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[Ashura_exarch] I am legend [Capitoli 1-*]


Ashura_exarch

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PROLOGO


L'uomo osservava il gruppo di pokemon. Tra quelle montagne era facile nascondersi, per cui non aveva avuto problemi. Era proprio una bella giornata, per cui era normale che fossero tutti fuori. E ciò non poteva che facilitargli il lavoro. Era a circa una quindicina di metri sopra di loro, per cui godeva di un'ottima visuale. La sporgenza che lo nascondeva era anche bella grande, non aveva avuto difficoltà  a ripararsi. L'unico inconveniente semmai era il vento, che a quell'altitudine soffiava davvero forte e rischiava di esporlo, ma per fortuna faceva talmente tanto rumore che copriva qualsiasi suono dell'uomo.

Aveva passato molto tempo a studiare la gerarchia di quei gruppi, e aveva capito che quella era una delle cosiddette "squadre d'esplorazione". Aveva recuperato quel libro da una delle ultime biblioteche che aveva visitato, e gli era tornato molto utile; era anche stato fortunato perché la maggior parte dei manoscritti era irreparabilmente compromessa. Era stato scritto un centinaio di anni prima o poco più, quando ancora gli umani erano numerosi, e quando già  i pokemon avevano creato una società  a sé da molto tempo.

Quella però non si poteva definire esattamente una squadra d'esplorazione normale, era più una famiglia. Del resto, stando a quel che diceva il libro, quale squadra d'esplorazione vivrebbe tra le montagne più sperdute di quel mondo maledetto? Non era certo una famiglia formata da legami di sangue, quei pokemon erano tutti di specie troppo diverse tra loro, ma costituivano lo stesso una famiglia. Neville era abbastanza empatico da averlo intuito. Neville si ricordava di aver avuto una famiglia anche lui, molto tempo prima, ma ormai apparteneva tutto al passato. LUI era il passato. Lui era l'ultimo uomo, l'ultimo rappresentate della sua specie. Della specie umana.

Una piccola fitta al petto gli ricordò che doveva prendere la pillola. Estrasse il barattolino di tasca, tolse il coperchio e se ne lasciò cadere una in mano. Una volta che la ebbe ingoiata, guardò all'interno del barattolo. Ne erano rimaste solamente quattro. Erano scadute, ma aiutavano, e soprattutto erano le ultime che aveva. Il tempo stringeva, doveva applicare il piano al più presto. Stando alle informazioni che era riuscito a recepire aveva poco tempo per metterlo in atto.

Più osservava quei pokemon, più si convinceva della riuscita del suo piano. Aveva scoperto di non essere solo in quei luoghi poco dopo che vi si era stabilito, e già  allora aveva cominciato a maturare alcune idee. Ma ormai mancava poco. Tra non molto tutto il meccanismo si sarebbe messo in moto. Era una cosa folle, ne era consapevole, chiunque sano di mente l'avrebbe definita una follia. Ma non c'era più nessuno che lo potesse fare, e Neville se ne compiaceva, visto che non si poteva definire proprio sano di mente. Neville aveva sempre avuto una propensione per la schizofrenia, ma per fortuna era ad un livello lieve. Per il momento. Ma non sarebbe durato ancora per molto.

Erano circa una ventina, forse anche di più, Neville non era mai stato bravo nel far di conto. Glie ne sarebbero bastati cinque per la riuscita del suo piano, in ogni caso. Ce la poteva fare, ce la doveva fare. Non poteva fallire, non doveva.

Un largo sorriso si formò sulle sue labbra. Un sorriso malsano, quasi folle. Se il suo piano avesse avuto successo, lui avrebbe continuato a vivere, a vivere in eterno. Era una cosa folle e non lo era al tempo stesso. Neville era sicuro che ce l'avrebbe fatta, a qualsiasi costo. Si voltò, e si incamminò verso casa sua. E cominciò a ridere. E poi si mise anche a cantare.

Il suono della sua voce venne raccolto dal vento e venne trasportato più giù, dove stava la "sqadra d'esplorazione".

- Hai sentito qualcosa? - chiese Lloyd.

- Mi è sembrato anche a me di sentire qualcosa - gli diede sostegno Finley.

- Smettetela, sarà  stato il vento - sentenziò Nellie.

- Ha ragione Nellie. Su, andiamo! - chiuse il discorso Olston.

- Se lo dite voi - disse Lloyd, leggermente turbato. - A me comunque quella sembrava una risata - sussurrò a Finley.

- Già , hai ragione. Poi mi è sembrato di sentire anche una canzone, no?

- Forse hanno ragione, sarà  stato il vento. Almeno spero. Chi ci può essere in queste montagne oltre a noi?

- Hmm...


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CAPITOLO 1


Il rapimento



Neville si svegliò. "C*zzo" pensò "Mi sono addormentato di nuovo". Gettò una rapida occhiata al fuoco, e si precipitò a sbirciare dentro il pentolino che vi era sopra. Il liquido che vi era dentro non stava ancora bollendo.

"Ah, vaffanc*lo a questa roba inutile". Aveva cominciato a pentirsi di non aver preso un fornello a gas quando poteva. Adesso sì che gli sarebbe tornato utile. Il fuoco era utile per cuocere i cibi, ma mai per fare quel che stava tentando di ottenere in quel momento. Ma Neville era sicuro che perseverando alla fine ci sarebbe riuscito.

Si stiracchiò, e sentì le sue ossa scricchiolare. Stava invecchiando. Aveva superato gli enta da un bel pezzo, e gli anta stavano scorrendo velocemente, più velocemente di quanto Neville desiderasse. 

L'aria fredda della sera (amplificata dal fatto che si trovava in montagna) penetrò da una finestra aperta, facendo scorrergli un brivido lungo la schiena. L'uomo si diresse verso il davanzale, e fece per chiudere le imposte, quando alzò lo sguardo verso il cielo. "Che bella luna che c'è stasera" pensò con un filo di malinconia "Stasera sarebbe perfetta per suonare, mentre aspetto che quella m*rda bolla".

Neville estrasse da un cassetto il suo violino. Era sempre stato bravo a suonarlo, fin da quando era piccolo, e un libro di spartiti trovato anni prima in un teatro abbandonato gli aveva fatto conoscere molte melodie. E Neville aveva già  trovato quella adatta a quel momento. 

Dopo essersi pesantemente bardato per evitare di prendersi un malanno, uscì nel terrazzino, e si sedette sulla sdraio di plastica che vi teneva. Facendo mente locale, le note della musica gli tornarono alla mente, e solo allora cominciò a muovere l'archetto sulle corde dello strumento. Fin dalla prima strofa quella melodia trasudava malinconia e nostalgia. Non era solo per il violino, doveva essere accompagnata anche da altri strumenti, ma Neville possedeva solo quello. E comunque gli bastava. A lui era sempre piaciuto quel genere di musica. Quel pezzo poi era uno dei suoi preferiti. Non conosceva il titolo però. Sul libretto era stato scancellato per qualche motivo dal precedente proprietario.

Stette lì a suonare per molto tempo, nonostante quella melodia durasse poco più di quattro minuti. La ripeté molte volte, senza accorgersene. Il vento prese le malinconiche note e le trasportò nelle valli contigue, mandando echi in ogni direzione. A Neville non dava fastidio che ciò accadesse. Lì non abitava nessuno nel raggio di chilometri, e la dimora della "squadra d'esplorazione" si trovava molto più lontano.

Non seppe quanto tempo passò, ma alla fine smise, probabilmente dopo ore. Tornò di nuovo al fuoco. Il liquido aveva finalmente cominciato ad evaporare, dal lieve odore di alcol che si respirava nella stanza. Veloce, Neville si affrettò a chiudere ermeticamente il pentolino, lasciando che tutta l'essenza del liquido restasse all'interno. Era fondamentale per il suo piano che ne andasse dispersa il meno possibile di quella roba, almeno fino al suo utilizzo.

L'uomo si spogliò, e scese le scale. Arrivò in cantina dove aveva il piano da lavoro, sul quale era poggiato un altro strumento che gli sarebbe tornato utile. Anche con quello doveva fare molta attenzione. Doveva assicurarsi che perdesse tutto il suo attuale contenuto e doveva stare attento anche a non danneggiare il coperchio.

Lo prese in mano, e lo portò di sopra. Arrivato alla porta del terrazzino, tolse il coperchio e velocemente lo gettò sul ripiano esterno, chiudendo la porta-finestra. Mentre tutto il contenuto si disperdeva, Neville andò a controllare la pentola. "E' quasi fatto" pensò con un velo di soddisfazione "Tempo che quello si svuoti e anche qui sarà  pronto. Si comincia".

Una piccola fitta al petto gli ricordò il suo "problemino". Estrasse dalla tasca il barattolino, prese una pillola e la ingoiò. Gettò una breve occhiata al contenuto del vasetto e si convinse che doveva iniziare al più presto. Doveva prendere quelle pillole almeno una ogni dieci giorni, e tale periodo era passato dall'ultima volta. Se i calcoli erano giusti gli restava poco più di un mese. Non sapeva esattamente in che cosa consistesse il suo problema, ma stando a quanto aveva letto in dei libri di medicina pensava si trattasse tachicardia o qualcosa del genere. Non sapeva nemmeno se le pillole che prendeva fossero effettivamente efficaci, ma almeno riducevano considerevolmente il dolore.

Guardò di nuovo nel pentolino e vide che la sostanza era evaporata totalmente. Il suo piano aveva appena avuto inizio.

 

***

 

Il rumore dei libri che cadevano attirò l'attenzione di tutti.

- Ah! C*zzo, fa attenzione! - urlò adirato Irving.

- Hey, scusa tanto! - gli rispose Lloyd. Non aveva certo fatto apposta a far cadere quella pila di libri.

Il Sableye corse veloce verso i tomi caduti a terra, prendendo ad esaminarli tutti. - Pezzo di cretino! Guarda cosa hai fatto!!! - disse, mettendogli sotto il naso "Segreti dell'erboristeria" di Arlen T. Meganium. Il libro, quando il Deino aveva urtato la pila, era stato uno dei primi a cadere, e inavvertitamente Lloyd l'aveva pure schiacciato sotto una delle sue zampe, piegando e strappando la maggior parte delle pagine. - Questo me lo ripaghi! - continuò adirato Irving.

- Dai, è solo un libro.

- SOLO!?! HAI IDEA DI QUANTO SIA RARO!?! E DI QUANTO COSTI!?!

- Per Arceus, non l'ho fatto apposta.

- E CHI SE NE FREGA!!! TU ORA ME LO RIPAGHI!!!

"C*zzo, ora questo chi lo ferma?" pensò leggermente impaurito Lloyd.

- Basta, Irving.

La voce calma e contenuta di Olston fermò le sue imprecazioni.

- Ma hai visto cosa ha fatto!?!

- Sì, l'ho visto, e Lloyd ti ripagherà  il libro.

- Non è abbastanza!!! Deve anche...

- Basta così, Irving. - il tono del Gabite non ammetteva repliche - Lloyd te lo ripagherà , ma tu adesso smettila.

"Uff, meno male che c'è lui" pensò leggermente sollevato il Deino.

- Ma...

- Ho detto basta. Lloyd ha sbagliato, ma anche tu. Hai visto quant'era alta quella pila? E poi hai visto dove l'avevi messa? Di lì ci passa un sacco di gente, dovevi sapere come sarebbe andata a finire.

- Ma non avevo spazio dove metterli...

- Non dire una parola di più oppure tu e i tuoi amati libri sparirete da qui. Per sempre. - Olston era impassibile ma terribilmente opprimente nella sua compostezza - Lloyd ti ripagherà  quello danneggiato. La faccenda finisce qui.

Il Sableye avrebbe voluto controbattere, ma un'occhiata del Gabite lo fece tacere, anche se si vedeva che a stento reprimeva il disappunto. Irving se ne tornò adirato alla sua scrivania, mentre Olston usciva dalla biblioteca. Il Sableye lanciò un'occhiata piena di risentimento verso il Deino, come per dire "me la pagherai, stanne certo" prima di tornare a leggere l'ennesimo manoscritto.

- Certo che te la sei cavata proprio per il rotto della cuffia.

Lloyd non si era accorto che fosse presente anche Finley.

- Sta zitto, oggi è già  andata abbastanza di m*rda, non ti ci mettere anche tu.

- Nervosetti, eh?

- Falla finita oppure ti taglio le ali e ti lancio giù dalla Rupe del Flygon.

- Sì, nervosetti.

Il Rufflett non si stancava mai di punzecchiarlo quando ne aveva l'occasione.

- Ma dove troverai i soldi per pagare il libro, eh?

- Togliti di mezzo.

