverse tra loro per aspetto e poteri. Vivono negli habitat più disparati: dalle impervie montagne innevate ai bui fondali oceanici, dalle foreste più selvagge alle grandi metropoli industrializzate. Si dice che alcune di esse riescano a sopravvivere addirittura nelle caldere laviche o nell'immenso spazio aperto. Pokémon: è così che comunemente chiamiamo questi esseri misteriosi e allo stesso tempo affascinanti. Non abbiamo una vera e propria definizione del termine “pokémon”; questa vastissima categoria comprende infatti una moltitudine di esseri viventi (e non) quanto mai incomparabili tra loro. Una cosa tuttavia è certa: è nell'indole di ogni pokémon il desiderio irrefrenabile di lottare contro i propri simili. Si tratta di un vero e proprio istinto innato che ognuno di essi è portato a seguire fin dai primi mesi di vita. Con il tempo alcuni esseri umani hanno instaurato legami di profonda amicizia con i pokémon. Da qui alla situazione odierna il passo è davvero breve: gli uomini iniziarono ad allevare i loro bizzarri compagni e a farli combattere l'un l'altro in competizioni amichevoli, fino a che non si delineò la figura - poi divenuta una vera e propria professione - dell'allenatore. Con gli anni vennero istituite intere organizzazioni, come la Lega Pokémon, volte a testare l'abilità di un allenatore e della sua squadra di pokémon. L'avanzare del progresso tecnologico favorì in modo incredibile questo fenomeno: è oramai passato quasi un secolo da quando fu sviluppato il primo modello di Pokéball, un prodigio della scienza moderna in grado di convertire la struttura molecolare di una qualsiasi creatura in energia e di immagazzinarla in una piccola sfera metallica. Siamo addirittura riusciti a trascrivere in dati informatici le tracce genetiche che codificano per l’esecuzione di un attacco in combattimento. Sembra incredibile da credere ma nonostante questi enormi passi in avanti lo studio dei pokémon da un punto di vista biologico è prossimo allo zero. Tutte le creature attualmente note sono raggruppate da tempo in quindici Tipi specifici, ma queste categorie hanno una validità molto dibattuta se si pensa che gli studi genetici in merito sono pochissimi e poco controllati. Inoltre sono state registrate innumerevoli anomalie nelle relazioni tra i Tipi stessi: sapevate ad esempio che mosse come Raffica o Morso - nonostante siano considerate di tipo Normale - riescono a colpire i pokémon di tipo Spettro normalmente immuni ad esse? O che ancora pokémon come Clefable presentino un’elevata resistenza alle mosse Lotta nonostante siano considerati di tipo Normale? In realtà anche queste informazioni che vi ho appena dato sono lacunose e incerte, ancora prive di una vera e propria base scientifica. Ma ciò su cui mi voglio maggiormente soffermare è l’assenza di nozioni di anatomia, di fisiologia, di etologia, di sistematica. Non disponiamo nemmeno di una teoria evolutiva pertinente. Questo almeno… fino ad oggi. Signore e signori, illustri colleghi, sono onorato di presentarvi ufficialmente il frutto degli studi di una vita: il Pokédex Model-01. Il Pokédex è un’enciclopedia multimediale portatile che si rifà direttamente a tutte le nostre ricerche in campo biologico e fornisce in tempo reale informazioni su uno qualsiasi dei centocinquanta pokémon catalogati nella regione di Kanto. Attualmente quelli che vedete sono modelli sperimentali denominati HANDY505-A e HANDY505-B che verranno testati sul campo da una coppia di allenatori scelti. Alcune influenti aziende hanno già in programma una produzione in serie. Stiamo inoltre lavorando all’ampliamento del database del Pokédex in modo che sia usufruibile a livello mondiale e per ogni specie di pokémon esistente. Dite addio per sempre ai tempi durante i quali l’ignoranza regnava sovrana, accogliete a braccia aperte la nuova era del sapere alla portata di chiunque lo desideri. Crediamo nel Progetto Pokédex, rivoluzioniamo il modo di concepire i pokémon e il nostro stesso mondo!”

 

Il Professor Okido ripose il microfono sull’asta e diede una dimostrazione pratica delle funzionalità del Pokédex. Utilizzando come cavia un pokémon giallo simile a un topo di nome Pikachu, prese il marchingegno e premette vari pulsanti come un forsennato. Non appena l’apparecchio elencò con una stridula voce metallica tutte le caratteristiche di quella creatura, dalle abitudini alimentari alle potenzialità in combattimento, l’anziano personaggio sorrise e si cimentò in un goffo inchino. Tutto era andato per il meglio; un’ondata di applausi fragorosi partì dalla larga platea. Era il delirio: scienziati occhialuti si commuovevano compiaciuti, pezzi grossi della Silph SpA ballavano di gioia pensando ai guadagni incredibili che la nuova invenzione del dottore avrebbe procurato loro, scettici si strappavano i capelli e si mordevano la lingua per non imprecare. Erano tutti talmente entusiasti che non ebbero neanche nulla da ridire su come Okido avesse letto platealmente l’intero discorso da un foglietto di carta stropicciato che si era incollato alla manica del camice. Il Salone Conferenze del Centro di Ricerca di Tokyo non era più stato così chiassoso da quando vennero messe a punto le prime Pokéball.

Avvenne proprio in quel clima allegro e festoso. Dapprima le splendide luci del salone si spensero di colpo; il grosso lampadario ottocentesco che pendeva dal soffitto assunse un aspetto lugubre e terrificante. Il Prof. Okido e alcuni suoi colleghi cercarono in tutti i modi di ristabilire la calma tra i presenti: in fondo era solo un cortocircuito, niente di troppo diverso dall’ordinario. Dopo alcuni minuti un gas denso e scuro iniziò a penetrare dai condotti di areazione collegati al tetto. Il panico si tramutò in angoscia quando gli ospiti potettero constatare come gli ingressi erano appena stati sigillati dall’esterno. Non c’erano vie di fuga: le finestre erano costruite con vetro infrangibile per questioni di sicurezza, il soffitto era troppo alto perché si potesse sperare di raggiungere la sommità dell’edificio. Quel giorno persero la vita centosettantadue persone tra ricercatori, ospiti e personale; tra di essi vi era anche il Professor Yukinari Okido. Non vi fu un solo sopravvissuto e le uniche fonti certe sull’accaduto giunsero alle forze dell’ordine tramite un filmato girato da un telefono cellulare. L’autopsia rivelò che le vittime avevano inalato una potente tossina secreta dagli Weezing, pokémon di tipo Veleno vagamente simili ad una conformazione rocciosa violacea e in grado di fluttuare grazie alle sostanze poco dense presenti al loro interno. Stando alla squadra che si occupò di esaminare la scena fu possibile determinare che un numero non meglio definito di uomini fece irruzione nella struttura dopo aver fatto saltare in aria l’ingresso secondario: tutti i prodotti presentati alla conferenza, compresi i due modelli sperimentali di Pokédex, furono trafugati. Ad oggi il caso è stato dichiarato definitivamente archiviato e non è stato possibile risalire ad alcun colpevole.

   

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Capitolo 1 - Svegliarsi

 

Okido si svegliò prestissimo, alle 5:30 di mattina, come del resto faceva ogni giorno. Il suo piccolo appartamento era un vero disastro: polveroso e umido, con il pavimento ricoperto di vestiti sporchi, avanzi di chissà quale malsano cibo precotto e ciotole per pokémon semivuote; il letto non veniva rifatto da settimane. Ma in fondo cosa poteva importargliene? Non trascorreva se non poche ore in quella topaia e sicuramente non la sentiva come casa propria. Inoltre di certo nessuno avrebbe mai visto quel disordine apocalittico. Al contrario di come ci si potrebbe aspettare, però, Okido teneva molto al suo aspetto fisico: i pochi indumenti che indossava regolarmente erano gli abiti da lavoro, riposti con cura nell’unico armadio sulla parete di fondo. Si lavò con calma, pettinando attentamente i crespi capelli castani. Fatta colazione e dato da mangiare ad Eevee prese alcuni fogli e li ripose in una valigetta grigia; quindi uscì. Abitava al secondo piano di un palazzo nel centro di Yamabuki, a pochi passi dalla Sede Centrale della Polizia di Kanto dove lavorava. Giunto all’altissimo grattacielo di vetro poté constatare come fosse il primo del Dipartimento Anti-Criminalità Organizzata ad arrivare. Erano le 6:20: tutto come al solito. Si sedette alla sua postazione, una scrivania sorprendentemente ordinata, e iniziò a lavorare su alcuni documenti che aveva ricevuto la sera prima. Erano pile e pile di faccende legali e burocratiche da districare, un compito che avrebbe richiesto ore ed ore di ricerche e di procedimenti meccanici. Non succedeva mai niente e Okido non poteva essere più felice. Pian piano arrivarono tutti gli altri membri della sezione: dapprima l’anziano Commissario Po con la sua tipica cravatta sgargiante e i suoi baffi chilometrici. Tra lui ed Okido non c’era un vero rapporto confidenziale; anzi: non c’era proprio un rapporto! Si parlavano solo di rado e solo in ambito lavorativo. Tuttavia il ragazzo provava un certo rispetto per quel vecchio omone possente. Qualche minuto dopo fu la volta di Doiru. Quel quattrocchi strampalato non gli era mai piaciuto: sosteneva di poter individuare un assassino soltanto osservando la scena del crimine per pochi secondi. Peccato che non lo avesse mai dimostrato (e che al dipartimento di rado si aveva a che fare con omicidi di quel tipo). Okido provava antipatia per chiunque non prendesse seriamente il proprio compito. Dopo l’arrivo di molte persone che non conosceva e non gli interessava conoscere, si presentò Christie con la sua solita ora di ritardo. Era una ragazza dai capelli corti e biondi, piuttosto bassa e originaria di una qualche regione dell’occidente di cui Okido non ricordava mai il nome (“Valar, Gatar,… qualcosa del genere. Non mi intendo di geografia, io.”). Essendo piuttosto taciturna era la persona, lì dentro, che il ragazzo era più propenso a sopportare. La giornata passò lenta. Il locale era silenzioso, privo di qualsivoglia interazione tra i suoi ospiti. Ogni tanto Doiru blaterava di “essere il migliore” e di “aver capito tutto”; era in quei momenti che Okido avrebbe voluto distruggere l’intero commissariato. Verso mezzogiorno giunse un rapporto che svelava alcuni dettagli sui collegamenti finanziari tra il Centro di Ricerca dell’Isola Guren e una piccola agenzia mineraria militante. Okido aveva per primo intuito che la quantità di fossili venduti al centro negli ultimi mesi era piuttosto sospetta; effettivamente si era scoperto che l’impresa da cui furono comprati i reperti non possedeva alcuna licenza idonea. Per forza di cose i malfattori li avevano estratti illegalmente dal Monte Otsukimi - unico giacimento fossilifero della regione - e sarebbero tornati lì a breve. La polizia avrebbe semplicemente potuto presidiare la zona e arrestare i colpevoli, ma per questioni burocratiche l’operazione avrebbe tardato di mesi. Bisognava prima dimostrare che l’agenzia fosse in malafede! Nonostante adorasse i tecnicismi, Okido riteneva che la tendenza a rallentare la giustizia a causa delle situazioni formali fosse disgustosa. Pensandoci sussurrò anche un “che schifo”, prontamente udito da quell’idiota di Doiru che lo guardò storto. Verso le dieci di sera tutti erano già rincasati, tranne Okido e il Commissario Po. Il giovane stava rimettendo a posto gli ultimi documenti e archiviando alcuni file. Fu in quel momento che notò qualcosa di molto strano: dal Database Centrale (che egli gestiva direttamente assieme ad altri tre individui al di fuori della sezione) era assente il file relativo all’Attentato di Tokyo. Essendo imparentato con una delle vittime quel fascicolo era sempre in primo piano. Si assicurò di essere connesso con il suo profilo e non riscontrò problemi: stavo accedendo proprio in qualità di Shigeru Okido. La cosa lo turbò parecchio e, non ottenendo risposte dall’ignaro commissario, se ne andò con l’amaro in bocca.

