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[Dany1899] Tra pensiero ed azione (titolo provvisorio)


Dany1899

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Prima premessa: non ho la più pallida idea di che titolo scegliere per questo racconto in più capitoli; quello inserito nel titolo della discussione è completamente casuale, perché di solito scelgo il titolo al termine del racconto. Questo però è il mio terzo esperimento in totale di un racconto a parti e pertanto ancora non saprei che titolo assegnare.


 


Seconda premessa: non so quanto verrà  lungo né quando lo continuerò considerando impegni di diversa natura. Quindi presumo che presto molti di voi dimentichino quanto letto. Spero però che qualcuno mi possa dare una mano nel darmi suggerimenti. In special modo sarei contento se mi indicaste i punti che secondo voi sono più interessanti, quelli che vi hanno colpito maggiormente e quelli che invece stonano con il resto della storia oppure quelle più noiose.  Affinché un racconto sia bello, secondo me, deve avere tre requisiti necessari (ma non sufficienti). Uno è l'inizio, un altro è la fine. Se qualcuno dunque ha del tempo libero per darmi una sua opinione ne sarò molto grato.


 


Veniamo però al testo, ho scritto fin troppe premesse :D


 


Capitolo 1


Verità , menzogna. Malignità , benevolenza. Supporto, truffa.


Quanto è grande, quanto è marcata la differenza fra queste parole così differenti? Apparentemente sembrano essere fra loro diametralmente opposte, anzi incompatibili. Chi tende la mano per porgere una moneta verso un povero mendicante, immobile per fingere di essere una statua, non sempre compie questo gesto con l’intenzione di seguire l’insegnamento di Gesù di Nazareth “Ama il tuo prossimo come io ho amato teâ€; talvolta lo fa perché ha appena ricevuto venti centesimi di resto, altre volte perché desidera una foto ricordo con quel simpatico essere umano, così diverso ma simile. E, purtroppo, anche chi tende la mano dalla parte opposta qualche volta non si fida realmente di chi giunge in suo soccorso. Che abbia ragione a farlo? A  volte sì, dopotutto, ma come può capire quale sia quel momento in cui è lecito dubitare?


Le parole si susseguono, una dietro l’altra, connesse fra loro, inconcludenti oppure riunite in un modo peggiore di quel che possa fare un cuoco al termine della giornata lavorativa, quando con gli avanzi prepara il polpettone del giorno successivo. Un esempio poco opportuno, lo posso confermare, ma in fin dei conti le parole non sono altro che mezzi con cui sopravvivere, come il cibo è per il nostro corpo un ingrediente fondamentale alla sua esistenza sul pianeta Terra.


Io stesso so quanto ciò sia vero, ma non posso fare a meno di odiare momenti come questo. Tutto turbina vorticosamente, tutto si sussegue ininterrottamente, ripetendosi sempre identico a se stesso, senza preoccuparsi affatto di questa ripetizione. Come sempre, anche questa volta sento le ginocchia iniziare a cedere. Kylton, notando il sopraggiungere del mio consueto momento di affaticamento mentale, mi allontana prontamente dall’imprenditore con cui stavo parlando. La scusa è sempre la medesima, come il suo effetto, d’altronde: dalla nascita un’aritmia cardiaca, che se non curata mi porterebbe alla morte, mi costringe a patire le pene dell’inferno, per fronteggiare le quali sono costretto a prendere una pillola appena si manifestano i sintomi della malattia; Kylton, naturalmente, deve accompagnarmi in bagno, non essendo io in grado di raggiungerlo con le mie sole forze, quando l’attacco si presenta.