Lloyd non aveva proprio voglia di starlo a sentire in quel momento, nonostante fosse il suo migliore amico. Uscì dalla stanza, e seguì l'odore di Olston. Quando Finley aveva menzionato i soldi a Lloyd era tornato in mente che non ne aveva abbastanza per ripagare il danno, per cui voleva chiedere ad Olston se poteva venire in missione col resto della squadra.

Non fece fatica a trovarlo. In quel momento stava parlando con Gregory, ma si accorse subito della presenza del Deino.

- Ne riparliamo dopo. - disse concludendo la conversazione con il Dewott, che se ne andò ad aspettarlo fuori di malavoglia.

- Cosa c'è? - chiese leggermente stizzito a Lloyd. Il Deino era leggermente intimorito, in quanto il Gabite era quasi il doppio di lui e non sembrava che gradisse la sua presenza.

- Ehm, senti... riguardo alla missione...

- Ne abbiamo già  parlato, ho detto no. Non hai ancora abbastanza esperienza, e poi il numero di membri necessario è già  stato raggiunto. Dovresti sapere che la Banda di Kaiden è un affare troppo pericoloso per i membri più giovani.

- Ma...

- Niente ma, non sei ancora pronto. Non verrai, punto e basta.

- Ma non ho i soldi per ripagare il libro ad Irving.

- Li recupererai in futuro, non ho fissato una data di scadenza per la restituzione. Ora, se vuoi scusarmi, dovrei andare.

Detto questo uscì dalla stanza in cui si trovava, raggiungendo Gregory all'esterno. In quella casa le cose che Olston diceva erano legge, visto che era lui il capo della "Famiglia", come i membri della "squadra d'esplorazione" definivano loro stessi. 

Erano più una famiglia infatti che una squadra. E poi tra quelle montagne le offerte di lavoro erano davvero scarse, ma avevano scelto loro di loro spontanea volontà  di venirci a vivere. In origine quella magione aveva aperto come orfanotrofio, ma nel tempo era andata in rovina. Poi, una decina d'anni prima, Olston ed altri veterani si erano stabiliti lì per vivere in pace e avevano rimesso a nuovo quella casa, ma visto che era un combattente esperto le richieste di lavoro continuavano ad arrivare, così aveva "ufficialmente" trasformato la casa in un orfanotrofio (esattamente come era stata concepita all'inizio). In realtà  quella casa accoglieva pochi cuccioli, e prevalentemente provenienti da quella regione. Lloyd era stato uno di questi. Avevano trovato il suo uovo abbandonato poco lontano, e avevano deciso di tenerlo con loro, una volta nato. Ciò era successo quattro anni prima.

La verità  era che Olston non aveva mai smesso di lavorare. Nonostante cercasse di smettere, era consapevole che senza lavoro il denaro non sarebbe arrivato. E in quel mondo il denaro faceva da padrone. Fortunatamente in quelle zone la natura provvedeva quasi completamente alla vita, ed erano poche le volte in cui il conio risolveva le cose. Ogni tanto arrivava una richiesta di lavoro alla "Famiglia", e la maggior parte delle volte venivano tutte rifiutate, ma questa no. La ricompensa per sgominare la Banda di Kaiden era stratosferica, e raddoppiava nel caso che se ne catturassero vivi i membri. Si parlava di cifre a tre e a quattro zeri, ed Olston aveva inviato subito una risposta affermativa. Incassando le taglie avrebbe potuto sistemare lui e la "Famiglia" per almeno una quindicina d'anni, rendendo tutte le altre richieste di lavoro ignorabili. Ma per un lavoro difficile come quello il Gabite aveva deciso di portarsi dietro la maggior parte dei componenti della "Famiglia".

In totale i componenti della Banda di Kaiden erano una dozzina, mentre la "Famiglia" poteva vantare all'attivo trenta membri. E ventitré di questi sarebbero andati con Olston. Tutti infatti, anche i più tranquilli, sapevano combattere egregiamente nella "Famiglia". L'unica pretesa di Olston era questa, "saper difendere sé stessi", come amava ripetere. Anche Lloyd non se la cavava male, ma non andava abbastanza bene per entrare a far parte della spedizione. Ed era questo che gli faceva montare la rabbia.

Non aveva voglia di tornare in biblioteca, così se ne andò in camera sua, che divideva con Finley. Lloyd era stanchissimo, aveva solo voglia di riposarsi per qualche ora. Il suo letto si trovava proprio accanto alla finestra, nella parte più illuminata della stanza. Di malavoglia tirò le tende e si girò dall'altra parte. Non aveva nemmeno preso in considerazione l'idea di dormire nel letto di Finley, riparato e nella penombra costante degli scaffali. Il suo amico era un tipo molto territoriale.

Lloyd era frustrato. Quella giornata non poteva andare peggiò di così. Già  quella mattina per il ghiaccio aveva rischiato di rompersi una zampa, poi era andato in biblioteca per parlare con Nellie (che ultimamente era diventata un'assidua frequentatrice della biblioteca) per combinargli un appuntamento con Finley (il Rufflet era innamorato cotto di lei, ma era talmente timido che aveva chiesto all'amico di parlare alla Torchic) ed era successo tutto quell'ambaradan con Irving, ed ora doveva pure ripagargli il libro.

Avrebbe volentieri gridato un "VAFFANC*LO A TUTTI!" in modo che tutta la casa si potesse rendere conto della sua frustrazione, ma quel giorno non era proprio il caso. Aveva nevicato fino alla notte prima, ed era da quella mattina che chi poteva spalava la neve dal tetto per evitare che crollasse tutto. Era un cambio continuo di spalatori, dato che a stare troppo tempo sotto quel sole ci si scottava (non sembra ma in montagna il sole picchia). Sarebbe stato tutto più facile se ci fossero stati Sanford (il padre di Nellie) oppure Eloise, ma il primo era andato in una delle rare missioni e la seconda era da due giorni via per fare da mediatrice con chi aveva commissionato la cattura della Banda di Kaiden riguardo alla ricompensa.

Stette per un po' a rigirarsi nel letto, finché si addormentò. Fece un incubo, com'era da aspettarsi. Sognò di star correndo a perdifiato lungo una grande distesa nera. Non sapeva perché, ma sapeva che dietro di lui c'era qualcuno, e sapeva ancora più certamente che era un uomo. E' la classica consapevolezza dei sogni. Comunque Lloyd correva, per non farsi catturare. Era terrorizzato dall'idea, e per questo correva. Ma sentiva che l'uomo stava recuperando terreno. Poteva sentire il suo fiato pestilenziale sul suo collo...

Il Deino si svegliò di soprassalto. "C*zzo, era solo un sogno" pensò. Naturale che lo era. Gli uomini erano morti. Tutti. Dopo la Grande Battaglia di mezzo secolo prima si erano estinti. Numerose erano le leggende che circondavano la figura di quelle misteriose creature. Si diceva che catturassero i pokemon per farli lottare tra di loro, al solo scopo di divertirsi, o comunque per fini personali. Le mamme la usavano come una velata minaccia per i figli che facevano i capricci: "fai il bravo oppure l'uomo verrà  a prenderti". E funzionava. Non che Lloyd l'avesse mai sperimentato. Lui non aveva mai avuto una madre.

Ributtò la testa sul cuscino e provò a dormire di nuovo, ma visto che non riusciva a prendere sonno andò al bagno e si mise davanti allo specchio. La pelliccia nera gli stava ricrescendo, tornandogli a coprire gli occhi, e lui questo lo odiava. Lui era sempre stato diverso dagli altri Deino per questo: mostrava i suoi occhi portando il "taglio di capelli" più corto rispetto alla norma. Gli piaceva guardare in faccia la gente quando gli stava davanti. Avrebbe chiesto a Finley di tagliargieli, visto che lui con le zampre che si ritrovava non poteva proprio.

Restò lì a specchiarsi per molto, finché un grido lo riscosse. 

- C*ZZOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!

Si alzò di scatto giusto in tempo per vedere un'ombra al di fuori della finestra. Sembrava che l'urlo provenisse proprio da essa. Un secondo dopo l'ombra proseguì la caduta, schiantandosi con un sonoro tonfo al suolo, seguito poi da grida di dolore.

Veloce, Lloyd uscì dalla stanza e si precipitò fuori per vedere cosa era successo. Non era stato l'unico ad avere quell'idea, così sulla scena si creò una piccola folla. Prima che fosse portato via in barella, Lloyd riuscì a vedere Gregory che imprecava come un dannato tra un gemito e l'altro.

Stando a quello che aveva visto Avery (il Machop che stava lavorando con lui quando era caduto) era scivolato su un pezzo di ghiaccio ed era caduto dal tetto, atterrando male e rompendosi una gamba ed un braccio. Stando a quanto stabilito da Augustine, la Audino che si occupava dell'infermeria, ci sarebbe voluto almeno un mese perché il braccio potesse guarire e circa il doppio perché anche la gamba tornasse a posto, e ciò creò molto scompiglio quel pomeriggio. Aggiungendo poi che anche una delle conchiglie del Dewott si era frantumata a causa della caduta, Gregory venne escluso definitivamente dalla spedizione. Il Dewott infatti era uno dei designati per prendere parte alla missione contro la Banda di Kaiden, e Olston non si poteva permettere di avere qualcuno in meno, così, nonostante fosse riluttante, anche Augustine venne reclutata per partire. Così il gruppo degli esclusi cambiò da Lloyd, Finley, Nellie, Irving ed Augustine a Lloyd, Finley, Nellie, Irving e Gregory.

Il resto della giornata trascorse senza particolari intoppi, anche per il fatto che Gregory venne praticamente abbandonato in infermeria. Già  il pokemon era intrattabile di suo, poi dopo che venne lasciato da solo lo divenne ancora di più. La stessa Augustine, che si recava spesso da lui per assicurarsi delle sue condizioni, lo sopportava a fatica. L'unico della "Famiglia" che ogni tanto passava da quelle parti era Irving, ma lo faceva solo per andare e tornare dalla biblioteca. Lui infatti ne aveva la custodia "che si tramanda da generazioni", per citare le sue pompose parole.

Tutto accadde molto in fretta, anche perché rimaneva poco tempo alla partenza di Olston e dei suoi. Sarebbero stati via per circa due settimane, forse anche di più, e non era detto che riuscissero nella loro impresa, ma a Lloyd bastava che se ne andassero, voleva solo avere un po' di pace. Anche se con persone come Gregory e Irving (a meno che quest'ultimo non venisse provocato) era quasi impossibile stare tranquilli.

Il giorno dopo i membri della spedizione partirono la mattina presto. Nonostante gli esclusi non fossero tenuti ad alzarsi a quell'ora lo fecero lo stesso per salutare i compagni e ricevere le dovute misure di sicurezza. In particolare Nellie venne intrattenuta per un quarto d'ora buono da Augustine sulle misure di cura e restrizione da adottare con Gregory (bisognava anche tenerlo d'occhio costantemente perché aveva già  tentato la fuga parecchie volte nel corso della notte). Quando finalmente la Audino finì di esporre le precauzioni per il malato ed Olston il suo discorso sul mantenimento della casa agli altri, i ventitré pokemon si avviarono per l'unico sentiero che conduceva via dalla casa. Finalmente gli esclusi erano rimasti soli. Un po' Lloyd ne fu contento, almeno poteva fare quello che voleva. Tanto Finley l'avrebbe sicuramente sostenuto dato che era il suo migliore amico, Irving se ne sarebbe rimasto con i suoi libri tutto il tempo e Gregory era bloccato a letto senza possibilità  di muoversi. L'unico problema sarebbe forse stata Nellie, se non avesse dovuto tenere d'occhio Gregory.

Il giorno comunque trascorse tranquillo, anche perché il Deino e il Rufflet andarono a bighellonare fuori lasciando in pace coloro che si trovavano all'interno della magione. Si riunirono solo all'ora di cena (tranne Gregory che era ovviamente bloccato in infermeria, e Nellie era stata ben lieta di andarsene, ma non prima che il Dewott le avesse strappato la promessa di tornare con qualcosa da mettere sotto i denti). Era proprio vero che Acqua e Fuoco non vanno d'accordo in fin dei conti.

I quattro in grado di camminare si riunirono nel salotto per il pasto. Un gradevole fuoco scoppiettava nel camino, e non guastava affatto visto le basse temperature esterne. Irving se ne stava rintanato su di una poltrona a leggere l'ennesimo libro, Nellie si stava rilassando davanti al fuoco mentre Lloyd e Finley stavano giocando a carte poco lontano.

- Due dieci. Come rispondi?

- Tre dodici. Ho vinto!

- Dannazione!