Tolse gli abiti da lavoro e si sdraiò sul letto sfatto. Eevee aveva già mangiato: oramai quel bizzarro incrocio tra un gatto e una volpe aveva imparato ad aprire da solo le scatolette di croccantini, non potendosi fidare dello sbadato padrone. Quella notte l’agente ebbe modo di riflettere su alcune cose. Mentre stava tornando nel suo squallido appartamento vide una bambina giocare con un Vulpix per strada. “È bello che, nonostante tutto, ci siano ancora persone che interagiscono con i pokémon nella vita di tutti i giorni”, si disse tra sé e sé, “Sette anni fa… l’attentato nel quale perse la vita mio nonno fu solo l’inizio di una serie di eventi catastrofici per la nostra società. Il Progetto Pokédex fallì miseramente e i dati inerenti alle ricerche del vecchio andarono perduti; chi ha rubato il due modelli a Tokyo aveva programmato tutto nei minimi dettagli e riuscì a impossessarsi anche delle copie presenti nel laboratorio a Masara. Da allora l’economia iniziò ad essere sempre più riluttante ad accogliere nuove idee di carattere scientifico. In fondo la Silph aveva investito un patrimonio per finanziare il progetto del nonno. La stessa produzione di Pokéball si arrestò in diverse regioni. Di conseguenza le persone hanno cominciato a disinteressarsi ai pokémon considerandoli sempre più vicini a semplici animali domestici. Nonostante istituzioni come la Lega Pokémon siano ancora in piedi si trovano in un periodo di crisi profonda. Sono addirittura sorte comunità di soli umani all’interno della Nazione. Si potrebbe quasi dire che quello stupido di mio nonno con il suo progetto del cazzo abbia portato il nostro mondo alla rovina. Già… era proprio uno stupido. Non mi interessa affatto che sia morto: figuriamoci se ho il tempo di traviarmi per queste cose. Ammetto che all’epoca, quando ero solo un ragazzino, ero piuttosto entusiasta di essere stato scelto come uno dei due beta-tester per il Pokédex. Mi piacevano le lotte tra pokémon, ero abbastanza portato. Mi chiedo cosa stia facendo Red adesso. Cioè, Satoshi (devo smetterla di usare quel soprannome ridicolo). Ma oltre tutto ciò e nonostante non mi importi nulla di lui, c’è qualcosa che non mi torna affatto. Quella strage fu troppo perfetta. Come hanno fatto i colpevoli a sigillare le porte, a introdurre gas tossici dal tetto, a causare un cortocircuito dell’edificio dall’esterno e a piombare dall’entrata secondaria senza essere colti in flagrante? Non ha nessun senso a meno che non si prenda in considerazione l’ipotesi di un complice interno. Ma quel filmato prelevato dal cellulare di una delle vittime è eloquente. Se solo non fosse per quello… E poi cosa diamine è successo oggi al fascicolo? C’è stata una violazione del sistema? Ma no, cosa dico?! Gli altri collaboratori avranno semplicemente trasferito il file ad un altro archivio in quanto il caso è stato archiviato da tempo. Sarà sicuramente così. Accidenti: sto parlando da solo da un bel po’, eh Eevee? Beh, alla fine sono solo chiacchiere futili. Di quel vecchio non mi interessa neppure quindi perché dovrei rimuginarci tanto? Ora voglio solo essere il migliore nel mio lavoro. Buonanotte!”

 

Okido si svegliò svegliò alle 5:30 di mattina, puntuale come sempre. Si lavò e come di suo solito stette una buona decina di minuti a pettinarsi in modo minuzioso. Gettò il “pigiama” sul cumulo di vestiti sporchi e indossò con garbo gli abiti da lavoro. Diede da mangiare ad Eevee, prese l’occorrente per la giornata e piombò fuori. “Oggi sarà una splendida giornata” - si diceva - “Ho delle divertentissime pratiche da archiviare, spinosissime come piace a me!” Proprio mentre mormorava quest’ultima frase entrò nella sala del dipartimento e notò con grandissima sorpresa che non era arrivato per primo: Po e Christie erano già lì che lo guardavano in maniera insolita. “Ma come?! Sono solo le 6:20! Christie, lei non è mai qui prima delle 7:45!” Disse Okido in modo seccato. La donna però non rispose e lasciò parlare il commissario.

“Agente Okido, dobbiamo comunicarle un risvolto degli ultimi minuti inerente a un caso molto particolare.” Quell’uomo riusciva ad emanare solennità dicendo le cose più banali.

“Ma certo, di cosa si tratta?” Disse un po’ intimorito.

“Okido, lei non ha acceso la televisione questa mattina. Non è così?”

“Esattamente. Ma come fa a saperlo?” Non ce l’aveva neanche una televisione.

“C’è stato un annuncio in diretta nazionale. Non autorizzato.”

“Sono riusciti a violare il sistema di sicurezza della Nazione? Ma quanto sono messi male a NTV?” Rispose in modo spavaldo. Stava morendo dentro quando si rese conto che l’aveva detto sul serio.

“La prego di essere serio, agente Okido! È stato un attacco terroristico in piena regola.”

“Va bene, mi scusi. Ma io cosa c’entro in tutto ciò? Non dovrei solo operare sul campo burocratico?”

Il confronto fra i due fu interrotto: “N-Non si tratta del suo lavoro…”

Era incredibile. Christie gli aveva rivolto la parola! Quella Christie! La cosa si faceva sempre più bizzarra e criptica e Okido iniziava a irritarsi seriamente: “D’accordo. Qualcuno mi spiega cosa sta succedendo?!”

Il commissario riprese: “Agente Okido. Visto che non sembra propenso a collaborare glielo dirò in maniera concisa. L’Attentato di Tokyo di sette anni fa è stato appena rivendicato in diretta nazionale da un’organizzazione malavitosa che si è identificata come Team Rocket. Ci tenevamo a constatare che la notizia le giungesse il prima possibile.”

Le pupille del giovane si dilatarono a dismisura. La sua mano destra cominciò a tremare evidenziando un lieve disturbo psicosomatico. Gli succedeva quando era particolarmente sotto stress. Ci furono alcuni minuti di silenzio durante i quali Christie raggiunse il culmine dell’imbarazzo.

“Vada avanti” disse in modo pacato Okido “C’è dell’altro, giusto? O non sareste qui.”

“Sì, è così. Due giorni fa tutti i file inerenti all’attentato sono andati cancellati. In tutto il mondo non vi è più alcuna prova dell’accaduto. Anche le banche dati più segrete e inaccessibili della capitale Tokyo sono state violate facilmente. Ci aveva già fatto caso ieri, non è vero?” Okido annuì senza dir nulla. “E non si tratta solo dei file: giornali, fotografie, registrazioni, qualsiasi cosa che possa anche solo vagamente ricondurre agli avvenimenti di sette anni fa si è dileguata nel nulla nell’arco di poche ore. Questo vuol dire che anche catturando i colpevoli non ci sarebbero prove sufficienti per incriminarli. E non è tutto: ricorda l’agenzia priva di licenza che commerciava fossili con il Centro di Ricerca dell’Isola Guren? Il Team Rocket ha confermato il collegamento anche con essa e questa notte tutti i membri dell’agenzia sono stati trovati morti avvelenati nei loro appartamenti. Ma la cosa più assurda è che anche i documenti relativi a questo caso sono andati completamente perduti. Il rapporto che ieri abbiamo avuto tra le mani non esiste più. Non sappiamo come questo Team Rocket sia riuscito a compiere una simile impresa così poco tempo ed eludendo qualsiasi misura di sicurezza. È un’impresa che sembra trascendere le normali facoltà di giudizio umane.”

Okido batté un pugno contro la parete della sala: “Si può sapere cosa c’entro io in tutto questo?! Non mi interessa del Team Rocket. Non mi interessa dei fascicoli che scompaiono. Non mi interessa di mio nonno! Io sono soltanto quello che archivia le pratiche. Quindi che cosa volete da me!? Cosa?!” Nella sua mente stava urlando fragorosamente quelle parole, ma in realtà non emise che un rantolo incomprensibile. Il tremolio alla mano si era accentuato. Stava piangendo, ma aveva abbassato lo sguardo per non farlo notare.

Il commissario continuò impassibile: “Per vie legali non potremmo fare nulla. Abbiamo le mani legate su tutti i fronti. Per organizzare un processo plausibile ci vorrebbero anni e nel frattempo ai vertici del Team Rocket, ammesso che questo sia il suo vero nome, tutti sarebbero fuggiti al di fuori della Nazione o avrebbero cambiato identità. Sappia che se deciderà di indagare in qualità di privato giustificherò la sua assenza in ufficio. Non c’è altro. Ora ho alcune faccende importanti da sbrigare.” Così l’uomo se ne andò, in maniera del tutto pacata e come se nulla fosse successo, seguito da una Christie attonita e spaventata. Okido si inginocchiò.

Quel giorno rincasò molto presto; non l’aveva mai fatto prima di allora. Restò alcune ore a riflettere. I suoi pensieri confluirono in un ghigno che poteva esprimere un unico concetto: “Nonno, io ti odio. Ma risolverò questo caso. Altrimenti le cose a lavoro si complicheranno. E io esisto solo per il mio lavoro.” Sapeva benissimo di mentire a se stesso.

 

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Capitolo 2 - Acqua rossa

 

Il sole sorse sereno sulla cittadina di Nibi. Un tempo il luogo era poco più che un minuscolo villaggio di poche decine di abitanti a nord-ovest di Kanto ma in seguito alla rivoluzione urbanistica si trasformò in un centro mediamente popoloso. Addirittura la Lega Pokémon, l’associazione che riunisce i più forti allenatori della regione, istituì una Palestra nella città. Seppur la Lega - come qualsiasi tipo di istituzione inerente ai pokémon - fosse in un periodo di crisi profonda, gli abitanti di Nibi nutrivano un certo rispetto per il capopalestra Takeshi. Era un ragazzo alto dai capelli castani che apparivano però quasi sbiaditi, come consumati; i suoi occhi dal taglio incredibilmente netto e le sue forme spigolose gli conferivano un’aria piuttosto matura per la sua età. Si vociferava che la sua famiglia fosse sempre stata assente e che da bambino si fosse dovuto occupare da solo dei nove fratelli minori. Per questo col tempo il suo cuore si indurì sempre di più ed egli finì per rifiutare ogni contatto umano: usciva solo di rado dalla Palestra, ma accettava di buon grado quei rari sfidanti che miravano a sconfiggerlo. Pensandoci era proprio una persona adatta per rappresentare il Tipo Roccia.

Quel giorno Takeshi si svegliò piuttosto tardi (in fondo non aveva nulla da fare). La mattina precedente il Team Rocket aveva fatto la sua apparizione e sembrava aver gettato i media nel caos più totale. Lui però non si preoccupava più di tanto; ciò che succedeva nel mondo esterno gli interessava relativamente. Tutto ciò di cui aveva bisogno era procurarsi cibo e acqua, che si faceva recapitare direttamente in Palestra. Oramai aveva arredato anche una stanza all’interno dell’edificio stesso in modo che non dovesse percorrere quel fastidioso tratto di strada fino a casa. Verso mezzogiorno cominciò a buttar giù qualche riga del suo diario: “Le giornate sono tutte uguali”, scriveva, “Non riesco più a trovare stimoli. Sono tre mesi che non prendo parte a una lotta seria. Potrei pensare di lasciare la carica di capopalestra… ma dove andrei? Questa è la mia casa, il luogo ideale per non vedere altre persone se non sfidanti potenzialmente interessanti. È una noia mortale. La mia indifferenza per questo mondo continua a crescere attimo dopo attimo. In realtà…” Ripose la penna: non aveva più voglia di scrivere. Passò alcune ore disteso a terra senza fare assolutamente nulla; lo sforzo più significativo che aveva compiuto era stata l’osservazione minuziosa della muffa sul soffitto. A pranzo mangiò degli avanzi di alcuni giorni prima, delle vere e proprie porcherie: gallette di riso scadute e durissima carne di Tauros di infima qualità. Dopo il pasto si concesse un “meritato riposo” e si addormentò per alcune ore. Quella era la sua routine quotidiana: Takeshi si svegliava, pranzava, constatava quanto fosse noncurante degli altri e si addormentava. Ma quel preciso giorno le cose andarono in maniera significativamente diversa.

Verso le nove di sera fu svegliato da un allarme assordante: uno sfidante! Gli venne da sorridere in modo spontaneo: “Non potevo chiedere di meglio!” In un secondo momento gli venne da pensare come fosse piuttosto strano che qualcuno si presentasse in Palestra a quell’ora. Ma al giovane bastava scacciare la noia e avrebbe accettato una sfida anche a notte fonda.

Pochi minuti più tardi brillarono abbaglianti le luci del campo di battaglia. Un’arena rettangolare terrosa e con varie rocce sparse era sovrastata da un alto soffitto. Ai lati minori opposti i due contendenti si osservavano. L’avversario di Takeshi era poco più che un ragazzino (o in ogni caso era piuttosto basso); portava una giacca di color rosso acceso e un cappellino con visiera che gli oscurava parzialmente il volto.