Arrivato alla toilette, mi sforzo di chiudere la porta, per la preoccupazione che in una festa come questa qualche altro invitato abbia delle necessità  impellenti – comprensibili, considerando la quantità  industriale di cibo messa a disposizione dall’architetto che domani inaugurerà  un nuovo grattacielo, destinato ad essere  sede della Pyro Engineering Co., la casa produttrice di software più famosa al mondo - . Ultimata questa piccola, forse inutile preoccupazione, mi arrendo al sapore acido del succo gastrico che risale dall’esofago e le poche tartine che ho assaggiato sono di nuovo davanti a me. Per evitare una reazione a catena tiro lo sciacquone e, barcollando leggermente, mi ritrovo a sbattere la spalla destra contro il muro. Kylton, sentendo il rumore ed immaginando bene la mia attuale condizione, si sincera subito di essa: «Hai bisogno di una mano?». Non appena, però, gli rispondo che tutto sommato sono in grado di reggermi in piedi, si sincera di ciò che realmente gli preme. Come se non avesse ancora imparato a farlo subito, senza perdere tempo in ciò che per lui non ha alcuna valore. «Allora, sei già  riuscito a trovarlo oppure no? Non abbiamo più molto tempo, se non te lo sei dimenticato abbiamo il volo prenotato per le 4 e non possiamo trattenerci per più di un’ora» mi dice più velocemente del solito, chiaro segno della sua ansia.


Riaprendo la porta, fisso i miei occhi sui suoi, solo all’apparenza verde smeraldo, ma ormai profondamente morti dentro, come egli stesso lo è. Anche io, purtroppo, sono morto dentro ed è per questo motivo che abbasso lo sguardo, concentrandomi sulla sua cravatta verde a pois gialli per lasciare che questi pensieri si perdano in qualche area del mio cervello. «Forse crede di essere in una botte di ferro e pertanto questa missione potrebbe rivelarsi più difficile del previsto». Dopo essermi risciacquato il viso, vedo con mio dispiacere i miei occhi. «Non ho tuttavia ancora svelato il mio asso nella manica. Credo di essermi ristabilito, possiamo tornare ad immergerci in questa odiosa festa».


Il tempo stringe e, di conseguenza, alle parole devono seguire i fatti. Che poi anche i fatti siano parole è soltanto secondario. Mostrandomi con un atteggiamento tale da far credere che oggi il mio cuore stia faticando più del solito, decido di congedarmi dall’architetto in anticipo dell’ora prevista da Kylion. Mi congratulo per la sua eccellente opera, per la sua splendida villa e per la festa. Il mio obiettivo è un altro,non posso intrattenermi troppo con lui, benché ciò sia scortese, considerando il pregio di aver potuto partecipare ad una festa riservata.


Con la coda dell'occhio, infine, lo vedo chinato sul tavolo, mentre riempie il suo piatto - chissà  quante volte già  svuotato - con il poco caviale ancora rimasto a disposizione. Non appena mi vede avvicinare, Jart prova ad allontanarsi: il suo comportamento, tuttavia, è naturale, considerando che in tali occasioni una persona invitata all'ultimo e poco conosciuta nell'ambiente può rappresentare un rischio. La scusa per parlargli, però, è già  stata preparata da tempo per l'occasione, come ultima risorsa, nel caso in cui non fossero bastate le sue conversazioni con gli altri convitati.


«Mi scusi se la disturbo. A causa di un malessere devo a malincuore lasciare questa festa, ma non potevo non parlare almeno una volta con Jart Russell, uno dei più famosi programmatori di software d'America.» Notando un suo timido cenno, indice di un complesso di inferiorità  o di superiorità  a seconda dell'interpretazione che uno può dare, cerco di non far cadere il discorso. «E non si mostri modesto, senza i suoi software i computer di tutto il mondo non sarebbero  quel che sono. Anzi, a proposito, sono vere le indiscrezioni secondo cui è ormai pronto al rilascio un sistema operativo rivoluzionario?».


Non può non confermarlo, benché diffidi di me apertamente. Ed infatti lo conferma, rivelandomi anzi che il suo rilascio ufficioso è previsto per la prossima primavera. Non è però questo ciò che mi interessa veramente, ma devo fare in fretta: ho ancora almeno altre dieci persone sa salutare e, anche se le trovassi riunite in gruppi, mi servirebbe almeno mezz'ora prima di andarmene. Vengo infine al punto cruciale, su cui nessun altro si è interessato o, se lo ha fatto, non rappresentava per Jart una possibile minaccia. «Ha sentito però degli ultimi furti di software avvenuti con modalità  del tutto sconosciute? Da un giorno all'altro sono spariti improvvisamente e messi in commercio illegalmente.  Immagino, però, che lei abbia preso tutte le precauzione migliori, vero?». inizia, finalmente. Il pesce ha abboccato. Non mostra eccessiva agitazione e tranquillamente mi conferma di avere la situazione completamente sotto il suo controllo, spiegandomi come abbia utilizzato un intricato complesso di chiavi di decodificazione collegate ad un sistema antifurto all'avanguardia.