Lloyd aveva puntato tutte le sue deliziose bacche stufate su quella mano, e le aveva perse tutte. Ma non poteva resistere alla tentazione di cercare di avere quella barra di cioccolato di cui Finley era in possesso. Se Finley era innamorato di Nellie, Lloyd era innamorato del cioccolato. Ed era proprio questo che il Rufflet aveva sfruttato per vincere.

Lloyd si alzò sconsolato, e si andò a sistemare accanto al fuoco. Nonostante fosse per metà  un tipo Drago quella sera aveva proprio freddo.

- Hai perso? - gli chiese la Torchic con fare affabile.

Il Deino annuì. Non aveva intenzione di proferire parola. In quel momento preferì rimuginare i suoi pensieri. All'improvviso gli tornò alla mentre Gregory.

- Gliel'hai portato da mangiare? - chiese a Nellie.

- A chi?

- A Gregory.

- Sì, ma non vi aspettate che lo faccia di nuovo. - e quella frase sembrò attivare qualcosa in lei - Io non ho la minima intenzione di occuparmi da sola di quello lì, capito?! Stabiliremo dei turni. E visto che oggi è toccato a me domani sarà  il turno di qualcun altro.

- Non guardate me - intervenne Irving - Io mi devo occupare della biblioteca.

- Ma smettila - continuò Nellie - I libri non scappano da nessuna parte, puoi anche lasciarli stare per qualche giorno.

E lì cominciò il delirio. La Torchic e il Sableye cominciarono a litigare, e cominciarono a volare parole grosse. Lloyd e Finley capirono che era meglio levare le tende. Si chiusero piano la porta alle spalle per non farsi notare, e si dileguarono nel corridoio immerso nelle tenebre. Il salotto si trovava vicino alla porta principale, e quando vi passarono davanti vennero investiti da una folata di vento freddo. La finestrella accanto alla porta si era infatti rotta alcuni giorni prima, e visto che la maggior parte dei membri della "Famiglia" se ne stava per andare l'avevano coperta alla bell'è meglio con un piccolo pannello di legno, che comunque non avrebbe certo retto se fosse arrivata una tempesta di neve. E meno male che ciò non accadde.

Il Deino e il Rufflet decisero di tornare alla loro stanza per continuare a giocare a carte, ma per farlo dovevano per forza passare davanti all'infermeria, dove di sicuro un infuriato Gregory stava aspettando il primo malcapitato per sfogarsi. Cercarono di fare il più silenziosamente possibile, ma non bastò.

- Hey!

La voce di Gregory li congelò sul posto.

- So che la fuori c'è qualcuno. Venite qua!

Purtroppo erano stati scoperti, ed era meglio non contraddire il Dewott, così i due si videro costretti ad entrare. Il letto del Dewott si trovava in fondo all'infermeria, dopo altri cinque immacolati visto che nessun altro vi era ricoverato.

- Perché ci hai chiamato? - chiese Finley, leggermente in disappunto.

- Non ho voglia di stare da solo.

Scese un silenzio imbarazzante. L'unico rumore era il chiasso lontano di Nellie ed Irving che probabilmente stavano ancora litigando.

- Vi va una partita a carte? - disse il Deino per rompere il ghiaccio.

- Massì, perché no - disse il Dewott - Qua da solo mi sto annoiando a morte.

Cominciarono poco dopo. Lloyd e Finley si allearono quasi immediatamente. Quell'occasione era troppo propizia per poter essere sprecata, e battere il Dewott sarebbe stata una grande soddisfazione. Vinsero più partite consecutivamente, e si fecero prendere dall'entusiamo. Nessuno di loro si accorse di un tonfo sordo in lontananza. La loro attenzione venne attirata poco dopo dal fatto che il battibecco tra la Torchic e il Sableye cessò di botto. Un silenzio di tomba cadde sulla struttura.

Finley e Lloyd si guardarono con aria interrogativa, mentre Gregory guardava verso la porta. Pochi istanti dopo essa cominciò ad aprirsi verso l'interno, con uno scricchiolio inquietante. Un occhio sbirciò attraverso l'oscurità  della stanza. Un'occhio che non era né di Nellie né di Irving.

- Chi sei? - chiese istintivamente Gregory in modo irruente, scordandosi della sua posizione. L'estraneo si limitò a ritirarsi. Pochi secondi dopo da dietro la porta venne lanciato qualcosa che si andò a schiantare a mezzo metro da loro.

- Ma cosa... - iniziò Finley, quando quell'aggeggio cominciò a rilasciare del gas. La nube si propagò velocemente per la stanza, circondando i tre.

- Che c*zzo... succede... - cominciò Gregory, mentre pronunciava l'ultima parola con fare incerto.

Immediatamente Lloyd si sentì stanco. Le forze lo stavano abbandonando. Era sicuramente colpa di quel gas. Doveva essere qualcosa che induceva il sonno.

Lloyd crollò a terra. Cercò di rialzarsi, ma fallì miseramente. Finley cadde all'indietro, battendo una sonora testata sul pavimento, ma non se ne accorse dato che era già  addormentato. Gregory rimase immobile nel letto.

L'ultima cosa che Lloyd vide prima di perdere i sensi fu una figura alta e dall'aspetto umanoide che si avvicinava verso di loro, coprendosi la bocca con un panno.


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CAPITOLO 2


Prigionieri



- Portobello Road... Portobello Road...


Lloyd cominciò lentamente ad aprire gli occhi.


- Street where the riches of ages are stowes...


Lentamente cominciò a mettere a fuoco l'immagine, anche se non gli servì granché visto che il buio regnava nell'ambiente in cui si era risvegliato. Solo una pallida luce proveniva da una specie di bolla appesa al muro.


- Anything and everything a chap can unload...


Si rialzò molto faticosamente. Si sentiva tutto indolenzito e dolorante. Solo allora si accorse delle sbarre. Davanti a lui c'erano delle spesse sbarre di metallo. Senza pensarci si avvicinò e le toccò. Erano fredde e lisce. Acciaio, realizzò.


- Is sold of the barrow in Portobello Road...


Ma chi era che stava cantando? Sembrava si trovasse lontano. Ma c'era qualcosa di strano in quella voce. Era... anzi, meglio dire che non era... non era di un pokemon. Lloyd era sicuro di questo, quella voce bassa e baritonale non apparteneva a nessuna specie di pokemon che conoscesse. A dire il vero nemmeno le parole della canzone avevano senso. Sembravano sillabe messe a casaccio, ma il Deino dovette ammettere che il motivetto era orecchiabile. Forse non erano poi così a casaccio.


Solo allora si ricordò di quello che era successo, e si girò velocemente. Dietro di lui c'erano i suoi compagni, ancora addormentati.


- Ragazzi!


- You'll find what you want in the Portobello Road...


Il Deino si precipitò addosso a Finley, che si trovava più vicino a lui rispetto agli altri.


- Finley, svegliati! Svegliati!


- Hmm...


Il Rufflet aprì stancamente gli occhi.


- Ah, che è successo? Dove sono?


- Guarda tu stesso. - disse Lloyd facendo cenno con la testa alle sbarre dietro di lui.


- Siamo... prigionieri?


- Così pare.


- Ma... ma chi può averci catturato? Non abbiamo mai fatto male a nessuno, chi può averci fatto questo?


- Non lo so proprio.


Mentre Lloyd si girava e prendeva a fissare quelle sbarre, Finley si rimise lentamente (e anche dolorosamente, visto che emise più di un gemito di sofferenza) in piedi. A sentire i lamenti dell'amico, anche Lloyd si accorse di essere tutto indolenzito. Si guardò. Nella sua pelle blu poteva vedere varie macchie scure, presumibilmente lividi. Anzi, sicuramente, perché quando provò a toccarseli gli fecero davvero male.


Stremato dal dolore si accasciò a terra.


- Lloyd! - urlò preoccupato l'amico.


- Non... non è niente. - disse il Deino mentre tentava di rialzarsi.


Il Rufflet gli si avvicinò e lo sostenne con un ala nella sua "titanica" impresa. Quando finalmente si fu rimesso in piedi entrambi si girarono, alla ricerca dei loro compagni. Nella parte più buia della cella si potevano intravedere le sagome di tre pokemon distesi a terra.


- Ragazzi!


I due pokemon corsero subito dai loro amici, e tentarono a più riprese di svegliarli, senza successo. Chiunque li avesse rapiti doveva averli drogati in modo molto pesante. Perché ormai quella specie di gas che avevano respirato nell'infermeria doveva essere un narcotico, era chiaro.


Stanchi e spossati, il Deino ed il Rufflet si misero di nuovo a sedere, non senza fatica. L'unica cosa che al momento potevano fare era aspettare, e vedere che cosa succedeva. Forse chi li aveva in custodia si sarebbe mostrato prima o poi. Più che spaventato Lloyd era curioso. Non riusciva a trovare una spiegazione plausibile a tutto ciò. Non si spiegava in che modo fossero arrivati lì, né il motivo per cui fossero prigionieri, né cosa li avesse rapiti. Esatto, cosa, perché se in quel momento c'era qualcosa di cui il Deino era sicuro, era proprio il fatto che chiunque li avesse rapiti non era umano.


Il primo dei loro compagni a risvegliarsi fu Gregory, e Lloyd lo intuì dal fatto che il silenzio venne interrotto da una sonora bestemmia.


- Aww... ah... PORCO ARCEUS!


Il Deino si girò, anche di malavoglia. Nonostante la luce fosse abbastanza fioca, Lloyd riuscì a vedere il Dewott che tentava di rimettersi in piedi poggiandosi sull'unico braccio ancora sano. Fallendo miseramente, e dando luogo ad una ricaduta quasi comica.


- M*rda, la gamba... - si lamentò.


- Sta fermo - gli disse Lloyd di malavoglia - Peggiorerai solo le cose se ti muovi.


- Ma sta zitto! - gli ringhiò. Solo in quel momento sembrò ricordarsi dei fatti di qualche tempo prima e solo allora sembrò accorgersi del posto in cui si trovavano tutti loro.


- Dove siamo?


- In effetti vorremmo saperlo anche noi, ma sai, non si può avere tutto nella vita. - rispose amaramente Finley.


- State zitti tutti e due, per piacere. - fece per ordinare Lloyd. Oltre ai lividi gli stava venendo anche un gran mal di testa. Non era una bella situazione, tutte quelle emozioni appena svegliato non gli avevano affatto giovato. Stava provando a riflettere, anche solo ad articolare un pensiero di senso compiuto, ma gli riusciva in modo molto difficile, e solo dopo aver fatto uno sforzo immane. E poi quella canzone... cosa voleva dire? Il pokemon non l'aveva mai sentita prima, e lo stesso si poteva dire per quella lingua, perché Lloyd aveva capito che si trattava di un idioma diverso dal suo. Ma il problema era che non lo conosceva, e non aveva la minima idea di cosa volessero significare quelle parole. In fondo quella canzone poteva anche non c'entrare niente con la loro situazione. Decisamente non erano pensieri adatti ad un giovane pokemon appena svegliatosi dopo essere stato rapito assieme ai suoi amici da qualcosa di sconosciuto, proprio no.


Dieci minuti dopo si erano svegliati anche Nellie ed Irving, che dopo il loro spaesamento iniziale iniziarono a discutere della situazione con gli altri. Certo, discuterono per quello che era possibile, perché Lloyd e Gregory non avevano proprio voglia di parlare, e a Finley venne a forza cavata fuori qualche frase. Alla fine entrambi rinunciarono, e tutti si chiusero in un meditabondo silenzio, quasi che avessero paura di disturbare chiunque li avesse presi in custodia.


 


***


 


Neville osservò l'orologio. Era passata già  mezza giornata da quando li aveva portati via dalla loro casa, e finalmente si erano svegliati. "Era anche l'ora" pensò leggermente scocciato. Guardò lo schermo davanti a lui, e li osservò. Adesso stavano fermi ed in silenzio, senza emettere nessun verso, quasi stessero pensando. Poi anche se avessero parlato Neville non li avrebbe capiti. Se c'era una lingua che gli umani non erano mai stati in grado di tradurre era proprio il linguaggio di quelle creature. Ed in fondo era stata anche quella mancanza di comunicazione a causare la loro rovina.


L'uomo si alzò dalla poltrona in pelle sulla quale sedeva e spense la telecamera. Non ne avrebbe avuto bisogno per il momento. Sarebbe andato di persona, giusto per introdursi e far sapere ai suoi ostaggi chi li teneva in pugno. Lo avrebbero di certo capito, perché nonostante gli umani non capissero i pokemon le creature invece potevano capire gli umani, qualsiasi idioma parlassero. Anche se ormai non esistevano più idiomi umani, da molto tempo. E poi, anche se fossero esistiti, Neville di certo ne avrebbe potuti imparare al massimo due o tre. Ma in fondo a cosa gli sarebbe servito? E soprattutto con chi avrebbe potuto parlare?