“Mi hanno appena informato che hai deciso di affrontare una lotta in singolo sei contro sei nonostante tu sia solo un principiante. Per chi non ha ancora battuto nessuna Palestra esistono delle agevolazioni, sei sicuro di non volerne usufruire?” Chiese il capopalestra, che reputava la cosa molto stimolante. Il rivale annuì senza proferir parola. La battaglia poteva cominciare. All’unisono le Pokéball vennero lanciate e da raggi luminosi si materializzarono due esseri maestosi: da un lato il pokémon di Takeshi, Golem, un ammasso di minerali compatti dai quali era possibile distinguere arti e testa rettiliani; dall’altro quello dello sfidante, Blastoise, una possente tartaruga bipede munita di due cannoni che sporgevano dal carapace; essendo di Tipo Acqua era avvantaggiato su tutti i pokémon Roccia del capopalestra. Al comando di Takeshi il pokémon “megatone” (così erano soprannominati i Golem) batté rumorosamente le zampe al suolo generando un piccolo terremoto che spaccò il terreno dell’arena e alzò un cumulo di polvere. Approfittando del pulviscolo Golem si lanciò sulla sagoma sfocata di Blastoise ad una velocità inaspettata, colpendone il torace con un pugno: era la mossa Sbigoattacco. Una volta a contatto con il pokémon d’Acqua, il bizzarro essere espulse con un’energia inaudita alcuni componenti del suo corpo trafiggendo il nemico con pietre taglienti. Ma in tutto questo Blastoise non arretrò di un centimetro. Takeshi era esterrefatto: com’era possibile? Quel colosso era stato colpito in pieno per ben tre volte! Lo sfidante, che era rimasto in silenzio ad osservare, schioccò le dita. Ciò che succedette in seguito fu sconcertante: la tartaruga emise un ruggito frastornante e in una frazione di secondo puntò una delle sue armi contro Golem, sparando un getto d’acqua ad alta pressione che fece esplodere il guscio pietroso del bersaglio. Ciò che rimase fu una creature inerte, visibilmente poco adatta al combattimento e che a stento si reggeva in piedi: era il nucleo organico del megatone. Blastoise afferrò con le sue fauci quell’ammasso di carne informe e lo dilaniò di due. Takeshi rimase paralizzato per tutta la scena. Uno dei suoi pokémon era appena stato divorato, ed egli non aveva mosso un dito. Per la prima volta dopo tanto tempo provò un’emozione: era paura? No, forse soltanto disprezzo per tanta violenza. Tutto ciò era semplicemente assurdo: in una competizione ufficiale i pokémon non dovevano subire che lievi ferite. Avrebbe dovuto ritirare Golem quanto prima ma il tutto era stato troppo fulmineo, oltre i suoi tempi di reazione. Tornò in sé alcuni attimi più tardi e tutto ciò che riuscì a dire fu: “Ragazzino, la lotta è sospesa. Dichiaro la mia vittoria in funzione dell’infrazione del regolamento da te commessa.” L’avversario schioccò nuovamente le dita. Blastoise stavolta puntò un cannone contro il capopalestra e un getto dalla forza incredibile gli sfiorò i capelli. Takeshi comprese di essere di fronte a un folle; la prima cosa che gli venne in mente fu di scappare, ma si rese conto che l’uscita secondaria era stata appena distrutta dalla stessa Idropompa che un attimo prima aveva rischiato di staccargli la testa. L’unica alternativa che gli restava era la lotta. Non si trattava più di un incontro leale, quindi sfoderò contemporaneamente tutti e cinque i pokémon che aveva a disposizione. Ecco quindi che un unico Blastoise si trovò faccia a faccia contro un Omastar, grosso ammonite preistorico dalle zanne affilatissime; un Kabutops, anch’esso creatura ancestrale, bipede e munita di due grosse lame al posto degli arti superiori; un Aerodactyl, ferocissimo volatile rettiliano estinto in natura; un Rhydon, rinoceronte ricoperto da un’armatura rocciosa durissima e munito di un corno in grado di perforare qualsiasi cosa; e per finire un Onix, il pokémon di punta della squadra, un serpente di pietra la cui lunghezza massima sfiorava i nove metri. Così schierato Takeshi era sicuro di vincere anche contro un avversario di tanto superiore alla norma. Il suo unico timore era che anche lo sfidante adottasse la sua stessa strategia e facesse scendere in campo altrettanti pokémon inarrestabili. Ma seguitò un unico secco schiocco di dita. Era più pronunciato dei precedenti.

Blastoise fece un piccolo balzo e rivolse verso il basso i suoi cannoni. Sfruttando il contraccolpo dei getti sul terreno schizzò verso l’alto e riuscì ad ancorarsi ad una trave del soffitto. Aerodactyl spiccò il volo, mentre Onix riuscì a raggiungerlo estendendo il suo lungo corpo. Ma bastò un attimo perché la tartaruga si gettasse in groppa alla mastodontica serpe. Non potendo quest’ultima raggiungere il proprio dorso senza un sostegno attorno al quale attorcigliarsi, Blastoise ebbe il tempo di sparare un raggio d’acqua ghiacciata trafiggendo il petto della viverna volante, che cadde al suolo. Eliminato Aerodactyl gli bastò bombardare i tre pokémon terrestri dall’alto con altrettanti colpi per metterli fuori gioco. Infine salì sulla testa di Onix e iniziò a colpirla violentemente con le zampe, fino a spaccarla in due. Blastoise divorò i pochi componenti organici del pokémon causandogli una rapida morte cerebrale. Non gli restò che finire Kabutops, Omastar e Rhydon, già allo stremo dopo quel singolo attacco.

La battaglia si era conclusa e lo sfidante avanzò trionfante. Blastoise puntò nuovamente le sue armi contro un Takeshi incredulo e scoraggiato. Un solo pokémon aveva demolito la sua squadra in una manciata di secondi. Ora aveva un cannone che mirava diritto alla sua fronte. Adesso sì: quella era senz’altro paura.

Ma com’era accaduta una cosa del genere? Gli sembrava totalmente surreale. Gli balenò l’idea che fosse tutto soltanto un sogno; ma certo: era così! Evidentemente aveva mangiato pesante la sera prima e ora aveva i sensi di colpa. Si sarebbe svegliato di lì a poco, no? Eppure quel Blastoise era ancora lì.

In un tentativo disperato e con le lacrime agli occhi iniziò ad urlare. Si inginocchiò, digrignò i denti e sbatté i pugni a terra. Alzò della polvere e la inalò per errore. Iniziò a tossire ed imprecare. Batté di nuovo i pugni a terra e stavolta si ruppe le ossa della mano, sbatté contro una roccia e iniziò a sanguinare. Blastoise era ancora lì.

“Chi cavolo sei? Chi? Avanti rispondi!” Oramai piangeva a dirotto, ma lo sfidante non ebbe una minima reazione. “Voglio delle risposte! Non può finire tutto così! Devi dirmi cosa sta succedendo! Ti prego… Dimmi qualcosa. Parla!” Ottenne solo il silenzio. Blastoise era ancora lì.

“È questo che mi merito quindi? È… perché mi sono convinto di odiare le persone? Perché ho nutrito questo sentimento di indifferenza verso il mondo che ora deve capitarmi tutto ciò? Ma io… non voglio che accada nulla. Io stavo bene!” Aveva iniziato a delirare. “Mi piace la mia vita. È calma… tranquilla. Ho tutto ciò di cui ho bisogno. Perché vuoi sottrarmi a questa situazione di felicità? Perché non può essere tutto come ho deciso?! Sai, io ho provato ad avere contatti con delle persone in passato. Ma nessuno è riuscito a darmi quella serenità che scaturisce dalla solitudine. Dimmi, è forse sbagliato?” Blastoise era ancora lì.

“Ma in fondo, non è quello che ho sempre voluto?  Sì! Io voglio stare lontano da tutti e da tutto. Vi odio, mi fate tutti ribrezzo. Non avete alcuna utilità! Siete tutti uguali ai miei genitori: l’ho sempre saputo. Anche tu, che credi di essere così forte. Sei soltanto un illuso. Un povero illuso. Soltanto io sono degno di esistere. Ma non merito questo mondo disgustoso. Esatto: grazie, per avere esaudito il mio desiderio” Takeshi iniziò a ridere di gusto. Ma stava ancora piangendo. Sentì il corpo venire trapassato, le ossa rompersi, il cuore fermarsi. Blastoise scomparve e lui cadde sorridendo. Non sorrideva da anni.

 

Lo sfidante si avvicinò al cadavere di Takeshi. Anche lui stava piangendo, sotto la visiera che gli oscurava lo sguardo. Con la mano sinistra fece un gesto che sembrava emulare una croce; con la destra, schioccò le dita: Blastoise neutralizzò in un attimo le cinque telecamere dell’edificio. Il misterioso ragazzo fece rientrare il mostro nella Pokéball e prese una bomboletta spray rossa. Al centro dell’arena il messaggio era chiaro:

 

TR

 

Il giorno seguente tutti al Dipartimento Anti-Criminalità Organizzata di Yamabuki discutevano sull’identità del misterioso assassino. Il Commissario Po manteneva la sua aria severa, ma lasciava trasparire per la prima volta una leggera inquietudine. Sapeva benissimo che non potevano agire fino a che non si sarebbe appurato il collegamento del caso con la recente comparsa del Team Rocket, anche se quanto ritrovato in Palestra lasciava spazio a poche interpretazioni. Questo voleva dire che qualora quel killer fosse divenuto seriale non si sarebbero mobilitati prima del secondo o terzo omicidio. Doiru invece sparava teorie a caso provando ad affermare che dietro l'accaduto ci fosse nientemeno che il Governo della Nazione, ovviamente condendo il tutto con dei “sono il migliore” e “mi ci è voluto un attimo per capirlo”. Christie era silenziosa come al solito, ma dovette vomitare un paio di volte dopo aver visionato le immagini della scena del crimine. Tuttavia tra quella schiera di agenti assorti nel caso e nelle loro faccende Okido era assente: oramai era in viaggio da due giorni.

 

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Capitolo 3 - Il cammino dei bambini

 

“27 febbraio 1996: durante un convegno scientifico al Centro di Ricerca di Tokyo perdono la vita centosettantadue persone. Le vittime inalano un gas tossico introdotto tramite il condotto di areazione principale, mentre le uscite vengono sigillate dall’esterno. Non vi sono sopravvissuti e le uniche informazioni sull’accaduto sono ricavate tramite il telefono cellulare di un malcapitato. Tutte le telecamere di sicurezza vengono messe fuori uso da un cortocircuito che interessa il solo edificio. È stato possibile determinare che un numero non precisato di uomini abbia fatto irruzione in un secondo momento facendo saltare in aria l’ingresso secondario e trafugando dell’importante materiale di ricerca. L’avvenimento, ricordato come Attentato di Tokyo, non fu inizialmente rivendicato. Ad oggi è impossibile determinare alcune dinamiche dell’accaduto, come i metodi che i criminali hanno usato per eludere la sorveglianza o per sigillare indisturbati gli ingressi.”

“14 novembre 2003: 5:50 di mattina; viene trasmesso un messaggio non autorizzato in diretta nazionale. L’Attentato di Tokyo di sette anni prima viene rivendicato da un gruppo terroristico chiamato Team Rocket. Durante la diretta l’organizzazione conferma anche il proprio legame con un traffico illegale di reperti fossili ad opera di un’agenzia militante che operava sul Monte Otsukimi. Poco dopo i documenti relativi all’attentato scompaiono dai database di tutto il mondo; la stessa sorte è riservata ai fascicoli inerenti al caso del contrabbando di fossili. Inoltre, i presunti membri dell’associazione militante decedono nei loro appartamenti in seguito all’assunzione di sostanze velenose. Questo parallelismo permette di poter affermare senza ombra di dubbio che le due vicende siano collegate e che la rivendicazione di entrambi i reati non costituisce una falsa pista. La Nazione ha deciso di non divulgare nulla in merito alla scomparsa dei file e all’attacco dei database mondiali, anche in funzione dell’assenza di prove a sostegno del fatto. Ho deciso di tenere questo diario per avere le idee più chiare durante le indagini da privato e per avere almeno un documento tangibile che riporti gli avvenimenti in maniera fedele.”

Era mattina presto e Okido stava scrivendo queste pagine su un mezzo pubblico. Per la prima volta dal momento della sua assunzione non si era presentato in ufficio! Aveva deciso di andare a controllare di persona la situazione al Monte Otsukimi. In realtà non si aspettava grandi risultati: dal momento che i trafficanti di fossili erano stati eliminati era probabile che quello del contrabbando fosse soltanto un modo per dare credibilità alla rivendicazione. Era piuttosto inverosimile invece che il Team Rocket utilizzasse il giro come fonte di guadagno: un’organizzazione tanto potente da mandare in crisi il sistema di sicurezza mondiale e capace di far volatilizzare come per magia milioni di fonti cartacee non punta di certo a trarre qualche misero profitto dal mercato nero - considerando anche la rarità della merce! In ogni caso Okido si era deciso a dare un’occhiata: avrebbe magari incontrato qualche testimone (“non potendo più contare su documenti e cronaca, la memoria umana è l’unica fonte sulla quale affidarsi”, pensava). Per giungere al monte da Yamabuki era prima necessaria una sosta nella città di Hanada a nord, per poi deviare verso ovest e giungere alla catena montuosa che separa la metropoli da Nibi. Nonostante il tragitto fosse breve, la strada percorsa era piuttosto tortuosa e l’arrivo a Hanada era previsto per non prima di un’ora. Nell’attesa a Okido balenò alla mente qualcosa di buffo: si ricordò di quella volta che andò in gita a Johto con la classe della Scuola dell’Obbligo. All’ora avrà avuto dieci o undici anni e non aveva memorie nitide di quel giorno; tuttavia ricordava perfettamente che per scacciare l’immensa noia che provavano durante il viaggio in treno lui e l’amico Red (il cui vero nome era Satoshi, ma tutti utilizzavano quel soprannome per riferirsi a lui) si erano divertiti a inventare una storia con ognuno dei passeggeri del loro vagone. All’epoca Red era un gran chiacchierone e adorava perdersi nelle sue bizzarre fantasie: i due bambini così fecero comparire su quel treno un coraggioso e astuto agente segreto con un grosso cappello a cilindro e un innato senso della giustizia; si trovava lì con il suo fidato assistente, un omaccione paffuto e tutt’altro che sveglio che probabilmente aveva solo una gran voglia di addentare un panino, ed era diretto in una città lontana allo scopo di ottenere dati riservatissimi da qualche uomo particolarmente potente. Non sapeva però che un altro passeggero, un’anziana ed elegante signora vestita di rosa, era in realtà una spia nemica pronta comunicare le informazioni a un’organizzazione malvagia! A quel punto… com’è che continuava la storia? Okido non lo ricordava, ma gli venne istintivamente da sorridere. Chissà come mai si era messo a pensare all’infanzia proprio ora che aveva deciso di mettersi in viaggio!