La missione è conclusa e anche questa volta brillantemente. Dopo essermi ancora complimentato con Jart ed averlo salutato, rivolgo la mia attenzione agli altri convitati con cui ho avuto il piacere - anzi, il dispiacere, mio malgrado - di parlare durante la serata, essendo costretto dalle buone norme della società  a porgere loro i miei più falsi saluti.


â—â—â—


Anche questo decollo è stato superato. Ogni volta sembra che la mia capacità  di resistenza allo stordimento causato dallo sbalzo di pressione peggiori costantemente. Pare, tuttavia, che anche oggi debba fare a meno del sacchetto che l'hostess mi ha appena portato, notando il pallore finto troppo accentuato del mio viso. Fortunatamente per lei non è possibile immaginare che questo colore sia in realtà  dovuto alla maschera che devo indossare. Se però potesse toglierla, vedrebbe il biancore provocato dal disgusto che provo per ciò che nuovamente ho fatto. Ogni volta mi dico che è l'ultima, ogni volta capisco che in realtà  non è mai l'ultima. Il tempo passa, tutto dovrebbe cambiare, ma io resto sempre lo stesso. Un codardo, un vile. Un essere umano, insomma, ma della peggior specie, perché ho le possibilità  per cambiare ciò che resta sempre uguale.


Oggi l'America, oggi Jart, domani chissà  quale continente visiterò e quale persona dovrò incontrare. Ormai per me questo rappresenta la vita. Forse è anche giusto che sia così, se si assume che niente deve cambiare. Sorvolando gli Stati Uniti si possono vedere catene montuose, città , deserti, fiumi. Nel corso dei millenni sono profondamente cambiati, eppure ora sembrano immutabili. La mia riflessione è relativa, mi si potrebbe giustamente obiettare, dal momento che nel corso di una singola vita umana è assurdo ipotizzare grandi cambiamenti a livello geografico. Eppure è altro ciò che mi preoccupa, è un qualcosa che da millenni è rimasto immutato nella maggior parte delle circostanze ed i pochi, rari casi in cui si è presentato diverso sono talmente oscurati dalla negatività  degli altri che sembrano non avere alcun peso.


La filosofia, al liceo, era la materia che più detestavo, mentre ora credo che chiunque, se potesse leggere nei miei pensieri, mi definirebbe un filosofo - da quattro soldi, tra l'altro - .  Allora credevo che discutere sull'Io penso di Kant, sulle improbabili teorie fisiche di Cartesio e sulla classificazione delle idee complesse di Locke fosse una significativa perdita di tempo. E lo penso ancora, non lo rinnego. Ritengo molto difficile che un essere umano, nella limitatezza delle sue capacità , risolva quesiti simili. Ma il suo pensiero non deve mai terminare di esiste renella mente umana. Il pensiero è infatti l'ultima risorsa rimanente agli uomini per cambiare ciò che non vuole - o, meglio, non si vuole - cambiare.


Un annuncio comunica l'inizio del volo sull'Oceano Atlantico. Gli Stati Uniti sono già  un lontano ricordo. Fra qualche giorno l'attenzione dei media sarà  concentrata sul caso Jart, ma io dovrò pensare ad altro. Perché, purtroppo, i miei pensieri si sono ridotti a questo, ad eccezione di questi momenti in aereo, quando invece di rilassarmi capisco ancora più profondamente la desolazione della mia vita. E, soprattutto, delle mie capacità  così male impiegate. Mi è tuttavia impedito di agire diversamente. Ogni tentativo di ribellione sarebbe inutile.  Sono pertanto costretto a seguire gli ordini impartiti ed in un certo qual modo di controllarli dall'interno, per quanto possibile, fino a quando ciò sarà  possibile, cioè, tradotto in termini più semplici, ancora per poco.


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