 


***


 


Mentre gli altri pensavano, Lloyd prese a studiare l'ambiente al di là  delle sbarre. Prima soffermò il suo sguardo sulla strana fonte di luce. Era di forma oblunga, e rilasciava un bagliore accecante, tanto che nemmeno la coda di un Charizard era così intensa.


Continuò poi lungo la parete sottostante, almeno per quel che gli permetteva di vedere l'illuminazione. Il colore era di un giallo smorto, e non c'era praticamente nulla, a parte una strana struttura di metallo dalla quale si dipanavano vari tubi, e dalla quale si poteva intravedere che al suo interno ardeva un fuoco. Le fiamme gettavano bagliori spettrali su tutti loro, tanto che illuminavano quasi come la luce soprastante. L'ombra di quell'ammasso di lamiere si proiettava per vari metri, fin quasi ad arrivare a loro.


La stanza era larga circa cinque metri, e lunga altrettanto, facendole assumere una forma quadrata quasi perfetta. Poco a destra del camino di ferro aveva inizio una ripida scala di pietra che portava ad una porta semi-oscurata. Lloyd non seppe bene il perché, ma quella porta lo inquietò non poco. Forse il Deino aveva il timore che si potesse aprire da un momento all'altro, rivelando l'identità  del loro rapitore. Nonostante fosse molto curioso, Lloyd non ci teneva per niente a conoscerlo, e credeva che fosse così anche per i suoi compagni.


Dopo aver scrutato l'esterno della cella, il Deino prese a studiare il suo interno. Era una struttura abbastanza angusta, larga poco meno di due metri e lunga cinque metri, ovvero da una parete all'altra. Le sbarre dal pavimento arrivavano fino al soffitto innalzandosi per quattro o cinque metri. Dalla loro parte c'era inoltre una finestrella tutta appannata da anni di sporcizia, dalla quale filtrava debolmente la luce del sole. Contando che ci dovevano stare in cinque in quella specie di cella, era abbastanza angusta.


Come diceva il luogo comune sui Deino, Lloyd si trascinò fino alle sbarre con un po' di fatica, e le morse. In fondo era nella sua natura mordere le cose, nonostante con la frangia corta non ne avesse bisogno. "Hm, acciaio" realizzò "Difficile da rompere. Molto difficile, perfino per qualcuno molto forte". Se volevano evadere da quella "prigione", si sarebbero dovuti impegnare, e molto.


Ma dopo poco i suoi timori si avverarono. Con un cigolio da mettere i brividi, la porta lentamente si aprì, quasi ad effetto. Irving e Nellie, che avevano intavolato una specie di discorso, cessarono immediatamente di parlare. In netto contrasto con la luce proveniente dalla stanza retrostante, sulla soglia si stagliò una lugubre figura. Era alta e allampanata, aveva due gambe e due braccia, e la testa era abbastanza piccola. Nonostante non si vedesse quasi nulla, quello di sicuro non era un pokemon. Era un umano.


Il suddetto cominciò pian piano a scendere le scale. Dopo pochissimo tempo, troppo poco per Lloyd, coprì la distanza che lo separava dal camino di ferro. Sottobraccio aveva qualcosa di sottile, che aprì e posizionò quando arrivò davanti al camino di ferro. Era una specie di sedia pieghevole, e l'uomo vi ci sedette sopra. Si era messo esattamente davanti alla luce del focolare, facendo in modo che l'unica fonte di luce che lo rendesse visibile fosse quella al muro.


Gli altri suoi compagni sembravano paralizzati. Nellie addirittura aveva cominciato a tremare vistosamente, e Finley e Irving lo guardavano con occhi sgranati (si capiva dal Sableye perché i diamanti erano dilatati), mentre Gregory era a bocca aperta. Ma Lloyd no, lui no. Aveva sì paura, ma a differenza degli altri provava una strana curiosità  nei confronti di quell'essere. Nonostante l'alone di terrore e mistero che circondava la figura degli umani, il Deino aveva sempre provato un po' di curiosità  per loro: per il loro aspetto, per i loro comportamenti, e per molte altre cose. Nonostante non fosse un amante della lettura, quando ancora si trovava in casa sua aveva letto alcuni libri sugli umani, ma erano troppo infarciti di politica per i suoi gusti. Aveva sempre voluto verificare dal vero, vederli con i propri occhi, nonostante sapesse che non esistevano più. Ora aveva l'occasione per vedere un umano, smentendo anche l'ultima affermazione che si trovava in ogni libro sull'argomento. Gli umani non erano affatto morti.


Si fermò per alcuni secondi a studiarlo. Da seduto non sembrava che avesse l'altezza che effettivamente aveva, anche se si poteva intuire dal fatto che si incurvava sulla sedia. Lloyd nei libri aveva letto che gli uomini non amavano mostrare la maggior parte del loro aspetto fisico, per cui indossavano quasi sempre delle vesti che li coprivano dal collo in giù. L'uomo che si ritrovava davanti indossava dal collo al bacino un vestito verde che sembrava molto pesante, mentre dal bacino in giù un'altro blu. Ai piedi indossava qualcosa che Lloyd non seppe interpretare.


Ma la cosa che attrasse di più il piccolo pokemon era la sua testa. I libi dicevano che le caratteristiche distintive degli umani si concentravano proprio nella loro testa. E a quanto pare avevano ragione. Come dicevano i libri, gli umani erano quasi totalmente glabri, se si escludevano dei tratti in cui si lasciavano crescere volontariamente la pelliccia. In questo caso l'uomo ne aveva una quantità  ridotta al di sopra della fronte.


Ma la cosa che più impressionò Lloyd furono i suoi occhi, i suoi occhi azzurri. Ma non era un azzurro normale, era un azzurro molto profondo, quasi cristallino. Ma c'era qualcosa in quegli occhi che lo turbò profondamente. Il Deino non seppe cosa, ma c'era qualcosa che non andava in quell'umano. Quasi che la situazione in cui si trovavano non fosse sbagliata già  di per sé.


Non seppe per quanto tempo rimase a fissarli. Sì, perché li fissava. E se Lloyd trovò qualcosa nell'umano, l'umano sembrò trovare qualcosa nel Deino, perché si ritrovò a fissarlo per molto tempo, prima di parlare.


- Immagino che abbiate delle domande da farmi.


La voce della canzone era la stessa, per cui era stato lui a cantare. E comunque a proposito delle domande aveva ragione. Già  Irving era pronto a partire con una mitragliata di argomenti, quando l'umano lo interruppe.


- In tal caso potete anche stare zitti, tanto non vi capirei.


E anche in questo aveva ragione. Gli umani non potevano capire i pokemon, funzionava solo nel senso inverso. Quindi loro si ritrovavano nella situazione di non poter fare nessuna richiesta o domanda di nessun tipo poiché l'uomo non li avrebbe capiti. Come se già  la situazione non fosse stata abbastanza brutta.


- Adesso sono qui solo per farvi sapere con chi avete a che fare. Non mi piace giocare a fare il misterioso. Ora sapete chi vi tiene in pugno. Ora sapete che è un uomo a farlo.


Si alzò, e cominciò ad armeggiare con la sedia per ripiegarla.


- Per ora basta così. Ci sarà  altro tempo per parlare. - disse girandosi, e rivolgendo un'ultima occhiata al gruppo di pokemon. Successivamente si diresse verso la scala e cominciò a salirla.


- No, aspetta! Chi sei? - gli urlò dietro Gregory.


- Ah, ancora non lo avete capito? - disse quando stava già  aprendo la porta - Io non vi posso capire. - e uscì chiudendosela alle spalle.


Per un po' nessuno seppe cosa dire. Lloyd osservò i compagni: Gregory era ancora a bocca aperta, mentre Finley aveva gli occhi sgranati. Irving si era rannicchiato in un angolo, mentre Nellie si era accasciata al suolo, svenuta. Lloyd era sì scosso e spaventato, ma la sua paura non andava oltre un certo punto, e invece a guardare gli altri sembrava che avessero visto un fantasma o qualcosa di simile. A pensarci bene in effetti quello si poteva definire un fantasma. Un fantasma che in realtà  non lo era, un fantasma di una razza che si pensava estinta, e invece a Lloyd e ai suoi amici era stato dimostrato il contrario.


- A-allora... - cominciò titubante Finley dopo un po' - Allora non è vero che gli uomini erano morti. C-ci hanno sempre mentito.


Nessuno disse una parola, anche se probabilmente nelle loro menti avevano risposto a tale affermazione, e il Deino non faceva eccezione. Sì, gli avevano sempre mentito, gli umani non erano per niente morti, come era stato dimostrato a loro. Glie l'avevano detto fin da piccoli che dopo la Grande Battaglia di quasi mezzo secolo prima gli umani erano stati definitivamente annientati, ma evidentemente non era vero. L'Ultimo Esercito aveva fallito nel suo obbiettivo.


- Ci hanno sempre mentito. - ripeté Finley - Sanford ci ha sempre mentito.


- Così sembra. - disse Lloyd.


- M-ma che motivo aveva? Che motivo avevano tutti per mentire? Perché non volevano che sapessimo che gli uomini esistono ancora?


- Credo che le motivazioni siano troppo grandi per noi, forse perfino per loro. - disse Lloyd - Non ho forse ragione, Gregory? - concluse lanciando uno sguardo indagatore al Dewott. Il pokemon acquatico era quello con più esperienza tra tutti loro, e quello più vicino a Olston, Sanford e gli altri veterani che erano stati alla Battaglia. Sì, perché alcuni della famiglia c'erano stati, c'erano stati nell'ultimo scontro tra umani e pokemon, c'erano stati e li avevano combattuti. C'erano stati, ma gli avevano sempre mentito.


Il Dewott chiuse la bocca, limitandosi a non rispondere. Forse lui sapeva qualcosa, qualcosa che non voleva dirgli. O non doveva, e non poteva.


- Tu sai qualcosa - disse Irving, che si era riscosso dal suo torpore nell'angolo della cella. Non era una domanda, era un'affermazione. - Tu sai qualcosa. - ripeté.


Di nuovo Gregory non rispose, e prese a fissare il terreno. Sapeva sicuramente qualcosa.


- Parla! - ordinò il Sableye - Parla! Se c'è qualcosa che devi dirci dillo!


In un primo momento non rispose, mentre poi se ne uscì con un laconico: - Io non so niente. - . Era palese che stava mentendo.


A quel punto Lloyd si spazientì. Voleva vederci chiaro in questa storia, e non aveva intenzione di giocare all'ingenuo ostaggio. Fulmineo, si diresse sicuro verso Gregory, che in quel momento si era appoggiato al muro per avere un po' di sollievo dagli arti rotti, e ignorando il dolore provocato dai vari lividi lo inchiodò ad esso con le zampe anteriori dopo essersi alzato in tutta la sua statura.


- Ora tu o ci dici cosa sai oppure ti apro in due la gola con i denti che mi ritrovo, e fidati che non sarà  indolore. Forza, parla!


Non si aspettava veramente che Gregory gli rispondesse, di solito non si faceva intimidire da nessuno. E invece la faccenda della rottura degli altri e poi del rapimento doveva aver portato il suo morale sotto lo zero.


Con un filo di voce, il Dewott provò ad articolare delle frasi: - Anche a me avevano assicurato che gli umani erano morti. Vi giuro che non so niente che voi già  non sappiate.


- No, non ti crediamo - disse Finley, che nel frattempo si era messo a sventolare Nellie con un'ala tentando di farla rinvenire - Adesso voglio che tu ci racconti per filo e per segno come andò la Grande Battaglia, che cosa successe di preciso. Alle nostre domande Olston e Sanford non hanno mai risposto con chiarezza, ma sappiamo che a te l'hanno detto, per cui ora diccelo, o sai che cosa Lloyd ti farà !


Gregory sospirò, mentre col braccio sano si portava in grembo quello rotto che era precedentemente finito a penzolare nel vuoto, procurandogli dolori atroci.


- Vi giuro che anche a me all'inizio non vollero dire nulla - cominciò - ma dopo anni di mie insistenze si decisero. In realtà  fu solo Olston a parlare, Sanford si limitò a fare cenno di sì con la testa. Mi sa che quel *censura* sapeva qualcosa di più di quel che dava a vedere. Insomma, mi descrisse i fatti per come erano veramente andati.


- Che vuol dire? - chiese Irving.