Perdendosi in quei pensieri non si era neanche accorto di essere già arrivato a Hanada: il tempo era letteralmente volato. Si trattava di una serena cittadina percorsa da un bellissimo e limpido fiume di cui gli abitanti andavano particolarmente orgogliosi. Nonostante fosse un centro mediamente popolato non si sentiva parlare molto del posto. L’ultimo avvenimento degno di nota si verificò alcuni anni prima, quando un’immensa fonte di energia venne rilevata in una grotta vicina; non fu mai determinata la causa di quel picco e ancora oggi quell’evento resta avvolto nel mistero. La cultura popolare però ricorda Hanada per un altro motivo: la capopalestra della città, Kasumi, era infatti un’abilissima nuotatrice. In poco tempo aveva polverizzato ogni record in cinque specialità differenti ed era riuscita addirittura ad ottenere un permesso per competere nei tornei maschili (vincendo ogni singola volta). Di lì a poco avrebbe dovuto partecipare ai campionati mondiali dei “400 metri misti” e i riflettori del mondo sportivo erano puntati su di lei.

Okido decise di fare un giro per alcuni quartieri di Hanada prima di incamminarsi verso il Monte Otsukimi. La sua intenzione era quella di partire nel primo pomeriggio, ma fu inaspettatamente rallentato: pochi minuti dopo aver messo piede in città si sentì chiamare da una voce impastata e fastidiosa. Si voltò e notò un uomo dalla stazza enorme, all’incirca della sua età. Aveva occhi minuscoli e dei capelli neri tirati all’indietro che emanavano un’aria sudaticcia. Il collo era sommerso dagli strati di grasso che quello strano soggetto aveva accumulato.  “Shigeru! Vecchio amico, da quanto tempo!” Disse l’uomo in tono amichevole. Okido non ricordava neanche chi fosse, ma stava male al solo pensiero di dover conversare con un altro essere umano al di fuori delle questioni lavorative (”una perdita di tempo”, si era sempre detto). Inoltre detestava chi si prendeva la confidenza di chiamarlo per nome; “Shigeru” non lo metteva affatto a suo agio. Dopo alcuni attimi di silenzio la cosa iniziò a farsi imbarazzante e fu costretto a replicare: “Ehm… buongiorno. Perdonami ma al momento ho molti pensieri per la testa e mi sfugge il tuo nome. Quando ci siamo visti?” Sì, non sembrava esageratamente sgarbato.

Il grosso omone cominciò a ridere di gusto: “Ma come, Shigeru? O forse preferisci che ti chiami Green? Sono Rikakei! Rikakei Otoko!”

Okido si illuminò, ma adesso era furioso per quello stupido soprannome. Lo odiava, era iniziato come un gioco tra ragazzini e nel giro di poco tutti quanti i suoi conoscenti cominciarono a chiamarlo Green. Cercò di calmarsi e rispose: “Ma certo, Otoko! Eravamo in classe insieme durante gli anni della Scuola dell’Obbligo, giusto?”

“Esattamente! Non ci vediamo da così tanto. Dimmi, sei ancora bravo nelle lotte tra pokémon come un tempo?” Sembrava entusiasta di rivedere una persona con la quale non aveva praticamente nessun rapporto. Okido non lo capiva per niente.

“No, ho smesso anni fa. Ho ancora alcuni pokémon con me ma li utilizzo soltanto in caso di autodifesa. Faccio parte del Dipartimento Anti-Criminalità Organizzata e potrebbero servire; ma per il resto sono stufo di lottare.” Lo disse con un tono piuttosto malinconico. Non era da lui.

“Non avresti mai parlato così quando ci frequentavamo! E Red invece come sta?”

Okido preferì sorvolare sul fatto che non si erano mai frequentati. Tutta quella confidenza lo stava facendo implodere d’ira; cercò comunque di mantenere il suo solito tono distaccato: “Intendi Satoshi? Non lo vedo da un po’ in realtà. Ma sai perfettamente cosa successe quella volta, quando… beh, quando smise di parlare.”

“Capisco, allora farò meglio a non tornare sull’argomento. Piuttosto: cosa ci fa un poliziotto in questo posto? Qui non succede mai niente degno di nota.”

Ovviamente Okido non poteva specificare che stava investigando in qualità di privato né che cercava di arrivare al Team Rocket; per questo si limitò a dire: “Devo condurre alcune indagini presso il Monte Otsukimi. Contrabbando di fossili, roba piuttosto noiosa.” Sperava con tutto il cuore che quell’insolito personaggio replicasse con un saluto e che ognuno proseguisse per la propria strada. Ottenne esattamente l’effetto opposto: “Ahahahahahah! Incredibile! Assurdo! Strabiliante! Beh Green, sappi che questo è il tuo giorno fortunato. Si dà il caso che io sia uno dei paleontologi più illustri della regione e che proprio domani debba condurre alcune ricerche sul Monte Otsukimi. Non posso di cerco permettere che tocchino i miei preziosi reperti. E chi meglio di me potrebbe aiutarti in un compito simile? Mi ci vedo bene sai? Il colto e bellissimo assistente dell’Agente Green! Ma sì, è deciso: stasera vieni a dormire da me e domani mattina ci incammineremo verso il monte!” Aveva fatto tutto da solo. Okido aveva letteralmente voglia di morire. Il solo pensiero di passare un secondo di più con quell’individuo gli faceva venire la nausea. Tuttavia la sua parte razionale prevalse: se Otoko era un ricercatore come diceva, si sarebbe potuto trovare presso il giacimento fossilifero più volte e - per quanto sembrasse stupido fino al midollo - potrebbe essere stato testimone dei malaffari dell’agenzia. Inoltre avrebbe potuto dargli qualche informazione sulla dinamica degli scavi illegali. Per finire, affiancato da un ricercatore aveva un alibi inattaccabile nel caso qualcuno gli chiedesse perché un agente di polizia stesse indagando senza un mandato o un’autorizzazione di alcun tipo. Con immenso dolore e quasi piangendo, soffocando un urlo in un sospiro, rispose: “Va bene. Credo che possa essere funzionale alle indagini. Ma non chiamarmi Green.” Otoko sorrise compiaciuto: “Bene Green, seguimi: prima svolgiamo alcune faccende e poi ti porto alla mia umile dimora.”

Il paleontologo viveva in un trilocale piuttosto squallido nella periferia di Hanada. L’illuminazione era pressoché nulla e senza un orologio era impossibile determinare anche approssimativamente l’orario lì dentro. Vi erano vari fogli sparsi ovunque che trattavano di questioni anatomiche degli organismi preistorici. In una teca piena d’acqua vi era un bizzarro organismo blu all’interno di una conchiglia. “Cos’è questo coso?” chiese incuriosito Okido. “Quello è un Omanyte, un pokémon estinto che un giorno evolverà in Omastar. L’altro invece è Kabuto, anche lui organismo preistorico e riportato in vita grazie al potere della scienza; evolverà in Kabutops.” Disse Otoko cercando di emulare - con pessimi risultati - il tono dei presentatori dei documentari naturalistici che chiunque ha visto per sbaglio almeno una volta nella vita. “Aspetta… l’altro?” Okido non fece neanche in tempo a formulare la domanda che avvertì un dolore lancinante alla gamba: un piccolo pokémon piatto dal dorso marrone gli stava mordicchiando la caviglia. Con un calcio scaraventò la creatura contro il muro e questa tornò nell’acquario assieme al cugino. “È un tenerone, non trovi?” Aggiunse ingenuamente il ricercatore. Okido preferì non rispondere.

Quella sera mangiarono alcuni avanzi e della carne di pessima qualità. Tutti prodotti a cui Okido era abituato. Nonostante non sopportasse per niente la persona che aveva di fronte trovava confortante l’idea che ci fossero altri nella sua stessa condizione. Tendeva sempre a nascondere il suo collasso, ma la sua disordinatissima stanza rispecchiava perfettamente il caos che da alcuni anni aveva in testa. E la casa di Otoko gli ricordava irrimediabilmente la sua. Gli venne da pensare che forse oltre quel sorriso ingenuo e quell’atteggiamento da sempliciotto i due non fossero poi così diversi; semplicemente tendevano a nascondere i propri problemi in maniera differente. La notte passò tranquilla; il padrone di casa dormì nel suo grosso e comodo letto mentre Okido fu relegato al divano in salotto (che era anche la cucina e la camera da pranzo).

La mattina seguente l’agente era già sveglio dalle cinque: evidentemente la concezione di “mattina” che Otoko aveva era diversa dalla sua, visto che dovette farlo alzare a suon di Kabuto. Verso le sette i due ultimarono i preparativi e presero un autobus che li avrebbe condotti direttamente alle pendici del Monte Otsukimi. Era passata circa mezz’ora dalla partenza quando Okido ricevette un aggiornamento dal dipartimento di polizia tramite il telefono del lavoro. Sobbalzò in un primo momento, ma poi si rese conto che finalmente aveva una pista e non poté che ritenersi avvantaggiato dalla notizia: sembrava che il capopalestra Takeshi di Nibi fosse stato assassinato la sera prima da un misterioso sfidante ricollegabile al Team Rocket. Cinque delle sei telecamere della Palestra erano state neutralizzate; l’unica intatta era posta in modo da non riprendere mai in volto l’assassino. Tuttavia video e audio erano stati perfettamente conservati e Okido poté esaminare l’accaduto dal telefono stesso. Guardata la registrazione gli si gelò il sangue; non per la brutalità estrema della scena, ma perché aveva notato un particolare che lo fece arrivare ad una conclusione per lui ripugnante. Sussurrò qualcosa come: “L’omicida non ha detto una parola. Non sarà… Che diamine stai combinando, idiota?” Poi impallidì una seconda volta. Dal fondo dell’autobus udì una voce femminile, anziana ma ferma: “Arcanine, attacca con Lanciafiamme!”

 

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Capitolo 4 - Quel fulmine che squarciò il mare

 

Kasumi si svegliò all’alba. Viveva in una grande villa a nord di Hanada che aveva fatto edificare personalmente; il patrimonio accumulato dalla ragazza in pochi anni era immenso: tra il ruolo di capopalestra della città e le varie competizioni nazionali di nuoto era diventata un’autorità conosciuta in tutto il mondo. Aveva esordito a soli quattordici anni in una gara regionale di 200 metri stile libero femminile, riuscendo non solo a classificarsi in prima posizione ma addirittura a doppiare il record dell’associazione sportiva di cui faceva parte. La sua notorietà si consolidò quando - surclassando ogni primato di tutte le specialità femminili - ottenne un permesso speciale per partecipare agli eventi maschili. Da allora non perse una singola gara e di ciò andava particolarmente orgogliosa.

Quella mattina Kasumi bevve soltanto una tazza di caffè, all’interno del quale disciolse alcune pasticche bianche. Aveva instaurato un regime alimentare ferreo in funzione dell’evento che si sarebbe tenuto di lì a pochi mesi: i campionati mondali di 400 metri misti. Per prepararsi al meglio si allenava ogni giorno per dieci ore consecutive nella Palestra di Hanada, che aveva la doppia funzione di piscina olimpionica (Kasumi era infatti specializzata nell’utilizzo di pokémon di Tipo Acqua). Nonostante non avesse mai perso alcun confronto era piuttosto in ansia per quella che sarebbe stata l’occasione definitiva per consolidare la propria supremazia. Nell’ultimo periodo soffriva infatti di forti mal di testa e sbalzi d’umore che avrebbero potuto compromettere la sua performance!

Subito dopo la “colazione” la ragazza fece visita alla sua Stanza dei Trofei: ben trecentoquarantadue riconoscimenti custoditi gelosamente in delle teche infrangibili. Kasumi ricordava ogni singola coppa vinta e la posizione di ciascuna di esse all’interno della sala. Il numero esorbitante di vittorie l’aveva costretta a dover ampliare il locale più e più volte e stava già programmando di sfondare la parete di destra per permettere la collocazione di un altro centinaio di trofei. Ogni giorno l’atleta si fermava dieci minuti a contemplare i suoi successi, sorridendo compiaciuta.

La ragazza si diresse in Palestra alle sette di mattina e lì aveva intenzione di restare fino a sera inoltrata, presa dalle sue esercitazioni. In effetti era piuttosto raro che uno sfidante si presentasse in Palestra di quei tempi; il disinteresse per le lotte tra pokémon si era consolidato a tal punto che oramai gli incontri ufficiali non venivano neanche più trasmessi dagli emittenti televisivi! Tuttavia il rigido piano di allenamento di Kasumi fu bruscamente interrotto, quel giorno, verso le otto di sera. Si presentò in Palestra un ragazzino piuttosto basso, con una giacca rossa e un cappellino con visiera che gli gettava una lieve penombra sul volto. Lo sfidante non disse una parola: fece segno alla capopalestra, che in quel momento si trovava sul lato della piscina opposto all’entrata, di volere uno scontro sei contro sei. Kasumi si vide costretta ad accettare - in fondo era il suo compito e se si fosse sottratta avrebbe sicuramente perso l’occasione di visitare la piscina ogni giorno. “Benvenuto alla Palestra di Hanada. Da quanto ho capito desideri uno scontro a piena potenza. Ne sei sicuro? Perché non mi dici quante medaglie hai?” Esordì. Il ragazzino scosse lentamente la testa. Alla capopalestra parve un atteggiamento piuttosto strano, ma cercò di non dar troppo peso alla cosa. Voleva chiudere la sfida in fretta. “D’accordo allora! Sarà una sfida sei contro sei! Cominciamo!”

Kasumi schierò il suo Seaking, un grande pesce dalle squame prevalentemente rosse e un duro corno sul cranio. L’avversario invece scelse un Raichu, la forma evoluta di Pikachu, un grosso topo in grado di generare potenti scosse elettriche. Il pokémon dello sfidante doveva affidarsi unicamente alla stabilità di alcune piattaforme che - galleggiando a pelo d’acqua - davano l’opportunità di lottare anche alle creature terrestri. La prima mossa fu della capopalestra: ordinò a Seaking di avvicinarsi al nemico muovendo l’acqua della piscina sfruttando la mossa Cascata e poi di attaccare con la potente tecnica Megacorno. Raichu fu colpito, ma sembrò reggere bene il colpo e scattò fulmineo su una piattaforma vicina. “Che te ne pare? Megacorno è un attacco pressoché sconosciuto ai più, è stato riconosciuto ufficialmente soltanto da un paio d’anni. Ma io lo padroneggio da ben più tempo; in questo modo i miei avversari fanno sempre fatica a prevedere le mie mosse… e a quanto pare tu non sei da meno!” tuonò spavalda Kasumi. Lo sfidante non sembrava accennare ad alcuna reazione.

I Seaking non sono pokémon particolarmente veloci, ma in quell’ambiente Kasumi era in netto vantaggio: ad un secondo ordine dell’allenatrice il pokémon iniziò a girare rapidamente attorno all’avversario con il tentativo di eludere le sue difese e trovare un punto cieco, per poi gettarsi su di esso con un balzo e finirlo con Megacorno. In quell’istante lo sfidante schioccò le dita tre volte: Raichu afferrò con la sua lunga coda il corno del pesce in una frazione di secondo e iniziò a produrre un quantitativo di energia elettrica incredibile. Le scintille della mossa Fulmine erano addirittura visibili ad occhio nudo per quanto fossero potenti! Seaking si contorse su se stesso, emanando dei versi disumani. Kasumi era intenzionata a tutti i costi a ritirare il pokémon prima che subisse troppi danni, ma per qualche ragione la sua Pokéball non rispondeva ai comandi. Dopo qualche secondo le si palesò davanti uno spettacolo raccapricciante: le squame del pesce saltarono in aria mostrando gli strati muscolari interni; gli occhi gli uscirono dalle orbite e si carbonizzarono poco dopo. Il suo Seaking si estinse, esplodendo in una massa informe di organi interni e tessuto sanguigno. La ragazza non riuscì a reggere il colpo e iniziò a vomitare sconcertata. Lo sfidante schioccò due volte le dita e Raichu gettò la coda in acqua; generando nuovamente potenti scosse elettriche, sfruttò l’arena come un vero e proprio superconduttore: chiunque avesse sfiorato quella piscina sarebbe morto sul colpo fulminato! Dopo alcuni minuti Kasumi, ancora terrorizzata per quanto accaduto, dichiarò conclusa la lotta a causa di una gravissima infrazione del regolamento. Lo sfidante non disse ancora nulla; si limitò a battere un piede a terra. A quel comando Raichu scattò ad una velocità impressionante verso la capopalestra. Dapprima colpì con una mossa elettrica le cinque Pokéball rimanenti, mandandole in cortocircuito temporaneo. Successivamente alzò la coda e, in un battito di ciglia, trafisse la spalla sinistra della ragazza. Ci furono alcuni attimi di silenzio tombale. Ad un certo punto Kasumi iniziò ad urlare per il dolore con le lacrime agli occhi. Il ragazzino iniziò ad avvicinarsi alla capopalestra, proseguendo con passo lento sul bordo perimetrale della piscina. Quando fu a non più di un metro di distanza la ragazza chiese, singhiozzando e strillando allo stesso tempo: “Chi sei?! S-sei stato tu ad uccidere Takeshi?!” Nessuna risposta. Continuò: “Perché stai facendo tutto questo? Che cosa abbiamo fatto per meritarci qualcosa di così orribile?” Ancora silenzio. “Ti prego. Ti prego… non farmi del male. N-non voglio morire. Non posso morire adesso. Ti prego!!” Lo sfidante era ormai accanto a lei. Le stringeva la spalla, ancora infilzata dalla coda di Raichu, che iniziava a perdere una quantità di sangue preoccupante. Kasumi guardò per la prima volta il suo volto. Gli occhi in particolare, sempre oscurati da quel cappello, la colpirono. A un primo impatto sembravano quelli di una persona disperata: anch’egli stava piangendo, e non di certo di dolore! Ebbe l’impressione che stesse soffrendo per tutto il male che stava causando. Ma osservandoli meglio quegli occhi erano in realtà vuoti. Negli anfratti più profondi dell’animo di quella persona regnava il distacco, una condizione disumana che gli conferiva un’aria estranea a questo mondo. Sembrava un essere maledetto, morto da tempo, totalmente deteriorato nel suo io più intimo. Tutte queste sensazioni vennero trasmesse a Kasumi in pochi istanti, come se fossero state effettivamente inviate da qualcuno; qualcuno che stava gridando aiuto con tutta la forza rimastogli.

Il ragazzino alzò la mano: si stava preparando per schioccare le dita un’ultima volta. Fu però inaspettatamente interrotto da una voce maschile: “Tutto ciò è davvero molto interessante. Maledettamente interessante, oserei dire!” Dall’ingresso principale era entrato un uomo alto, vestito in abiti neri ed eleganti e con una costosa bombetta sul capo e che correggeva la sua postura con uno sfarzoso bastone in legno pregiato con rifiniture dorate. Il viso allungato, il naso aquilino e la carnagione violacea comunicavano un’indole astuta e meschina. “Scusate per l’interruzione. Mi presento: il mio nome è Fronesis. Sono un investigatore privato.” Udite quelle parole lo sfidante si mise sulla difensiva: battendo due volte il piede a terra, fece estrarre a Raichu la coda dalla spalla della capopalestra e utilizzò la mossa Fulmine per mettere fuori gioco le telecamere dell’edificio. Fronesis sorrise guardandolo quasi con una certa pena: “Non c’è bisogno di essere tanto irruenti. Perché non provi a rilassarti un po’?” Il ragazzino abbassò ancora più del solito la visiera del cappello, ma non disse nulla. Il detective continuò: “Cosa c’è, hai perso la lingua? O sei solo molto preoccupato? Ti stai forse chiedendo quale sia stato il tuo errore? Come io sia riuscito a intercettarti in tempo? Eppure ti eri assicurato di sigillare magneticamente la porta!” Iniziò a ridere in modo bonario (era piuttosto fuori luogo). “D’accordo. Che ne dici di una scommessa? Voglio lottare contro la tua squadra di pokémon. Nel caso dovessi vincere non solo ti rivelerò come mi sia stato piuttosto semplice trovarti, ma ti lascerò anche andare! In caso contrario però ti metterò fuori gioco per un po’ e ti consegnerò alle forze dell’ordine. Sai, c’è una bella taglia sulla tua testa dopo quello scherzetto alla Palestra di Nibi! Allora, accetti?” Lo sfidante continuò a tacere come aveva sempre fatto. “Non ti fidi eh? In questo caso mi trovo costretto ad aumentare la posta in palio. Guarda: queste sono le mie sei Pokéball. Puoi prenderle!” Le gettò con forza dall’altro lato della piscina “Io combatterò a mani nude. Ti alletta l’idea?”

Lo sfidante - o per meglio dire l’assassino - fu piuttosto colpito da quel gesto nonostante non lo diede a vedere in alcun modo. C’era qualcosa che non gli tornava, ma in quel momento non poteva che stare al gioco e approfittare del primo attimo buono per darsi alla fuga. Era relativamente sicuro di non essere stato visto in faccia, quindi uccidere quel pazzoide non era strettamente necessario. “Oh, giusto. Quasi dimenticavo una cosa: sappi… che vincerò questa battaglia!” Disse sicuro l’oppositore. In quel momento il ragazzino notò quanto fosse sinistra e penetrante la sua voce. C’era qualcosa di inquietante in lui. Schioccò le dita in maniera più lieve rispetto al solito e in un baleno Raichu balzò da una piattaforma all’altra per poi gettarsi alle gambe dell’uomo: era Attacco Rapido. Egli però fece un rapidissimo salto laterale ed evitò il colpo diretto: i suoi tempi di reazione erano fuori dal comune. Il pokémon, infuriato per essere finito con la testa sul pavimento, iniziò a generare potenti scariche ad alta tensione; normalmente avrebbe gravemente ferito chiunque gli si fosse avvicinato! Tuttavia Fronesis avanzò con passo fermo verso la creatura senza fare il minimo sforzo. Prima che il topo elettrico potesse fare alcunché l’investigatore prese con forza la sua coda e la sollevò da terra, poi sorrise compiaciuto. Raichu iniziò a dimenarsi sentendo i propri muscoli atrofizzarsi, poi cadde al suolo rigido e inerte facendo cessare le scosse. L’assassino restò fermo per tutta la scena, poi richiamò la creatura esausta nella sua Pokéball. “È stato piuttosto semplice!” constatò Fronesis “Mi è bastato osservare lo scontro di poco fa contro quel Seaking. Raichu utilizza la sua coda per scaricare la tensione elettrica nel terreno o in un conduttore che poggia su di esso - come l’acqua della piscina o un corpo umano. Se la coda rimane sospesa in aria c’è il rischio che vada in cortocircuito, così com’è successo. Probabilmente non sarebbe bastato così poco in condizioni normali, ma quest’esemplare è più potente di qualsiasi cosa abbia mai visto: e proprio per la sua forza eccessiva mi è stato così semplice metterlo al tappeto! Generando scariche elettriche di tale portata il tuo Raichu deve effettuare la messa a terra costantemente!” Dall’altro lato della struttura il ragazzino continuava a non proferir parola, ma adesso era visibilmente turbato: era sull’attenti, probabilmente intento a ponderare con attenzione le sue prossime mosse. “Ti chiedi perché non abbia riportato ferite? È più banale di quanto pensi! Sapevo di trovarti qui e dal momento che hai utilizzato un pokémon d’Acqua o comunque in grado di sferrare una mossa di quel tipo alla Palestra di Nibi - come rivelato dall’autopsia del cadavere di Takeshi - ho ritenuto che ci fossero alte probabilità che avresti optato per un pokémon di Tipo avvantaggiato per fronteggiare Kasumi. E come sai bene il Tipo Elettro è l’unico adeguato assieme all’Erba. In altre parole c’erano il 50% di possibilità che ti presentassi qui con un pokémon in grado di generare scariche. Di conseguenza non ho fatto altro che conciarmi per l’occasione: tutto il mio vestiario, dai guanti al copricapo, è costituito unicamente da gomma ultra-isolante! Adesso, che ne dici di procedere nel nostro combattimento?” Per circa trenta secondi nessuno dei due disse nulla. Fronesis, evidentemente divertito, osservò: “No? Non vuoi più lottare? Ma come, ti arrendi così? Guarda che potrei offendermi! Aspetta… non dirmi che…” Scoppiò in un’altra risata, ancor più fuori luogo della precedente “Ho capito! Non ci posso credere, che magra figura! E io che credevo che potessi essere interessante! Tu non puoi più lottare, non è così? Tutti i tuoi pokémon evidentemente hanno una stazza troppo grande per sfruttare le piattaforme di questo edificio senza che qualcuno le allarghi meccanicamente come avviene per gli sfidanti regolari e anche il bordo-vasca è troppo sottile. Secondo la mia ipotesi dovresti avere almeno un pokémon d’Acqua, ma ti sei neutralizzato da solo: la piscina esaurirà del tutto l’energia elettrica generata da Raichu tra minimo quaranta minuti! Saresti tentato di venire verso di me e attaccarmi con uno dei tuoi pokémon in modo da sfondare l’ingresso principale, ma hai paura di farlo: hai osservato i miei riflessi all’opera contro l’Attacco Rapido della tua bestia e adesso temi di non essere abbastanza agile. Se è davvero così, sei soltanto uno stupido sprovveduto!” L’omicida adesso era con le spalle al muro; iniziava a tremare e a battere velocemente il piede destro a terra. Fronesis fece un grande balzo in avanti e atterrò su una delle piattaforme galleggianti. Proseguendo in questo modo fu in pochissimo tempo dall’altro lato della piscina, faccia a faccia con il ragazzo: adesso sì, che l’aveva visto in volto! “Direi proprio di aver vinto. Ora, se non ti spiace, preferirei che facessi un riposino: ti ho preso!” Così dicendo alzava il pugno nel tentativo di colpirlo in testa e tramortirlo. Ma proprio in quel momento l’avversario prese una Pokéball dalla tasca e fece materializzare tra lui e l’investigatore un possente drago alato con la coda avvolta dalle fiamme! Fronesis indietreggiò leggermente mentre la possente creatura sfondava il soffitto con un getto di fuoco fuoriuscito dalle sue fauci. Il dragone volò via con in groppa il suo allenatore.

                                    

Alcuni minuti dopo, nei cieli presso Hanada

S.: “Il bersaglio non è stato neutralizzato. Sono stato intercettato. In ogni caso, la missione è andata a buon fine.” -> Invio.