- Ma porca, lasciami finire e ci arrivo. Insomma, sostanzialmente non è vero quello che viene detto nei libri. - e lanciò una frecciatina al Sableye - La battaglia non fu nulla di glorioso, né di eroico. A dirla tutta più che una battaglia fu un assedio. Gli ultimi umani si erano barricati all'interno di una rocca a sud delle montagne in cui abitiamo noi. Le forze dei pokemon erano circa tre o quattro volte superiori, ma invece che lanciarsi all'assalto decisero di prenderli per fame.


Ma gli uomini non erano intenzionati a morire così. Alla fine tentarono di rompere l'accerchiamento, fallendo. Olston e Sanford si ritrovarono proprio nel mezzo dello scontro. Mi dissero che fu terribile. Nonostante gli umani fossero molto meno potenti dei nostri simili, mi dissero che combatterono furiosamente, non volevano farsi annientare. Cosa che comunque avvenne.


Alla fine chi comandava l'Ultimo Esercito, come era stato chiamato lo schieramento di pokemon, decise di ritirarsi per il momento. I pokemon tornarono il giorno dopo a recuperare i loro feriti e i morti, mentre lasciarono a decomporre i cadaveri dei loro nemici e uccisero gli eventuali feriti che erano sopravvissuti alla notte, che comunque erano pochissimi. Gli umani erano stati annientati, o almeno così sembrava. Anche Olston e Sanford pensavano sul serio così, ma evidentemente si sbagliavano. Ma Sanford continuava a non contarmela giusta. C'è qualcosa che non mi hanno detto.


Tutte queste cose mi avevano detto di non dirle a nessuno, ma ora come ora non me ne frega più un c*zzo. D'altronde è colpa loro se ora siamo in questa situazione di m*rda.


- Ma che motivo avevano per modificare i resoconti nei libri? - chiese Nellie con tono incerto visto che si era da poco ripresa.


- Su questo sono stati molto più vaghi, gli str*zi. Ho capito solo che è iniziato tutto come una guerra santa per liberarci dal giogo degli umani, ma da quello che ho capito era da decenni che non avevano più alcuna autorità . Hanno modificato tutto perché volevano dare una parvenza di gloria al tutto. Non ho mai capito bene perché l'abbiano fatto.


A Lloyd comunque c'era qualcosa che non tornava. Come Gregory aveva la netta sensazione che Sanford avesse omesso qualcosa, qualcosa di molto importante. Cosa aveva da nascondere il padre di Nellie? E poi c'era il fatto che tutti avevano sempre mentito sul fatto dell'Ultima Battaglia, sbagliandosi anche. Evidentemente non tutti gli umani erano morti. Ed erano tornati per prendersi la loro vendetta.



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CAPITOLO 3


Riflessioni e deduzioni



Il fuoco scoppiettava allegro nel camino di fronte alla poltrona. I ciocchi scricchiolavano rumorosamente, in un modo totalmente fuori luogo nel silenzio che immergeva la stanza. Neville era seduto sulla poltrona di fronte al camino, intento a riflettere. Una mano gli copriva la bocca, e stringeva quasi compulsivamente il mento. Fissava il vuoto, uno spazio totalmente deserto alla sinistra del camino.


Non sapeva di preciso nemmeno a cosa stava pensando. Stava semplicemente lì, a guardare lo scarno muro tra la porta-finestra e il camino. Ormai non sapeva più nemmeno cosa fare. Oggettivamente parlando, il suo piano non aveva il minimo senso di esistere. Era folle, come lui. Si detestava per aver progettato e per star mettendo in atto una cosa del genere. Si faceva venire la nausea. Avrebbe voluto vomitare, peccato non avesse ingerito niente da alcune ore.


Restò lì davanti al fuoco a non far nulla per molto tempo, finché decise di sgranchirsi le gambe. Una volta in piedi si stiracchiò, chiudendo stancamente gli occhi. Quando riaprì gli occhi, lo sguardo gli cadde sulle bandiere appese sopra il camino. E allora cambiò immediatamente opinione.


Il drappo posto più in alto era quello che più gli faceva venire da piangere. Consisteva in una spirale mezza bianca e mezza nera che andava da sinistra verso destra, il tutto su di uno sfondo verde scuro, che si scuriva ancora di più a causa del contrasto tra l'oscurità  al di sopra del camino e i distorti bagliori che le fiamme gettavano sul resto della stanza. Ironicamente era proprio la parte superiore del camino il luogo più buio della casa. Quella bandiera alla fine era tornata nell'oblio, esattamente come quando era stata creata. Aveva avuto il suo momento di gloria mezzo secolo prima, ma ormai era tutto passato.


La seconda bandiera era posta subito sotto la prima. A differenza dell'altra, aveva una struttura molto più semplice: era costituita solo da una croce bianca obliqua su di uno sfondo blu scuro, anch'esso incupito dal punto oscuro in cui si trovava. Quella una volta rappresentava l'intera contrada in cui si trovava, e non solo. Era stata unita ad altri vessilli, per formare il simbolo dell'intera isola, ma si trattava del passato. Anche quella aveva vissuto il suo ultimo splendore assieme alla compagna soprastante, ed era finita altrettanto dimenticata. A differenza della prima, la seconda bandiera aveva rappresentato per oltre un millennio l'orgoglio di un popolo, la sua volontà  di indipendenza e il suo credo. Neville stesso discendeva da quelle genti, e avrebbe preferito di gran lunga vivere al loro tempo.


Osservando quelle bandiere, Neville rammentò il motivo della sua "missione". In fondo, quelli che aveva rapito facevano parte della razza responsabile dell'imminente estinzione della sua. Erano altrettanto colpevoli, nonostante fossero nati successivamente ai fatti di Stirling. Nonostante fossero tutti diversi, quei mostri avevano un'identità  comune, uno spirito di unione che nemmeno i comunisti di cui la madre gli raccontava da piccolo li avrebbero potuti eguagliare. Nonostante fossero divisi in una miriade si sottospecie, loro si consideravano un unico popolo. Era anche questo che li rendeva migliori degli uomini.


Scoppiò a ridere. Una risata priva di senso, totalmente casuale. Era consapevole del fatto che non c'entrasse nulla con i suoi pensieri, ma la sua mente lo permise e basta. Tanto non c'era nessuno che l'avrebbe potuto contraddire.


La madre gli raccontava molte cose quand'era piccolo. Un giorno gli raccontò di un particolare uomo, vissuto più di due millenni prima di loro. Purtroppo Neville non rammentava il suo nome. Gli era stato concesso un enorme potere nelle mani, un potere al di sopra di molti altri che l'avevano preceduto e che sarebbero venuti. E questo potere l'aveva usato per opprimere chi gli stava sotto. Ma non era un semplice dittatore, era un completo folle. Si abbandonava alle depravazioni più indicibili, compiva atti a dir poco vomitevoli, ed una volta addirittura elesse il suo cavallo come consigliere fidato.


Neville un po' si rispecchiava in lui. Certo, non aveva manie sanguinarie e non aveva cavalli da eleggere. I cavalli erano morti, come gli umani, e come tutte le altre specie animali "normali". Quei mostri li avevano sterminati, esattamente come avevano fatto con gli uomini.  Non volevano che restassero tracce del "Vecchio Mondo".


Era anche stato questo a debilitare lentamente gli umani. Senza carne da mangiare molti avevano esaurito le energie, e non sempre gli integratori alimentari funzionavano. Neville stesso li prendeva da quando era piccolo, ma ormai stavano cominciando a sortire sempre meno effetto. Negli ultimi tempi si sentiva sempre più stanco e spossato. Senza le sostanze nutrienti le sue ossa stavano collassando lentamente, altro motivo per portare a termine il piano. I mostri invece, anche quelli che avevano l'aria dei carnivori, non mangiavano carne. Gli bastavano i vegetali e l'acqua per vivere, e null'altro.


Quell'uomo molto potente e molto folle ma dal nome dimenticato aveva contemporaneamente la stima e il disgusto di Neville. L'uomo alternava queste due emozioni, esattamente come alternava periodi di depressione a momenti di irrefrenabile gioia immotivata. Ecco un'altra ragione per cui era evidente la sua follia: non aveva di che gioire in un mondo come quello.


 


***


 


- Ma dobbiamo almeno cercare di fare qualcosa!


- E che possiamo fare? Hai visto in che situazione siamo?!


- Almeno ci dobbiamo pensare!


Erano dieci minuti che il diverbio tra Finley e Irving andava avanti, e Lloyd aveva le palle piene. Ma non poteva fare niente, non sapeva nemmeno lui perché. Sapeva che le sue parole sarebbero state inutili, e forse era per questo che non interveniva. Dal canto suo Gregory si limitava ad osservare (tra una smorfia di dolore e l'altra) mentre cercava di mettere in una posizione comoda la gamba, mentre Nellie fissava il vuoto e aveva preso a ripetere come un ossessa "Tutto andrà  bene, tutto andrà  meglio, tutto si sistemerà " a bassa voce.


"Ci mancava solo che impazzisse anche lei" pensò il Deino leggermente amareggiato. Nellie era l'unica persona ragionevole del gruppo, e l'unica in grado di riappacificare gli animi, ma da quando si erano trovati lì era caduta in una specie di catatonia ed era stato impossibile smuoverla.


Senza nemmeno sapere bene il motivo Lloyd si ritrovò a pensare alle montagne su cui dimoravano. Non erano altissime, al massimo un migliaio di metri. Dai racconti di Olston e Sanford aveva capito che ne esistevano di più alte e massicce. Erano anche abbastanza rade, infatti al massimo in quelle zone si potevano trovare ammassate a gruppi di tre o quattro, mentre per il resto erano circondate da monticelli di sei o settecento metri dalle improbabili forme modellate dal vento.


La loro casa si trovava in un minuscolo altipiano stretto tra due monti, il Bendirg e il Conhamhill, dei quali solo il primo superava i mille metri. Erano entrambe montagne vecchie, dalle cime tondeggianti e dai profili ammorbiditi dalle intemperie. Lloyd c'era stato qualche volta, sia sulla prima che sulla seconda.


A poco meno di cinquecento metri dalla loro dimora si trovava un lago. Non era molto grande, ma occupava quasi tutta la larghezza della valle, riducendo a solamente due le vie d'accesso alla casa. La più impervia era sicuramente quella ad ovest. Certo, non erano rari i laghi da quelle parti. In quel contesto era proprio azzeccata una battuta popolare tra i membri della "Famiglia": "...come se ogni due passi si incontra un lago" era da aggiungere a qualche affermazione riguardante il fatto che qualcosa fosse molto comune. Il solo piccolo massiccio dove abitavano loro contava ben nove laghi, incluso quello di fronte alla loro magione. Senza ovviamente contare gli stagni e i vari specchi d'acqua creati dallo scioglimento della neve.


All'improvviso a Lloyd venne un'idea in mente.


- ...col c*zzo!


- Non dire così, tu sai che è vero!


- Ma sta zitto, imbecille!


Irving aveva cominciato a usare un linguaggio volgare, ma il Deino arrivò appena in tempo per evitare che il battibecco degenerasse. Si rivolse a Finley.


- Fin, senti, mi faresti un favore?


L'altro lo guardò con aria interrogativa. - Cosa?


- Tu hai le ali, quindi puoi volare, giusto?


- S-sì...


- Bene. La vedi quella finestra? - e accennò con la testa all'apertura sopra di loro. - Potresti andare fin lassù e dare un'occhiata a cosa c'è fuori?


- Non so se ce la faccio...


- Dai...


- Il fatto è che è difficile partire da fermo. Di solito quando devo volare devo anche prendere un po' rincorsa. Ma poi hai visto quanto è stretto qui? A malapena riesco ad aprile le ali senza toccare le sbarre e il muro! - e per dimostrarlo le dispiegò al massimo dell'apertura alare. Era proprio vero, sfioravano quasi sia la parete che le sbarre.


- Ci devi provare - insisté Lloyd.


Il Rufflet ci pensò un attimo su, e poi sbuffando accettò.


- Scansatevi, per piacere - disse a Lloyd e al Sableye. Entrambi si fecero da parte.


Finley aprì di nuovo le ali, e stavolta se le scrollò per bene per darsi la carica. Fece un gran sospiro, e cominciò. Dapprima mosse leggermente le ali dall'alto verso il basso, poi sempre più velocemente e con più forza. Lo spostamento d'aria aumentava vistosamente, e riscosse persino Nellie dalla sua paralisi.


Passò un minuto, e il Rufflet era ancora intento a sbattere le ali avendo però le zampe ben ancorate a terra. Ce la stava mettendo tutta per sollevarsi, si vedevano bene i muscoli indurirsi e tendersi per sostenere il suo peso. Dopo un tempo che sembrò infinito, finalmente cominciò a sollevarsi. Dapprima furono solo un paio di centimetri, poi cinque, dieci, venti, mezzo metro, un metro...