W.: “Sei stato visto in faccia?” -> Invio

S.: “Temo di sì. Invierò i dati sull’intruso al quartier generale il prima possibile.” -> Invio

W.: “D’accordo, per adesso dirigiti Kuchiba come stabilito.” -> Invio

S.: “Ricevuto! Chiudo.” -> Invio

 

 

Fronesis, ancora nella Palestra di Hanada, si esibì in una terza grassa risata: “Meraviglioso! Adesso tutto inizia a quadrarmi! Devo ammettere di averti sottovalutato: non avevo pensato ad una simile evenienza. Eppure era ovvio che avessi ancora un pokémon a disposizione, che ti avrebbe permesso la fuga. Semplicemente non volevi usarlo se non al momento opportuno, in quanto se lo avessi messo fuori gioco saresti stato spacciato. Così hai sfoderato quel Charizard solo una volta avvicinatomi a te. Mi hai fatto credere di aver vinto e in tal modo ho abbassato la guardia. Ma non è certo questo giochetto da due soldi ad avermi sorpreso: no! Tu non hai obbedito a quella cosa! Questo non solo spiega il tuo mutismo ma mi permette anche di ipotizzare il tuo movente. Preparati, misterioso individuo: avrò la mia vendetta. Non posso permettermi di perdere neanche contro un mio simile. La prossima volta sarò ben più prudente.” A quelle parole si introdusse una voce fragile e spenta: “M-m-mi aiuti, la prego!” Era Kasumi, rimasta per tutto il tempo sul lato opposto all’entrata, accasciata a terra, con le lacrime agli occhi e la spalla ferita. Oramai aveva perso molto sangue e iniziava a sentire il corpo venir meno. Con le ultime forze tentava di sopravvivere: “Chiami aiuto!” Fronesis la guardò severo: gli era scemato ogni entusiasmo. Si accovacciò accanto la ragazza e cominciò a parlarle lentamente: “Signorina Kasumi, dico bene? Sa, vorrei tanto venirle incontro. Io sono un suo grandissimo ammiratore! Ho seguito ogni suo evento. Potrei affermare che per me è proprio un onore incontrarla. Però… oh, che cosa abbiamo qui?” Indicò un filamento dei muscoli della spalla ferita, oramai fuoriuscito per quanto il taglio fosse profondo “Ma guardi… il muscolo non è affatto rigido. Lei è rilassatissima, eppure non mi sembra che i nervi siano stati sfiorati. Questo mi porta a credere che lei stia assumendo sostanze che stimolano l’attività muscolare quando posta sotto sforzo e che la riducono quando non richiesto. Ma come? La grande Kasumi, atleta prodigio, ha vinto tutti quei premi tramite sporchi sotterfugi? Questo è un peccato gravissimo!” Si fermò per un attimo, poi riprese con la stessa lentezza: “Il suo alito ha un odore familiare. Le assume attraverso il caffè, non è così? Devo dire che lei non riesce proprio ad accontentarsi. È come una belva che ha un unico pensiero per la testa: deve mangiare, mangiare sempre di più. Lei si nutre con la fama e con i trofei che accumula giorno dopo giorno ed è disposta a tutto pur di raggiungere il suo scopo. La invidio parecchio! Adoro le persone come lei, così determinate. Ma ho idea che se un fattaccio del genere si venisse a sapere la sua reputazione precipiterebbe. Noi non vogliamo che accada ciò, dico bene? Allora senta cosa le propongo: lei adesso morirà qui e io scriverò la sigla “TR” con il suo sangue proprio vicino al suo corpo senz’anima. In questo modo la polizia sarà consapevole che quel ragazzo è il responsabile della sua morte e inizieranno a cercarlo in qualità di assassino seriale. Non appena lo troveranno io potrò vendicarmi della sconfitta subita oggi e lei, mia cara Kasumi, sarà stata utile alla causa. Sarà una martire! Non è fantastico? Oh ma, se rifiuta posso sempre chiamare aiuto. No? Perfetto: allora vado, mia cara Kasumi. Ho alcune informazioni da riferire a un amico.” Era morta dissanguata mentre parlava, circa a metà del discorso.

 

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Capitolo 5 - Temperanza

 

Il treno era incredibilmente silenzioso. Il viaggio a Johto era giunto al termine e tutti i bambini erano crollati in un sonno profondo dopo qualche minuto dalla partenza. Anche la maestra in realtà non dava l’impressione di essere sull’attenti. Gli unici due pasticcioni che tenevano ancora gli occhi aperti erano Red e Green. “Mi sto annoiando a morte!” disse il primo “Ehi Green, giochiamo?”

“E a cosa vorresti giocare qui? Non c’è proprio niente da fare. Al massimo possiamo gettare qualcosa sulla testa della maestra e incolpare Otoko.”

“Non mi pare un buon piano. Che ne dici di questo invece?” Red indicò due passeggeri seduti poco più avanti “Secondo te chi potrebbero essere?”

“Sono soltanto due signori…” Green non aveva di certo un’immaginazione irrefrenabile.

“Non ti stai impegnando per niente! Va bene, inizio io: quello alto sta chiaramente nascondendo qualcosa. Potrebbe essere un agente di polizia in missione per qualch…”

“Agente segreto” lo interruppe l’amico “Gli agenti segreti sono molto più fighi dei poliziotti. E poi ha un grosso cappello a cilindro, tipico degli investigatori eccentrici.”

“Ma… non ha nessun cappello a cilindro!”   

“E allora? Usa l’immaginazione, Red!”

“Mi stai prendendo in giro?”

“Sì. Ora continuo io: lui è qui perché ha ricevuto delle informazioni segretissimissime dai suoi superiori. Si sta recando in un luogo remoto per scambiare queste sue conoscenze con un uomo misterioso. Chissà, magari quest’individuo potrebbe essere d’aiuto all’intera umanità grazie ai suoi segreti. In fondo il nostro agente è davvero una persona giusta e leale.”

“Non si potrebbe dire lo stesso del suo paffuto assistente, sedutogli accanto. Ho come l’impressione che stiano facendo squadra solo per una fortuita coincidenza. Non vedi come sta morendo dalla voglia di addentare un panino al prosciutto?”

“E che mi dici invece della donna in rosa seduta dietro?”

“Oh, brutta storia! È un’anziana signora che ha un ruolo molto importante in un’organizzazione malvagia. Vuole liberarsi del nostro agente per evitare che raggiunga il suo scopo.”

“Ma come fa a sapere che 007 si trova qui? Non sarà stato abbastanza attento a nascondere le sue tracce?”

“Ma cosa dici, Green? Non capisci? La pista su cui stava indagando era soltanto un diversivo! L’organizzazione malvagia lo ha condotto su questo autobus di proposito per osservarlo da vicino e stroncare la sua voglia di giustizia sul nascere!”

“Cosa stai dicendo, Red? Siamo su un treno!”

“E allora? Usa l’immaginazione, Green! Gli autobus sono molto più fighi.” Il bambino fece la linguaccia ed entrambi scoppiarono a ridere.

“Coraggio, lascio finire te, Red: sei sicuramente più bravo a dire stupidaggini.”

“Non offendere il mio estro artistico. D’accordo: l’anziana signora in rosa attacca all’improvviso, sfoderando un Arcanine. L’enorme segugio sputafuoco sfascia il mezzo in corsa con un potente Lanciafiamme. Non sembrano esserci feriti e l’agente riesce a evitare l’attacco con agilità. Decide allora di lottare anche lui (nonostante non lo facesse da tempo) e manda in campo un Sandslash: il riccio di tipo Terra è avvantaggiato sul nemico di Fuoco. Si susseguono scoppi ed esplosioni incandescenti da un lato, terremoti e piogge di detriti dall’altra. Sandslash sembra avere la meglio, ma la donna non fa una piega: si dimostra sicura di sé, tiene sempre lo sguardo sul giovane avversario. Improvvisamente inizia ad avanzare a passi lenti e ponderati verso il pokémon Terra e - con un gesto fulmineo - lo colpisce con il suo bastone da passeggio, che si rivela una potente arma estensibile. Sia l’allenatore che il suo pokémon abbassano la guardia e Arcanine, ferito, ne approfitta per indietreggiare: al comando della padrona afferra tra le sue fauci l’ingenuo assistente, rimasto accasciato a terra dopo il primo attacco, e gli spezza la spina dorsale. In quel momento di disperazione giungono varie pattuglie di polizia attirate dalle forti esplosioni, accompagnate dalle grida di dolore dell’uomo: sono i rinforzi del nostro agente, che soccorrono i due malcapitati. La donna è costretta a fuggire, ma non prima di augurarsi una rivincita! L’assistente ha riportato ferite gravissime e il suo superiore si sente a pezzi; nonostante non l’avesse mai sopportato, soltanto adesso iniziava a capire che non era pronto a vedere altre persone andarsene per sempre.”

“Sei il solito esagerato… E a me Sandslash non sembra un riccio.”

 

Okido non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Assieme a Otoko era stato scortato fino alla vicina città di Nibi dopo quel tragico episodio della mattina precedente. Egli era stato molto fortunato, non avendo riportato ferite gravi; lo stesso non si poteva dire per il suo compagno: quell’Arcanine lo aveva letteralmente spezzato in due. Ora si trovava ricoverato nell’ospedale locale, ancora incosciente. I medici erano sicuri che ce l’avrebbe fatta, ma era probabile che alcune sue funzioni motorie sarebbero state gravemente compromesse. Okido non riusciva a capire perché si sentisse così a pezzi. Non aveva mai dimostrato di provare affetto o anche soltanto simpatia per quella persona; eppure adesso aveva soltanto una gran voglia di piangere. Non era riuscito a fare niente per aiutarlo: il suo Sandslash aveva combattuto bene, ma senza le direttive di un bravo allenatore anche il pokémon più forte ha vita breve in un combattimento così cruento. Oramai si era dimenticato come si lottasse davvero. In realtà, con lui un po’ tutto il mondo l’aveva fatto. Tutti tranne Red, gli venne da pensare. Okido in quel momento si trovava nella stessa città nella quale due giorni prima si era consumato il brutale omicidio del capopalestra Takeshi. Inoltre aveva appena ricevuto la notizia che il giorno precedente, proprio mentre era impegnato a combattere contro quella donna, la capopalestra di Hanada era stata trovata morta nella sua struttura secondo le stesse modalità del primo caso. Stavolta, tuttavia, non erano state lasciate telecamere intatte. Il dubbio atroce che il colpevole di questa serie di omicidi disumani fosse il suo amico d’infanzia lo aveva attanagliato sin da quando era sull’autobus: quel pazzo era sparito dalla circolazione anni prima, nessuno sapeva dove si trovasse in quel momento; ma soprattutto l’assassino non aveva detto una parola, così come Red era sfociato in un inquietante mutismo dopo quel giorno. Certo, poteva essere una coincidenza: magari il colpevole era semplicemente muto dalla nascita, oppure era stato in silenzio per non lasciare tracce neanche sul suo timbro vocale. Però c’era qualcosa che non gli tornava, una sensazione orrenda che gli dilaniava lo stomaco.

“Sei molto pensieroso!” Disse un uomo vestito di nero seduto in sala con Okido, quasi in penombra “Che cosa fai qui in ospedale a quest’ora del mattino?”

“Una persona che conosco è stata ricoverata ieri. Non conoscono la gravità delle sue ferite.”

“Capisco. Brutta faccenda. Ti va di dirmi cos’è successo?”

“Scusi, ma lei chi sarebbe?” Okido non era certo il tipo da mettersi a chiacchierare con un perfetto sconosciuto.

“Oh, che sbadato! Il mio nome è Apollo Loxias e sono il fondatore di questo posto.” Okido sobbalzò dall’imbarazzo.

“M-Mi scusi infinitamente, signore. Non volevo affatto risultare scortese.”

Apollo sorrise. Ora che si era avvicinato erano ben visibili i suoi insoliti capelli turchesi.

Okido continuò: “Ieri mattina siamo stati attaccati da una donna e dal suo Arcanine, mentre stavamo viaggiando in autobus. Era incredibilmente forte: stavolta potevamo seriamente rimanerci secchi.”

“Mh… cosa ricordi di questa donna? Per caso ti ha detto il suo nome?”

“Nulla del genere. Era vestita di rosa e aveva un lungo bastone bianco che ha usato come arma; da quanto ho osservato è probabile che quell’oggetto abbia un meccanismo di molle all’interno che gli permette di allungarlo a piacimento. Ma ciò che mi ha colpito di più è stato il suo atteggiamento durante lo scontro: sicurissima di sé, non un passo falso, non una mossa fuori posto. Era così equilibrata… non so come spiegarlo in realtà. Era…”

“Era la perfetta rappresentazione della temperanza umana.” completò Apollo. “Ma ora dimmi una cosa. Hai detto che siete stati attaccati su un mezzo pubblico, giusto? E cosa ne è stato degli altri passeggeri?”

“Non c’era nessun altro a bordo. L’autista sta bene, fortunatamente: quando la donna ha attaccato il suo Arcanine ha fatto esplodere solo la parte inferiore del veicolo.”

“Che fortunate coincidenze!” A Okido parve di notare un lieve sorriso sul volto dell’uomo. “Grazie per esserti aperto, ragazzo mio. Adesso mi tocca scappare: ti lascio ai tuoi pensieri!” E dicendo ciò si allontanò dalla sala.

Quell’incontro era stato stranamente piacevole. Apollo gli era sembrato proprio una brava persona - e Okido raramente emetteva giudizi di questo tipo. Adesso però doveva interrogarsi sul da farsi. Il suo tentativo di visitare il Monte Otsukimi si era rivelato un fallimento. La spiegazione più logica era che quella donna appartenesse al Team Rocket e che la faccenda dell’estrazione di fossili fosse un’operazione minore utilizzata al doppio scopo di ricavare denaro e di diversivo da usare contro i curiosi. Aveva sottovalutato la situazione: un’organizzazione in grado di violare i sistemi di archiviazione dati di tutto il mondo non si sarebbe di certo lasciata sfuggire i suoi movimenti. Ma come? Come erano riusciti ad intercettarlo così in fretta? C’era sempre qualcosa di strano. Quella maledetta sensazione. Inoltre, ora come ora poteva davvero sperare di sconfiggere il Team Rocket? Si era dimostrato totalmente impotente davanti quel singolo avversario. Doveva diventare più forte! Sì, era questa la strada giusta: “Devo tornare a Yamabuki. Lì devo vedere quella persona, ma sarà meglio non far sapere niente al dipartimento; nel giro di un mese riuscirò a diventare un allenatore degno di questo nome. Satoshi: se hai intenzione di continuare con la tua strage insensata, allora sappi che sarai costretto a rallentare. Ci sono soltanto altri sei capipalestra e presto le tue mosse diverranno facilmente prevedibili. Da Yamabuki posso facilmente raggiungere Kuchiba e Tamamushi, oltre che Shion. Devo soltanto sperare che durante il mio allenamento tu vada abbastanza lento da lasciare scoperta una delle due città, o abbastanza veloce da permettermi di capire precisamente quale sarà il tuo prossimo obbiettivo. E quando ti catturerò mi spiegherai ogni cosa. Otoko: mi dispiace di non essere riuscito a fare nulla per te. Mi sono rivelato proprio un pessimo compagno di viaggio. Ma sappi che la farò pagare a quel demone incarnato! Nulla sarà vano: aspetta solo un altro po’.”