- Bene così! - lo incitò Lloyd - Puoi farcela!


- Grazie per l'incoraggiamento - disse l'amico a denti stretti. Era palpabile la tensione nell'aria. Lloyd aveva anche capito un'altra cosa: se Finley non ce l'avesse fatta ad arrivare alla finestrella e fosse ricaduto al suolo prima, non avrebbe potuto farlo di nuovo. Nonostante non sembrasse, era anche lui malconcio come loro, e il Deino dubitava che potesse fare una cosa del genere una seconda volta. Per cui sperava con tutto il cuore che l'amico riuscisse nella sua impresa.


Dopo un'infinità  e con una fatica che sembrò immensa, Finley si portò all'altezza della finestrella.


- Cosa vedi? - chiese impaziente Lloyd.


- Ci sono delle montagne...


- Grazie al c*zzo! - disse sarcastico Irving.


- E poi c'è un lago... -


- Sì, guarda, ci sei di grande aiuto! - continuò il Sableye.


Lloyd si voltò di scatto, e gli mostrò i denti per intimidirlo. Riuscì nella sua impresa, ed Irving si ritirò mesto nel suo angolino della cella. Il Deino tornò a guardare trepidante l'amico.


- Il lago che forma ha? - chiese a Finley.


- E' molto lungo e stretto. - disse.


Troppo generico per Lloyd. Lui voleva capire dove si trovavano, ma aveva bisogno di qualche altra informazione.


- Vedi qualcos'altro?


- Delle cime innevate in lontananza, per il resto è tutto brullo.


- Le colline hanno qualche forma strana?


- No, ma... aspetta... - fece, aguzzando la vista.


- Cosa vedi?


- Non so se è giusto, il sole sta calando rapidamente... C'è un altro lago, molto più piccolo, dopo quello lungo. E' a forma di Haunter. Ed ha anche...


Non riuscì a finire la frase. Le sue ali erano sfinite, e collassarono in quel momento. Finley cadde a peso morto verso di loro. Quattro metri di caduta libera con probabile rottura dell'osso del collo e conseguente morte. Il Rufflet fece degli occhi sgranati mentre cadeva. Rivide tutta la sua vita davanti agli occhi. Fu velocissimo, non aveva certo avuto una vita lunga. Già  si immaginava stecchito sul freddo pavimento di pietra, in una pozza di sangue.


Ciò sarebbe successo se non fosse stato presente Lloyd. Velocemente il Deino si portò nel punto in cui l'amico si sarebbe sfracellato al suolo. Dopo meno di un secondo sentì l'intero peso del Rufflet impattare sul suo dorso. Lloyd barcollò, ma non cadde. Aveva rilassato apposta la schiena per attutire la caduta dell'amico. I lividi si fecero sentire tramite acute scariche di dolore, ma resistette.


Delicatamente si abbassò sulle zampe anteriori, e depositò Finley sul pavimento. Quello rimase disteso per un po' lì, con gli occhi sgranati dalla paura. Quando finalmente si fu ripreso dallo shock, alzò lo sguardo sul suo migliore amico.


- Grazie, amico.


- Di nulla, fratello. Per te questo ed altro.


 


***


 


Con la notte era scesa anche la neve. Piccoli e delicati fiocchi cadevano al di fuori della casa, andando a stratificarsi e a formare un compatto strato superficiale. Neville stava sempre nella stessa stanza, seduto davanti allo stesso fuoco, dando di tanto in tanto sporadiche occhiate alla finestra.


Aveva una voglia matta di suonare il suo violino. Voleva, ma non poteva. Non sapeva nemmeno lui bene perché, ma sentiva come una barriera tra sé e lo strumento. Eppure era là , indifeso, appoggiato sulla scrivania dall'altra parte della stanza. Forse non aveva che i mostri a qualche metro più sotto non lo sentissero. Neville era gelosissimo del suo violino, solo lui si sarebbe deliziato con la sua dolce melodia.


E poi, come nulla, la barriera si ruppe, e l'uomo corse incontro al suo strumento musicale. Lo prese in braccio e lo coccolò, archetto compreso, come se fosse qualcosa di vivo e lo potesse sentire. Magari si aspettava che gli facesse persino le fusa, come avrebbe fatto un gatto. Già , un gatto. Anche i gatti erano morti.


Realizzò che non glie ne importava nulla di quelle creature segregate in cantina. Che lo ascoltassero pure se volevano, a lui non importava minimamente di loro. Non gli importava né della loro opinione, né dei loro pensieri, né di null'altro che li riguardasse. Alla fin fine, non gli importava nemmeno chi fossero di preciso. Aveva preso loro semplicemente perché si trovavano lì, avrebbe agito nello stesso modo anche se ce ne fossero stati altri.


Si diresse allo scaffale dove teneva gli spartiti, e ne estrasse un fascicolo bello voluminoso. Era una sinfonia da circa mezz'ora, e Neville l'avrebbe suonata tutta. Era anche per altri strumenti, ma per la maggior parte il violino faceva da padrone. Cominciò, e le note vennero fuori come se fosse stata acqua che colava da una grondaia.


 


***


 


- Sentite?


Irving aveva aguzzato le orecchie.


- La sentite questa musica?


Anche gli altri si fecero più concentrati, e infatti la udirono. Era una melodia delicata, ma allo stesso tempo pregna di carattere. Si percepiva però la tristezza contenuta in quelle note, che quasi sicuramente rifletteva i sentimenti del musicista.


- Secondo voi chi sta suonando? - chiese Finley.


- Potrebbe essere lo stesso umano che ci tiene prigionieri? - azzardò Nellie.


Nessuno parlò, dato che la domanda si rispondeva da sola. Restarono semplicemente lì, ad ascoltare la musica, quella dolce e triste melodia che faceva da loro unica compagna in quella cantina dimenticata da Arceus.


Lloyd non ci provava nemmeno ad ascoltare quella musica, era troppo impegnato a riflettere sul da farsi. Un lago a forma di Haunter? Forse ricordava di averne visto uno, ma dove? Quelle terre erano strapiene di laghi, poteva essere uno qualsiasi di quelli. E poteva darsi anche che Finley si fosse sbagliato. Ma sperava con tutto il cuore che non fosse così.



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CAPITOLO 4

Fame, laghi e stazioni telegrafiche

Gurgle, gurgle, gurgle.
Lo stomaco di Lloyd brontolava sonoramente. Erano ore che non mangiava nulla, e il suo apparato digestivo si stava facendo sentire. Malediceva mentalmente il suo organo, ordinandogli di tacere anche se sapeva che era perfettamente inutile. Era già  abbastanza nervoso di suo in quella situazione, ci mancava solo che gli venisse fame.
Erano passate varie ore da quando si erano risvegliati, ed erano passate circa tre ore da quando la musica aveva smesso di essere eseguita. Era già  qualche minuto che si sentivano riecheggiare per tutta la stanza i rumori degli stomaci dei pokemon. Anche se all'inizio erano troppo confusi per rendersene conto, non avevano idea di quanto tempo fosse passato da quando erano stati rapiti, per cui non sapevano quando avevano mangiato l'ultima volta. E non sapevano nemmeno se avrebbero mangiato di nuovo.
Il Deino non riusciva quasi ad articolare pensieri da quanta fame aveva. Era disposto ad azzannare qualsiasi cosa, anche le sbarre della cella, o meglio ancora i suoi stessi compagni. Ma la sua etica, per quanto fosse scarsa, gli diceva che non era una cosa consona da fare. Non ancora almeno. "I pokemon saranno anche tutti erbivori" pensò egoisticamente "Ma all'occorrenza..."
I suoi pensieri da cannibale furono interrotti da Finley, che gli chiese se era riuscito a capire dove si trovavano. Le informazioni che aveva erano comunque troppo generiche, aveva assolutamente bisogno di qualcos'altro. Avrebbe chiesto di nuovo al suo amico di spiccare il volo per andare a controllare, ma non gli sembrava il caso. Anche Finley era conciato male al pari di tutti gli altri, se non anche peggio, e Lloyd con quella richiesta avrebbe solo infierito sul già  debilitato amico.
Gurgle, gurgle.
Erano ore che stava lì, sdraiato, a fissare un punto imprecisato oltre le sbarre. Lo stomaco lo stava uccidendo e avrebbe volentieri fatto a pezzi qualcuno dalla frustrazione. Non sapeva dove si trovava né chi lo deteneva - o meglio, questo sì, ma solo superficialmente, non sapeva nemmeno il nome dell'umano -, non mangiava e non beveva da quasi un giorno e i suoi nervi erano a pezzi. Anche gli altri suoi compagni dovevano essere nelle stesse condizioni, poiché oltre al suo sentiva il gorgogliare anche degli altri apparati digestivi. Tra tutti e cinque potevano benissimo metter su una banda musicale.
Gurgle, gurgle. Boboom!
Nellie alzò di scatto la testa. - Un tuono - costatò Irving - Sta arrivando un temporale.
"Che bello" pensò amaramente il Deino. Le perturbazioni non erano affatto rare da quelle parti, anche se la maggior parte delle volte a quell'altitudine si aveva la neve e solo una volta ogni tanto la pioggia.
Fu formulando questo pensiero che una deduzione lo folgorò. Stando al resoconto di Finley si trovavano ancora sulle montagne, senza specificare il punto preciso. Ma guardando il tipo di perturbazione, ovvero capendo se cadeva pioggia o neve, si poteva dedurre l'altitudine più o meno bassa a cui si trovavano, e questo lo avrebbe potuto indirizzare a delle conclusioni molto più precise sul luogo dove erano detenuti.
Boboooom!
Un altro tuono, molto più vicino del precedente, squarciò il silenzio delle montagne. A quanto pare il temporale si stava dirigendo proprio verso di loro. "Tanto meglio".
BoBOOM!
Un terzo tuono, molto più forte degli altri due, parve scuotere l'intero edificio dalle fondamenta (dove stavano loro). Il possente rumore venne ingigantito dall'eco delle valli vicine, e rimbombò per alcuni secondi. Gregory, che si era messo a dormire non sapendo cos'altro fare, si svegliò di soprassalto.
- Che succede?! - esclamò leggermente spaventato dal brusco risveglio - Ci attaccano?! - . A prima vista tale comportamento poteva sembrare divertente, quasi risibile, ma era questo quello che succedeva dopo anni di battaglie e guerre. Tutti loro erano abituati ad avere un sonno molto leggero, e i forti rumori come quello potevano anche causare degli arresti cardiaci ai più deboli di cuore. Non bisognava farsi ingannare dalle apparenze, Gregory aveva molti più anni di quel che mostrava, e l'età  si stava cominciando a farsi sentire. Dopo un sorrisetto iniziale, Lloyd si incupì di nuovo. Un giorno probabilmente sarebbe diventato come lui. Ma non aveva tempo per farsi prendere da questi ragionamenti.
Mentre un quarto boato meno forte degli altri risuonava all'esterno, il Deino si avvicinò a Finley.
- Finley, so che non dovrei chiedertelo perché sei stanco e tutto il resto, ma mi servirebbe che tu volassi di nuovo fino a quella finestra.
- Cosa?
- Solo per pochi secondi, solo per dirmi se piove o nevica.
- E a cosa ti servirebbe?
- Mi farebbe capire in quale parte delle montagne ci troviamo. Se piove vuol dire che ci troviamo a bassa quota e quindi nella parte sud dei monti, mentre se nevica significa che siamo a nord.
Finley fece un cenno d'assenso, anche se un po' controvoglia. Si girò verso la finestrella.
- Credo che potrai anche fare a meno dei miei servigi. - disse, sempre dando le spalle a Lloyd.
- Perché mai?
- Guarda tu stesso. - disse indicando con un ala.
Lloyd alzò lo sguardo, e capì il motivo per il quale Finley poteva anche restare a terra. Un rivoletto d'acqua stava grondando attraverso un piccolo buco sotto il vetro, e stava lentamente scivolando verso di loro. Pioveva. Si trovavano a sud.

 

La loro prigione si doveva trovare al di sotto di un piano inclinato, altrimenti non si sarebbe spiegato il fatto che l'intensità  dello scroscio era leggermente aumentata, andando pian piano a gocciolare lungo tutto il muro della finestra. Piccole pozze d'acqua si formarono a terra nel giro di pochi minuti, e il ticchettare della pioggia risuonava inesorabile.
Il gruppo fissava l'acqua scorrere con l'aria di chi desidera ardentemente qualcosa.
- Anche voi avete sete? - chiese Nellie, intuendo le intenzioni dei compagni.
- Sì - ammise Finley.
Irving fece spallucce. - Ci si deve arrangiare, ora come ora - disse, e si accostò alla parete, prendendo avidamente avidamente il rivolo che scendeva dalla finestra.
Visto che il Sableye si era preso il posto migliore, agli altri non restò che accontentarsi delle pozze sul pavimento (tutti tranne Gregory, al quale provvide Irving, seppur controvoglia, facendogli spazio al muro). Lloyd prese a estrarre l'acqua dalla sua con molta foga. Era un giorno che non assimilava nulla, e almeno quell'acqua lo avrebbe fatto tirare avanti per un po'. Non sapeva quando avrebbe mangiato di nuovo, per cui si prodigò a finire tutta l'acqua che aveva a portata di lingua. Non sapeva nemmeno se avrebbe di nuovo mangiato.

 

***

 

BoBOOM!
Quel suono troppo simile ad un'esplosione svegliò Neville.
"Ah, maledetta età ". Ormai gli capitava sempre più spesso di addormentarsi quando non doveva e non voleva. Era ancora seduto su quella poltrona davanti al fuoco. Poche braci ardenti restavano a dare vita al falò, e l'ossigeno a loro disposizione stava rapidamente terminando. Neville si alzò fatica e si diresse ad aprire la finestra.
Boom!
Appena aprì le imposte una folata di vento misto a pioggia investì il suo viso. Chiuse gli occhi per evitare di finire accecato, e appena sentì le gocce d'acqua depositarglisi sul viso fece uscire la lingua dalla bocca, catturando tutte quelle in sua prossimità .
"Molto bene" pensò soddisfatto "I depuratori si riempiranno. Questo temporale capita a fagiolo, stavo proprio finendo l'acqua da bere. A proposito di bere e mangiare, quei mostri là  sotto avranno bisogno di cibo per sopravvivere. Suppongo.".
L'uomo fece viaggiare il suo sguardo fino ad un bosco là  vicino. Decise che appena avesse smesso di piovere sarebbe andato a vedere se c'era qualcosa di commestibile per sé e per i suoi "ospiti". Fosse stato direttamente per lui quei mostri sarebbero morti di fame, ma il suo piano richiedeva che fossero vivi e vegeti.
"La pioggia laverà  i frutti" si consolò "Odio doverli ripulire dal fango".

 

***

 

Correva di nuovo. Era lo stesso sogno fatto due giorni prima, con lui che correva nella distesa buia, e l'uomo che lo inseguiva. Continuava a correre, ma l'uomo continuava ad avvicinarglisi pericolosamente, nonostante tutta la forza impiegata nelle zampe per fuggire. 
Era disperato. Correva e correva, ma le distanze si accorciavano rapidamente. Allora provava ad accelerare ancora, ma inutilmente. Sentiva che ormai l'umano gli era pochi passi dietro, ma non si voltò a guardare. Era troppo spaventato.
Inciampò. Sbatté violentemente il muso a terra, e uno strato di polvere si sollevò. Non fece in tempo a chiudere gli occhi che venne quasi accecato dalla sporcizia del pavimento. Provò a rialzarsi, invano. Riusciva a malapena a tenere le palpebre socchiuse, ma gli fu sufficiente per vedere una rete calare sopra di lui.
Si dibatté, ma la rete non fece altro che avvolgersi più strettamente. Si girò, nel tentativo di vedere chi lo aveva imprigionato. Eccolo lì, l'umano. Era quello che teneva prigionieri lui e i suoi amici. E rideva. Rideva. Una risata fredda usciva dalla sua bocca. Una risata da far gelare il sangue nelle vene.

Lloyd si svegliò di soprassalto. Aveva il fiatone, nonostante non si fosse mosso di un millimetro da dove si era addormentato. "Ma poi quando mi sono addormentato?" pensò turbato.
Provò a fare mente locale per ricordare ciò che era successo, e non dovette faticare molto. Era stato rilasciato nella stanza la stessa sostanza che li aveva presi in castagna alla loro casa. Ecco perché anche tutti gli altri erano a terra. Irving russava sonoramente, ma gli altri dormivano come sassi.
Gurgle, gurgle.
Aveva ancora fame. Era ormai un giorno, o forse di più, a giudicare dal buio che era sceso al di fuori della casa, che non metteva nulla sotto i denti. A pensarci bene tutta la stanza era quasi del tutto buia. Il temporale all'esterno era cessato da tempo, per cui il silenzio regnava incontrastato. "Chissà  quante ore sono passate...".
Con gli occhi ancora incrostati di sonno e il cervello intontito, il Deino si guardò attorno per vedere se era cambiato qualcosa nell'ambiente circostante. A prima vista era tutto uguale a come se lo ricordava, così Lloyd soffermò il proprio sguardo sulla caldaia. Il fuoco al suo interno danzava ancora, e la luce delle fiamme si notava ancora di più nella penombra in cui era immersa la stanza. Ombre spettrali venivano proiettate di fronte alla bestia di ferro, e una fiammata più forte delle altre gettò un intenso bagliore che illuminò qualcosa sul pavimento che prima non c'era. Un vassoio, con sopra mele, pere, acini d'uva e persino un paio di banane e pesche, era stato posizionato davanti alla loro prigione.
"Sto sicuramente sognando" pensò rassegnato. Ma le sue narici sembravano dirgli qualcosa di diverso. Aveva infatti captato l'odore fragrante della frutta, il che poteva lasciar intuire che fosse tutto vero. "Non può essere". E invece più odorava, più cresceva in lui la sensazione che non stesse avendo un'allucinazione.
Così in Lloyd si fecero strada due sentimenti contrastanti: da una parte era felice, perché così poteva dare soddisfazione al suo stomaco e placare la sua fame, mentre dall'altra era preoccupato che i suoi amici si svegliassero, vedessero la frutta e volessero mangiarla al posto suo. L'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento, e Lloyd si avventò alle sbarre protendendo le zampe per afferrare il vassoio con la frutta. "Dai! Dai che ce la faccio! Ce la posso fare!...". Il Deino allungava le zampe al massimo, ma il vassoio era appena fuori dalla sua portata, non permettendogli di arrivarci.
"Eddai..."
- Yawn... Che succede?
La voce di Finley lo costrinse ad interrompere la sua seduta di ginnastica. Si voltò, con uno sguardo a metà  tra il deluso ed il furioso, pronto a saltare addosso al Rufflet.
- Cos'hai?! - domandò lui turbato dallo sguardo dell'amico.
Solo allora il Deino sembrò rendersi conto di cosa stava per fare, e allora si rilassò, facendo calmare i bollenti spiriti. Stava veramente per attaccare il suo migliore amico? La fame lo stava spingendo a tal punto? E poi, cosa avrebbe fatto una volta che avesse attaccato Finley? Lo avrebbe... avrebbe... "No!" pensò "Non lo farei mai!".
- Che ti prende?! - gli chiese di nuovo.
- C'è un vassoio con della frutta al di là  delle sbarre, ma non ci arrivo. Ho le zampe troppo corte. - e ne agitò una come per dimostrare la veridicità  di quella affermazione - E tu e Nellie non credo che ne siate in grado con le ali, e di Gregory nemmeno se ne parla. Dovremmo svegliare Irving, scommetto che lui ci può arrivare.
- Va bene. - fece per andare a scuotere il Sableye, ma a metà  strada si fermò - Un momento, quand'è che mi sono addormentato?
- Credo sia colpa di quell'umano, ricordo che ci ha spruzzato di nuovo quel gas.
- Ah - assentì il Rufflet, anche se non sembrava molto convinto, e si diresse verso Irving. Gli assestò un deciso calcio con una zampa, e quello si svegliò di botto.
- MA SEI SCEMO!?! - gli urlò in faccia - Mi hai fatto male! C'era bisogno di svegliarmi così?!? - concluse massaggiandosi il fianco dove Finley lo aveva picchiato. Poi sembrò riflettere sulla frase appena pronunciata, e domandò: - Un momento, perché stavo dormendo? Non ricordo...
- Sì, sì - lo interruppe Lloyd - E' una storia lunga, te la diciamo dopo, ma adesso ci serve il tuo aiuto. Lo vedi quel vassoio di frutta alle mie spalle? - disse facendo cenno dietro di lui. Irving sgranò i diamanti, e istintivamente si portò una mano all'altezza dello stomaco, prendendosi a massaggiare la pancia. Doveva essere molto affamato anche lui.
- Sì, la vedo.
- Bene. Io e Finley non ci arriviamo con gli arti che ci ritroviamo, e tu fra tutti sei quello che ha le braccia più lunghe, per cui ci stavamo chiedendo se...
- Sì, sì, lo faccio, non c'è bisogno che la tiriate tanto per le lunghe. - concluse sbrigativo il Sableye, dirigendosi immediatamente verso le sbarre più vicine al vassoio. Si vedeva proprio che moriva dalla voglia di mangiare qualcosa.
Si attaccò alle fredde sbarre, e allungò il braccio sinistro. All'inizio sembrava che nemmeno lui ce la potesse fare, ma Irving decise di non mollare. Allungò più che poté l'arto, e finalmente con una delle pelose dita riuscì ad agganciare uno dei bordi del vassoio. Iniziò immediatamente a tirarlo verso di sé, e lo sfregamento tra il metallo (Lloyd pensava che il vassoio fosse fatto di quel materiale perché riluceva alla luce delle fiamme) e la pietra polverosa del pavimento produsse uno sgradevole suono raschiante. Il rumore fu talmente fastidioso da svegliare anche Gregory e Nellie, che subito fecero per fare delle domande analoghe a quelle fatte dagli altri al momento del loro risveglio, ma si zittirono subito una volta visto quello che stava facendo Irving.
Finalmente, dopo quello che parve essere un intero anno, risuonò il clang del contatto fra i metalli delle sbarre e del vassoio. Lloyd aveva già  l'acquolina in bocca al pensiero di poter mangiare di nuovo, e il suo stomaco si stava già  preparando ad accogliere il cibo. Si spartirono equamente la frutta (anche se Gregory ne ebbe un po' di più con la scusa che era invalido) e ognuno si ritirò nel suo angolino per mangiare.
Considerando anche il fatto che avevano tutti una gran fame, la frutta ci mise poco ad esaurirsi. Nellie finì prima degli altri la sua razione, ma il suo stomaco decise di non essere ancora sazio e continuò a brontolare sonoramente. Finley, a cui era rimasta una mela, decise di darla alla sua innamorata in un gesto di galanteria.
- Se vuoi mi è rimasta questa. Non mi va tanto, per cui la puoi prendere te se la vuoi - disse, mettendogliela vicino con il becco.
- Davvero? - chiese grata la Torchic.
- Certamente - rispose lui. Le sue guance (o almeno le zone accanto al becco che lo dovevano essere) si colorarono leggermente di rosso, e lo si vedeva anche attraverso le piume.
- Grazie mille! Non lo dimenticherò! - lo ringrazio lei.
- Di nulla.
Per un attimo a Lloyd parve che anche le guance arancioni di Nellie si facessero più arancioni, ma forse era solo un'impressione. O forse no. "Forse in fin dei conti Finley ha davvero qualche chance".

 

Alcune ore dopo ebbero tutti concluso di mangiare e anche di digerire. Giusto in tempo perché lo stomaco tornasse a brontolare, anche se meno intensamente e rumorosamente di prima. Ma Lloyd riusciva comunque a sentire tutto quel frastuono. Va detto che l'udito dei Deino non era uno dei loro sensi più sviluppati, ma lo stare rinchiuso senza nemmeno uno svago gli aveva fatto mettere tutti i sensi in allerta, per captare ogni singola anomalia nell'ambiente circostante. Ciò gli faceva percepire anche un sacco di cose superflue, come appunto il brontolare degli apparati digerenti altrui. Escludendo il suo, ovviamente.
Gradualmente Lloyd, nonostante mantenesse l'udito in tensione, perse concentrazione, e la sua mente cominciò a vagare, o piuttosto a divagare. Pensava (o almeno ci provava) costantemente al lago a forma di Haunter, ma non riusciva mai a ricordare di dove l'avesse già  visto. E a causa di ciò i suoi pensieri andavano sempre al pasto appena consumato, o ai compagni, o più frequentemente all'umano. Quell'umano. C'era qualcosa in lui che... non sapeva, lo lasciava con una sensazione strana, nemmeno il Deino sapeva definirla con certezza.
Allora cominciò a ripensare al periodo del suo addestramento, terminato poco meno di un anno prima. Ripensò a tutte le giornate ad addestrarsi nel campetto dietro alla casa. Ripensò a tutti i combattimenti amichevoli con gli altri membri della "Famiglia". Una volta aveva persino gareggiato contro Olston, perdendo ovviamente. Ripensò anche a tutte le escursioni fatte nelle montagne, alle passeggiate sugli stretti sentieri, ai grandi panorami visti dalle cime brulle, oppure alle nuotate nelle gelide acque dei laghi...
Furono quelle ultime riflessioni a far scattare qualcosa in Lloyd. Adesso si ricordava dove aveva visto quel lago. Anche se non rammentava precisamente la direzione, aveva un'idea generica di dove fosse.