 

Dipartimento Anti-Criminalità Organizzata di Yamabuki

“S-Signore. Come dobbiamo comportarci?” Christie sembrava particolarmente volenterosa in quei giorni. Di certo non era mai riuscita a parlare tanto.

“Come ho già detto, abbiamo le mani legate fino a quando i poteri forti non constateranno lo status di omicida seriale.” Il Commissario Po era alterato per quella faccenda. Ma ovviamente non lo dava a vedere.

“Ma stiamo scherzando? Siamo già al secondo caso di assassinio di capopalestra in due giorni! Si tratta chiaramente di una cospirazione del governo architettata per insabbiare l’orrenda politica internazionale degli ultimi anni!”

“Doiru, sta zitto.” Il commissario non sembrava in vena di idiozie quel giorno.

In quel momento un uomo entrò nella sala: “Posso suggerirvi io che cosa fare? Buongiorno, mi presento: mi chiamo Fronesis, sono un investigatore privato.” Detto ciò, sorrise in modo quasi spasmodico.

 

Luogo imprecisato

“Mia eccellentissima carità.”

“Vedo che sei tornata tutta intera. Dimmi, com’è andata la tua prima mansione?”

“Purtroppo ci sono stati degli imprevisti. Colui che è noto con il nome di Shigeru Okido non ha riportato ferite fatali.”

“Capisco. Ma non è questo l’importante, non devi preoccuparti. Ciò che conta è che tu abbia accumulato esperienza. Credimi quando ti dico che se lo avessimo voluto quel giovane non sarebbe neppure mai venuto al mondo.”

“Sì, mia eccellentissima carità. Attendo ulteriori istruzioni.”

“Va pure, Sofrosine. Ben presto avrai altri incarichi molto importanti da portare a compimento.”

Detto ciò la donna si esibì in un inchino e uscì dalla buia sala.

“Imprevisti. Che ingenua. Mi chiedo se il Messaggio non abbia interferito anche su questo amaro insuccesso. Ma presto tutto finirà.”

 

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Capitolo 6 - Le radici di un conflitto

 

“Takeshi è stato ucciso il 15 novembre. Il giorno dopo anche Kasumi è stata ritrovata priva di vita. Oggi è il 20, è passato molto più di quanto mi sarei aspettato. Mi chiedo che cosa tu abbia combinato in questi quattro giorni. Forse qualcosa non è andato per il verso giusto? Eh, brutto bastard0?”

L’uomo era seduto a terra con le gambe incrociate. Aveva una corporatura robusta, sembrava tenersi molto in forma per uno della sua età. Il portamento militare, i capelli biondi squadrati, lo sguardo fermo e penetrante non lasciavano spazio a interpretazioni: il suo spirito era quello di un soldato temprato dalla guerra. Dall’altro lato dell’arena il ragazzino con la visiera abbassata lo fissava con attenzione. Stava studiando la situazione in attesa di fare la sua mossa.

“Non preoccuparti. Qui ci siamo solo io e te. Dopo aver saputo quello che hai fatto non avrei mai potuto mettere in pericolo i miei uomini come se nulla fosse successo. Ma non credere di ritrovarti di fronte a uno sprovveduto: giocherò tutte le carte che ho in mano per schiacciarti. Ti farò provare un dolore mille volte superiore a quello che hai provocato ai miei compagni.”

Non ottenne risposta. L’intruso si guardava attorno, probabilmente alla ricerca delle telecamere di sicurezza. “Se non hai intenzione di dire nulla allora lascia che sia io ad avere l’onore di fare la prima mossa. Tu lo sai già ma il mio codice morale mi impone di presentarmi: io sono Mathias Surge, capopalestra di Kuchiba specializzato nel Tipo Elettro.” E così dicendo premette il pulsante di un telecomando che estrasse dalla tasca dei pantaloni.

Di colpo dal pavimento fuoriuscirono numerosi cilindri. Il ragazzo indietreggiò rapidissimo: erano dei generatori di corrente ad alta tensione ed egli si trovava proprio nel bel mezzo dei flussi. Un passo falso e sarebbe morto folgorato in pochi istanti. Surge si alzò ed estrasse numerose Pokéball da uno scompartimento che si apriva dalla parete di fondo della Palestra. Dai dispositivi fuoriuscirono decine di pokémon della stessa specie: erano delle sfere metalliche in grado di levitare, con un grande occhio al centro e due calamite collegate al corpo principale; alcune di esse erano organizzate in gruppi da tre. Si trattava di Magnemite e Magneton. I pokémon si disposero in cerchio attorno l’assassino, legandosi tra loro sfruttando la forza attrattiva delle calamite, e iniziarono a ruotare a gran velocità. Avevano generato una vera e propria tempesta magnetica: le orecchie del ragazzo iniziavano a fischiare, quell’attacco gli stava causando un fortissimo mal di testa. La distanza tra i generatori era troppo breve perché potesse schierare un pokémon di grandi dimensioni senza che questo venisse danneggiato dai flussi e lo sciame di Magnemite riduceva ulteriormente lo spazio di manovra. Se voleva uscire da quella situazione doveva pensare a una strategia. I generatori erano quindici, disposti su tre file parallele; se il pavimento fosse stato un piano cartesiano, la corrente avrebbe percorso un tragitto che collegava i cilindri sull’asse verticale e su quello orizzontale. Non li collegava sulla diagonale, o sarebbe stato già colpito in pieno, ne sembrava estendersi al di sopra dei cilindri in quanto non interferiva con i Magnemite. Si delineavano così otto “caselle” approssimativamente quadrate separate le une dalle altre da intensi flussi di corrente. Egli si trovava nella casella di fronte al capopalestra, ma nella fila più distante.

MRJVlCE

Ragionando sulla disposizione di quella trappola mortale al ragazzo balenò in testa un’idea.

Lanciò una Pokéball verso l’alto, al di sopra della schiera di nemici: a mezz’aria si materializzò Raichu. In quell’istante pokémon e allenatore incrociarono i propri sguardi. Non c’era bisogno di parole, la bestia intese subito la strategia del suo compagno osservando la posizione delle sue mani. Invece di toccare il suolo il topo elettrico utilizzò la coda per aggrapparsi ad un Magnemite. Gettandosi in avanti, riuscì a portare il pokémon calamita al di fuori dello sciame principale e atterrò a qualche metro di distanza dal suo allenatore. Adesso Raichu e Magnemite si trovavano in una “casella” della trappola differente da quella iniziale, si erano spostati in avanti a sinistra. Surge osservò la posizione del mostro avversario e si preparò al contrattacco. Si diresse di nuovo verso la parete di fondo per scegliere la sua prossima arma. Quando si voltò, però, l’assassino era di fronte a lui. Tirò un pugno sorprendentemente potente per un ragazzino e il capopalestra cadde al suolo, di fianco. Il tonfo ruppe in mille pezzi il telecomando con cui prima erano stati attivati i flussi, che si dissolsero.

Ancora un po’ intontito Surge si rialzò. Il ragazzo aveva adesso indietreggiato, recuperato la Pokéball di Raichu e ritirato il suo compagno. Lo sciame di Magnemite e Magneton era già stato messo fuori gioco. Inizialmente il capopalestra non aveva realizzato: era stato tutto incredibilmente veloce, non aveva avuto il tempo di riflettere. Ma per uno specialista del Tipo Elettro non era così difficile capire le dinamiche dell’accaduto: “Un condensatore, eh?”, fece rivolgendosi al ragazzo. Aveva ragione: la coda di Raichu e la calamita di Magnemite si erano inserite nel flusso di corrente e avevano funto da armature di un condensatore. La cosa era possibile perché entrambi erano pokémon elettrici. Il condensatore è un elemento circuitale che permette il passaggio di corrente e che tuttavia costituisce quello che in gergo viene chiamato “aperto”. Se la corrente che circola supera la capacità portante del condensatore, lo spazio vuoto tra le armature interrompe il flusso e genera un cortocircuito. Sfruttando questo principio era quindi possibile disattivare in una sola mossa ben cinque generatori, quelli disposti in serie su una riga. La sequenza minima di mosse da compiere, perciò, era la seguente: generare un condensatore per disattivare la seconda riga, avanzare nella seconda casella, generare un condensatore per disattivare la terza riga (questo avrebbe riattivato la seconda, quindi i movimenti dell’allenatore e di Raichu dovevano essere perfettamente sincronizzati), avanzare. Questo era l’unico modo per sconfiggere la trappola e quel ragazzo era riuscito a capirlo in pochi secondi.

“Sei stato impressionante”, affermò Surge (lo pensava davvero), “Ma la vera battaglia inizia adesso, bastard0.” Il capopalestra schierò all’unisono quattro pokémon: Magnezone, un ammasso metallico simile a un disco volante generatosi dalla fusione dei tre corpi che formano un Magneton; Electabuzz ed Electivire, due enormi scimmioni in grado di generare corrente ad alto voltaggio; Jolteon, evoluzione di Eevee di Tipo Elettro dalla pelliccia altamente ionizzata. Quella squadra aveva il potenziale bellico di dieci plotoni. Alcuni di quei pokémon non erano nemmeno originari della regione: Surge aveva girato il mondo con quei suoi fedeli alleati. L’assassino, come di suo solito, schierò un singolo pokémon: era Venusaur, un mastodontico rettile quadrupede sul cui dorso cresceva un bellissimo fiore dalle tinte rosacee. Poteva sembrare una mossa sciocca, ma aveva senso nell’ottica di chi si crede di molto superiore all’avversario: se avesse mandato sei pokémon contemporaneamente la situazione sarebbe stata caotica e difficile da prevedere. In questo modo i pokémon nemici avevano soltanto due possibilità: attaccare Venusaur o scagliarsi contro il suo allenatore. Per prevenire il secondo scenario Venusaur, rispondendo ad uno schiocco di dita del compagno, creò una barriera di resistenti radici che fuoriuscirono dal terreno racchiudendo l’allenatore in una sorta di bozzolo: un uso inconsueto della mossa Radicalbero. Da uno spiraglio frontale l’assassino poteva osservare e dirigere lo scontro. A schierarsi in prima linea furono Electabuzz ed Electivire. Nonostante fossero di Tipo Elettro conoscevano le mosse Fuocopugno e Gelopugno (Tipo Fuoco e Ghiaccio), entrambe devastanti per un Tipo Erba come Venusaur. Sulle retrovie Jolteon attaccava sparando i suoi rigidissimi peli ionizzati sul nemico: colpiva così con la mossa Missispillo senza esporsi a inutili rischi. Magnezone levitava al di sopra dell’arena grazie ai suoi campi magnetici; attendeva il momento giusto per colpire il bozzolo di radici. La battaglia entrò in fase di stallo per alcuni minuti: Venusaur riusciva a colpire i due oppositori più vicini sfruttando radici e le due grosse liane che gli sporgevano dalla base del fiore, ma allo stesso tempo aveva incassato numerosi pugni. Mentre Electabuzz sembrava iniziare a cedere, il più robusto Electivire sembrava essersi appena riscaldato.

La situazione ebbe una svolta quando Venusaur, utilizzando le sue liane, deviò i proiettili di Jolteon verso l’alto creando una breccia nel soffitto. Il sole del tardo pomeriggio filtrò nell’arena: era un enorme vantaggio per il rettile! Utilizzando la mossa Sintesi il fiore che aveva sulla schiena poteva infatti convertire in energia la luce solare. Sarebbe stato più efficacie nelle ore più calde della giornata, ma quella tecnica bastava per rendere Venusaur praticamente imbattibile. Surge se ne accorse molto presto: in men che non si dica una radice colpì duramente Electivire e mise definitivamente fuori gioco il suo compagno, che il capopalestra riuscì fortunatamente a ritirare in tempo. Ma l’uomo non si perse d’animo. Aveva avuto un’idea: “C’è uno spiraglio. Ma non esiste vittoria senza sacrificio.”

A un suo ordine Jolteon scattò in avanti e si diresse con Electivire verso il nemico. Dovevano avvicinarsi il più possibile per poi rilasciare un grandissimo quantitativo di scariche elettriche. Mosse come Tuono o Sprizzalampo sarebbero state sufficienti. Venusaur non indietreggiò e anzi si preparò a ricevere il colpo. Delle radici fuoriuscirono dal terreno. Entrambe le parti colpirono il bersaglio. Ma se Venusaur non sembrava che aver riportato lievi ferite, la spalla della scimmia elettrica era stata interamente trafitta mentre Jolteon giaceva al suolo. Aveva vinto. Si preparava a utilizzare nuovamente Sintesi. Ma un brivido percorse i muscoli della bestia: faceva fatica a muoversi. Surge dall’altro lato dell’arena sorrise trionfante mentre ritirava nelle proprie Pokéball i due compagni esausti: “Il tuo pokémon è stato paralizzato. E non solo: il tempo che impieghi per curarti con la luce solare, quello che intercorre tra una fuoriuscita delle radici e l’altra, tutto quanto volge a mio favore. Sarai troppo lento per fare qualsiasi cosa. Magnezone, adesso!” Il pokémon calamita aveva avuto tutto il tempo di raggiungere il bozzolo che proteggeva l’assassino. Con Venusaur intento a recuperare era assolutamente indifeso. Quello di Electivire e Jolteon era stato un diversivo suicida. Era finita: Magnezone canalizzò un raggio di energia luminosa e lo sparò sull’involucro di radici, che esplose in mille pezzi.

Fu solo dopo alcuni istanti che il capopalestra se ne accorse: quell’involucro era vuoto. L’assassino era dietro di lui. Per tutta la durata dell’incontro le radici di Venusaur avevano scavato le fondamenta della Palestra. Dal bozzolo avevano creato un tunnel che aveva permesso all’allenatore di muoversi indisturbato per poi risalire e coglierlo alle spalle. Non avrebbe mai potuto accorgersene: l’avversario era stato silenzioso come sempre, non era strano che non avesse detto una parola. Improvvisamente iniziò a sentire freddo. Aveva una lama conficcata nel petto.

 

 

Sembrava un giorno come tanti altri. Alla base erano tutti quanti indaffarati nelle proprie faccende. Le nuove reclute si stavano adattando a quell’ambiente caotico. Alcuni soldati giocavano d’azzardo all’insaputa dei superiori, molti dormivano, i più volenterosi si allenavano e davano una mano nella manutenzione della struttura. Due giorni prima erano arrivati dei rifornimenti alimentari dall’entroterra e tutti erano più sereni del solito. Verso le tre giunse la notizia: un aereo americano era stato intercettato presso lo stretto di Bering; i prigionieri - tre soldati semplici e il pilota - sarebbero stati portati alla base a momenti. Ad arrivare però fu soltanto uno: i soldati si erano suicidati lungo il tragitto per non rivelare informazioni al nemico. Il pilota, un ragazzo alto e magro dai capelli dorati, fu accolto dalle truppe giapponesi con insulti e sputi. Venne condotto in una cella nei sotterranei della fortezza. Trascorse molti giorni senza che nessuno gli rivolgesse la parola e dovette andare avanti con un misero pasto al giorno. Ebbe una paura indescrivibile. Temeva di essere dimenticato lì. Ma ancor di più temeva le torture che avrebbero potuto infliggergli i giapponesi. Aveva deciso che qualsiasi cosa gli avessero chiesto avrebbe risposto. Onore? A che serve l’onore da morti? Ma poi si chiedeva: che cosa avrebbe detto se gli avessero chiesto qualcosa di cui non era a conoscenza? Gli avrebbero creduto? E se invece per sicurezza avessero provato a torturarlo? Vomitava al solo pensiero. Egli era solo un giovane pilota: non era così che avrebbe voluto trascorrere la sua vita. Fino a pochi anni fa gli era ancora concesso di fare tutto quello che voleva. Dove erano finiti quei giorni in cui poteva permettersi di festeggiare tutta la notte con i suoi amici accompagnato da un bel boccale di birra? Avrebbe voluto trascorrere un’esistenza semplice come quella, senza pretese o ambizioni, e invece adesso si trovava coinvolto in questo eterno conflitto. La birra in quei momenti gli mancava davvero tantissimo.

Non seppe dire da quanto era dentro quando lo vennero a trovare per la prima volta in cella. Settimane? Mesi? Il tempo lì dentro non aveva significato. Ma ad un certo punto arrivò. Era un ragazzo giovane e in forma. I capelli mossi che facevano filtrare la luce solare dall’esterno della cella gli conferivano un aspetto etereo. Ma ciò che più colpì il prigioniero furono i suoi occhi. Profondi, freddi, indecifrabili, era possibile cogliere al loro interno infinite sfumature di colore. Era ipnotizzato: sarebbe potuto restare a fissare quegli occhi in eterno. “Alzati! Abbiamo delle domande da farti.” Anche la sua voce era singolare. Sembrava toccare frequenze diverse da quelle dei normali esseri umani. Una sensazione difficile da esprimere a parole.

Il pilota si affrettò a seguire quell’uomo. Aveva a malapena la forza di reggersi in piedi ma in quel momento non ci fece caso. Fu attirato come un magnete dal carisma di quella persona. Quando arrivò nella sala dell’interrogatorio tornò in sé: a dirigere la serie di domande era un altro soldato, un anziano signore che dava tutta l’aria di non essere granché sveglio. Il ragazzo dagli occhi ipnotici aveva il fianco appoggiato a una parete e seguì tutto con grande attenzione. In meno di un’ora il vecchio terminò il suo lavoro e rispedì il prigioniero in cella: non era emerso nulla di interessante. Si trattava soltanto di un gruppo di sprovveduti che si era convinto di poter attraversare la frontiera in volo per fare colpo sull’esercito. Eppure chiunque sa che le temperature sono troppo basse in quel punto per una traversata del genere. Riassaporata la libertà per così poco, il pilota doveva ora tornare in quella buia topaia per chissà quanto altro ancora. E se fosse rimasto lì per sempre? Tremava. Ma il suo soggiorno da quel momento sarebbe stato molto più piacevole.

Pochi minuti dopo il suo rientro una voce lo chiamò: il ragazzo di prima era tornato. “Allora, ti va di ricominciare? Perdona quel vecchio rimbambito per aver gestito così male l’interrogatorio. Deve essere sfinito da così tanti anni di servizio.”

“Che cosa vuole? Ho già detto tutto quello che sapevo.” Il prigioniero era consapevole che, a prescindere dall’impressione che quel ragazzo gli aveva fatto, stava pur sempre conversando con un giapponese. Non era nella posizione di poter rispondere a tono ma era almeno necessario sondare le intenzioni del nemico.

“Hai solo risposto a tutto quello che ti hanno chiesto. Come ti chiami?” Nel mentre si accendeva una sigaretta.

“Surge. Mathias Surge. È così importante?” Non capiva che cosa quel personaggio stesse davvero cercando.

“Certo che è importante. I nomi rivelano molto delle persone. Il tuo ad esempio vuol dire “dono della divinità”. Lo sapevi?”

“No. In realtà no.” Non aveva mai pensato al significato del suo nome.

“È un bel nome: dovresti andare fiero del significato che porta. Nei nomi sono contenute le aspettative che le nostre famiglie ripongono in noi. Per questo dobbiamo impegnarci affinché i loro significati si concretizzino nelle nostre vite.”

“Lei come si chiama?”

“Aka. Furiko Aka. E puoi darmi del tu.” Sorrise. Il suo volto non si limitava a ispirare fiducia. Era come se conoscesse quel ragazzo da una vita. Avrebbe potuto confessargli i suoi segreti più intimi senza sentirsi a disagio.

“E che cosa vuol dire, il tuo nome?” Ci fu una pausa.

“Nulla. Purtroppo non vuol dire nulla. Solo una serie di caratteri privi di significato. Evidentemente la mia famiglia non ha mai riposto nessuna speranza in me. Per questo ti dico di andare fiero del tuo. Sembri molto giovane. Quanti anni hai?”

“20. Sono dovuto entrare nell’esercito due anni fa.”
“Tu pensa! Abbiamo la stessa età. La guerra deve essere stata davvero dura. Io sono arrivato alla fortezza solo da qualche mese. Ho trascorso quasi due anni nei territori interni, dove i disordini sono più rari e facili da sedare.” Gli porse una sigaretta. Mathias, un po’ imbarazzato temendo di essere scortese, accettò.

“Siete stati voi giapponesi a iniziare tutto. La vostra mania di dominio ci ha portati alla rovina. Avete ucciso, derubato, bombardato. Mia madre è stata uccisa da un soldato della tua nazione. Dimmi: come faccio a soddisfare le aspettative che aveva riposto in me se lei è morta?” Si era aperto. Tutto ciò che pensava di quel conflitto era uscito fuori. Furiko sorrise ancora.

“Credi che siano stati i giapponesi a far scoppiare la guerra? Dimmi una cosa: quando sei arrivato alla base hai avuto modo di dare un’occhiata alla gente che abita in questa fortezza. Chi hai visto? Gente arrabbiata, gente stanca, gente onesta e gente terribile; sono sicuro che te ne avranno dette di ogni tipo. Ma per caso hai visto anche gente soddisfatta della guerra? Credi davvero che anche solo un soldato nell’intera nazione non speri che quella di domani sia l’ultima battaglia? A causare la guerra non sono stati né i giapponesi né gli americani, bensì il Giappone e l’America. Forze superiori e interessi volatili che possono essere compresi soltanto dalle persone che realmente hanno il potere di decidere le sorti di questo mondo. Noi tutti viviamo nel sogno di gloria di quelle persone. L’unica cosa che possiamo fare è adeguarci. Tuttavia questo non vuol dire annullare il proprio codice morale ed essere in balia delle circostanze. Al contrario la virtù è l’affermazione dei propri valori in contesti avversi. In altre parole, io credo che anche in periodo di guerra, in una fortezza nemica, un americano e un giapponese debbano poter discutere senza che la dignità di nessuno venga schiacciata dall’altro.” Mathias era stato muto per tutto il tempo. L’eloquenza di quel ragazzo era fuori dal comune. Come riusciva ad apparire così puro in mezzo a tanto orrore? Per la prima volta nella sua vita stava invidiando una persona. Aveva deciso che voleva essere come quel soldato giapponese.

Furiko continuò: “Toglimi una curiosità. Come speravate di fare? Ad attraversare lo stretto con quell’aeroplano, intendo. Non credo che foste davvero così sprovveduti.”

“Io sono un pilota e un meccanico. Avevo scoperto che sfruttando l’energia elettrica prodotta da alcuni pokémon è possibile evitare che il motore si spezzi a causa del freddo. Il mio fidato Raichu, però, è morto durante il tragitto. Non è stato abbastanza forte.”

“Interessante. Ma non dirlo in giro: una fonte energia del genere facilmente può essere utilizzata come arma.” Ci fu un breve momento di silenzio. L’aria si fece leggermente pesante: “E perché non ti sei suicidato?” A Mathias raggelò il sangue. Il modo in cui aveva detto una cosa tanto pesante, così naturalmente, aveva dell’inquietante. “I tuoi compagni hanno deciso di porre fine alle loro vite. Perché tu non hai fatto lo stesso? Detto in altro modo: cos’è che ti spinge a vivere?”

Mathias non sapeva cosa rispondere. Aveva deciso di vivere semplicemente perché era un codardo. Non aveva mai pensato che ci dovesse essere un motivo per vivere. Si vive e basta, no? O forse quella era la scusa che si raccontava per non aver mai avuto uno scopo? Adesso per la prima volta, però, un obiettivo ce l’aveva: doveva diventare come lui. Ovviamente il ragazzo non disse nulla di tutto ciò.

“E tu invece? Che cosa ti spinge ad andare avanti?”
“Anche la mia famiglia è morta sotto i bombardamenti. Ma nella mia regione, a Kanto, in una piccola cittadina di campagna, c’è una persona che mi sta aspettando. Quando tutto questo sarà finito mi piacerebbe vivere tranquillo con lei. Ora però devo pensare al mio ruolo qui: non esiste vittoria senza sacrificio; e a tal proposito devo salutarti. Verrò a trovarti ogni giorno, fino a quando non sarai fuori di lì. A domani!”

 

La guerra terminò tre mesi dopo. Con un trattato di pace l’Unione Americana Settentrionale cedeva la propria sovranità alla Repubblica Nazionale del Giappone. Le politiche di integrazione volute dal governo della RNG permisero a centinaia di soldati americani di arruolarsi nell’esercito nazionale. Mathias Surge scalò in pochissimo tempo le gerarchie militari, divenendo Luogotenente. Mantenne aperti i rapporti con Furiko, che intanto si era sposato e aveva abbandonato la carriera militare. In seguito all’ondata pacifista degli anni ’90 e allo sfoltimento dell’organico militare anche Mathias appese il fucile al chiodo e aprì la sua Palestra a Kuchiba, nel Kanto.

 

 

Il primo incontro con Furiko gli passò davanti in pochi attimi. Sentiva l’anima lentamente fuoriuscire dal corpo: “La verità è che da quando sei morto non ho più nessun motivo per vivere. Ma ora che è qui vicino a me, ora che ha affondato una lama nelle mie carni, ora che riesco a guardarlo negli occhi ne sono sicuro: questo è il demone che ti ha ucciso. Non è vero, Furiko?”. Con le sue ultime forze Surge si rivolse al ragazzo urlando: “Stai sottovalutando la forza di un soldato, bastard0! Il codice è “Stretto di Bering”!” A quelle parole dalle pareti fuoriuscirono centinaia di grosse sfere bianche e rosse. Sembravano delle Pokéball, ma erano troppo grandi. Erano Electrode: un pokémon elettrico utilizzato in guerra per la sua potenza esplosiva. L’intero edificio saltò in aria.

 

Modificato da Yotin

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Capitolo 7 - Fondamenta

 

Purtroppo per motivi a me ignoti non riesco a copiare il testo di questo capitolo senza che il forum mandi al diavolo il formato. Se qualcuno sa come risolvere me lo faccia sapere.

Intanto, il capitolo è reperibile qui: click

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