 

***

 

Algish Inn era un piccolo paese, posto all'estrema riva meridionale del lago di Algish, a circa un giorno e mezzo o due di cammino dalla casa della "Famiglia". La Stazione Telegrafica era posta ai limiti del paese. Era una baracca più piccola rispetto alle altre, ed era isolata dal resto dell'agglomerato per favorire la connettività  del filo con le altre mete. Di sera era anche un po' inquietante, dato che non c'era nessun lampione nei paraggi. La zona era illuminata solo dalla debole luce di una lampadina all'interno della Stazione che filtrava dall'unica finestra presente.
"Non è un gran bel posto" realizzò Avery appena lo vide. In precedenza era stato alcune volte ad Algish Inn, ma non aveva mai fatto caso alla Stazione Telegrafica. Non fino a quando, appena arrivati in paese per trascorrere la notte, Olston gli aveva ordinato di andare a telegrafare il loro arrivo ad Algish Inn a coloro che erano rimasti a casa, tanto per non farli stare in pensiero.
Fece per aprire la porta di legno secco, e appena la toccò quella si aprì da sola con un inquietante scricchiolio. Il Machop non vi fece molto caso, ed entrò, dirigendosi sicuro contro il telegrafo, ben in vista dalla porta.
Arrivò a destinazione e si preparò ad azionarlo. Si fermò un attimo per rammentare il codice Morse. La Stazione di Algish Inn era talmente malandata che non c'era nemmeno un cartello con scritto il codice. Appena gli tornarono alla mente i caratteri, cominciò ad abbassare a ripetizione la levetta.
Arrivati Algish Inn. STOP
Partenza domani mattina. STOP
Situazione? STOP

Attese alcuni minuti la risposta, che non arrivò. "E' normale" pensò "La stanza del telegrafo è in una zona della casa poco frequentata, forse non l'hanno sentito".
Avery spense il telegrafo e uscì tranquillamente dal locale.

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CAPITOLO 5


Scontro senza quartiere



Lloyd era molto più stanco di quanto pensasse, dato che si addormentò subito dopo aver realizzato dove si trovava. Si risvegliò che già  il sole era sorto. Appena aprì gli occhi vide il raggio di luce proiettato dalla piccola finestrella, oltre ovviamente alla tremolante luce della caldaia. All'inizio, colpa anche del solito intontimento post-risveglio, non si ricordò dei pensieri della notte precedente, ma appena si fu ripreso un po' gli tornarono alla mente.


- Ragazzi! - urlò - So dove siamo!


- Cosa? - . Finley, che stava facendo qualcosa in un angolino, si volse vero il Deino, incredulo e incerto allo stesso tempo.


- Mi è tornato alla mente. Forse ho capito dove siamo.


- Dove? - chiese incerta ma curiosa Nellie.


- Allora... avete presente la catena dell'Ancabar e del Sanclagel?


- Quale, quella che forma quel passo stretto con il Surrac e il Calleac?


- Esatto! Noi dovremmo essere dall'altra parte.


- Forse ho capito... - disse meditabondo Irving.


- Non credo di seguirvi... - fece Nellie.


- Stupida! Ora ti spiego.


"Ecco che arriva sua magnificenza il re di tutta la c*zzo di conoscenza!" pensò Lloyd, preparandosi mentalmente alla spiegazione del Sableye. Irving era fatto così, adorava dare sfoggio della sua cultura ogni qualvolta se ne presentava l'occasione.


- Allora, hai presente Algish Inn?


- Sì...


- Ecco, da lì puoi vedere benissimo il monte Ancabar, e un po' più lontano la cima del Sanclagel che spunta da dietro le creste. Dietro la catena c'è il lago Benan Rahm. Mi sembra che una sponda si veda anche da Algish Inn. Il Benan Rahm è più grande del lago di Algish. A sud dei lago ci sono i tre Laghi Fantasma, ovvero quelli di Fion, Ahat e Bhein, che sono rispettivamente a forma di Honchcrow, Dusclops...


- ...e Haunter! - completò entusiasta Lloyd.


Solo allora Irving sembrò rendersi conto di quello che aveva appena detto, e si batté con la mano la fronte.


- Ma certo! Che imbecille che sono, lo sapevo fin dall'inizio e non ci avevo nemmeno pensato. Sono proprio un idiota! Appena torno a casa mi rileggo tutti i libri sulla geografia del posto, così...


Il Sableye ammutolì di colpo, accorgendosi di aver toccato un tasto dolente. Al suono della parola "casa" tutti (meno Gregory, che dormiva e non aveva sentito nulla della loro conversazione) abbassarono lo sguardo, oppure restarono col fiato sospeso. Quella parola non faceva altro che ricordargli la loro condizione di prigionieri e la loro libertà  ingabbiata.


Ognuno di loro si ritirò per conto suo, mandando a quel paese tutte le conclusioni appena ottenute. Nonostante adesso sapessero dove si trovavano, il loro morale era sotto terra. Non avrebbero tentato la fuga nemmeno se fossero stati costretti, lo si vedeva dalle loro facce.


Anche Lloyd non era molto speranzoso, anche se cercò di scacciare dalla sua testa quei pensieri negativi. Senza volerlo si ritrovò a pensare al suo compagno Irving, e alla frase che aveva portato alla fine del discorso. La sua mente viaggiatrice concluse che non era colpa sua, si era solo trattato di un lapsus, di uno sfogo dovuto alla frustrazione. Molte delle conoscenze erano infatti merito di lunghe ore di studio e di interi paragrafi imparati a memoria, per cui non sempre le cose tornavano immediatamente alla galla dal "magazzino dei ricordi", come lo chiamava Aldus.


Aldus era un vecchio Delibird che abitava vicino ad Algish Inn, ed ogni tanto veniva a far visita alla "Famiglia". Non ci stava molto di testa (forse era per questo che stava simpatico a tutti), ma aveva alcuni momenti di lucidità  impressionante, tanto che una volta, durante una conversazione con Olston, si era lasciato sfuggire una frase che era rimasta impressa nella mente di Lloyd. "Che volete farci, il mio magazzino dei ricordi non è più quello di un tempo. Tutte le cose invecchiano e vanno in malora, e questo è il mio caso.". Non sapeva bene perché, ma quella frase se la ricordava da molto tempo. Forse per il fatto che dimostrava che ogni cosa col passare del tempo invecchia e perde vigore. Così Lloyd si ritrovò a pensare a sé stesso e alla sua crescita. Erano ormai passati quattro anni da quando era uscito dall'uovo, ed il suo addestramento era cominciato quando aveva pochi mesi ed era finito quasi da un anno. Aveva quindi trascorso già  tre anni e mezzo della sua vita ad allenarsi, ed il restante mezzo aveva fatto... nulla. Bel modo di utilizzare la propria vita.


"No!" pensò "Faro qualcosa! Non me ne starò qui a marcire e a sprecare la mia vita!". Guardò Finley, e si rese conto di non essere l'unico ad aver pensato quelle cose. Vide uno sguardo determinato sul volto del Rufflet, che un istante dopo si alzò.


- Ragazzi! - esclamò - Non possiamo restare qui, dobbiamo assolutamente fuggire!


- Hai ragione! - lo sostenne l'amico.


- Concordo! - fece Nellie - Però... come facciamo a scappare?


A questa domanda Finley diventò meditabondo per alcuni attimi, ma riuscì a trovare quasi subito la risposta.


- Mi sembra ovvio, ne dovremo cercare una! - esclamò battendosi l'ala sul petto. Lloyd sorrise, vedendo l'amico tentare di fare colpo su Nellie. "Certo che non si fa scappare nessuna occasione" pensò "Guarda come è fiero. Chissà , magari questa è la volta buona che ce la fa".


Lasciando perdere le stupidaggini, i quattro si misero immediatamente ad esaminare la cella centimetro per centimetro, senza a primo acchito ottenere dei risultati. La cella era perfetta (escluso lo spesso strato di sporco sul pavimento), le sbarre erano lisce, e apparentemente non c'era nemmeno un'entrata. Veniva spontaneo chiedersi come avessero fatto ad entrare lì dentro, e soprattutto come avrebbero fatto ad uscirne. Apparentemente l'unica apertura da cui forse sarebbe  stato possibile fuggire era la finestrella a vari metri sopra di loro, ma era troppo piccola. Forse forse un Joltik ci sarebbe potuto passare, ma sicuramente non uno di loro. Sicuramente quella non era una via d'uscita.


Restava sempre il quesito di come avevano fatto ad entrare lì. Ci doveva essere per forza di cose un'entrata, a meno che quelle sbarre non fossero state saldate dopo la loro venuta, cosa alquanto improbabile. Per cui c'era una porta, un buco o qualsiasi altra cosa che loro non vedevano. Probabilmente era proprio sotto il loro naso, ma questa era la filosofia dei nascondigli: più sono in vista e meno si notano.


Passarono praticamente tutto il resto della giornata a vagare per quello spazio ristretto come degli ossessi, investigando su ogni singolo granello di polvere, su ogni minima crepa tra le mattonelle del pavimento e su ogni piccola increspatura nel muro. Senza ovviamente ottenere il minimo risultato. Quando l'ultimo spiraglio di sole scomparve dietro le montagne e ad illuminare la stanza restò solo la caldaia, erano esattamente nella stessa situazione di quando avevano cominciato a cercare.


E per tutto quel tempo, Gregory non aveva smesso di dormire. A certi tratti aveva anche russato piuttosto forte, nemmeno lo avessero drogato oppure addormentato con dei solventi chimici. Chissà , magari poteva anche essere il risultato del gas dell'umano.


- Abbiamo cercato dappertutto - sbottò Irving - Ma della fottuta uscita nemmeno l'ombra.


- Sembra proprio che ci abbiamo murati qui dentro - convenne Lloyd.


- Così però non aiuti. - disse Finley.


- Che vuoi, almeno sono franco.


- In tal caso la tua franchezza non sta aiutando.


Se avesse avuto le mani, il Rufflet si sarebbe arruffato le penne dalla frustrazione. Si allontanò dagli altri, con un'espressione a metà  tra l'arrabbiato e il rassegnato, e si isolò nel suo angolo di cella, iniziando a borbottare contro il muro.


- Poverino. Eppure ce l'ha messa tutta.


Nellie era davvero preoccupata per il Rufflet. Nonostante la situazione, Lloyd si fermò ad osservarla. La loro esperienza pareva aver finalmente avvicinato la Torcich e il Rufflet, approfondendo di molto il loro rapporto. Il Deino dovette ammettere che quello che prima era solo una confidenza adesso era sfociata in un'amicizia abbastanza solita, con forse anche una certa confidenza. In fin dei conti poteva anche finire bene tra i due volatili.


- Però abbiamo guardato dappertutto - continuò lei, senza rivolgersi a nessuno in particolare - Non è possibile che non ci sia nemmeno un'entrata. E poi - disse con un tono stizzito facendo un cenno a Gregory - quello lì nemmeno ci ha aiutato.


- Ha un braccio e una gamba rotti - fece notare Irving.


- Dettagli - liquidò Nellie - Poteva comunque guardare un po' in giro da dove si trovava.


- E sarebbe servito a...


- Oh, sta zitto!


- Scusa se sto facendo notare cose ovvie a tutti tranne che a te!


- Cosa vorresti dire?!?


- Non è colpa mia se sei stupida!


- Cosa!?! Brutto *censura*, tu non...


Il loro battibecco fu interrotto sul nascere da un tonfo sordo.


Tunf!


Tutti e quattro si girarono verso la fonte del rumore (anche Finley si interessò) e videro che il Dewott era scivolato di lato, accasciandosi nell'angolo tra il pavimento e la parete. E il bello era che non si era nemmeno svegliato, complice anche il fatto che non aveva schiacciato il braccio rotto.


Ma la vera cosa interessante era quello che c'era dietro il pokemon acquatico: una piccola porticina. Restarono tutti a bocca aperta (nei casi di Nellie e Finley a becco aperto) a guardare la minuscola entrata. Era incastonata perfettamente nel muro, e quasi non si notava, poiché i suoi bordi sembravano essere gli spigoli di normalissimi mattoni.


- Ma porco Arceus!!!


L'imprecazione di Gregory risuonò forte e chiara, ma nessuno sembrò prestarci attenzione.


- Non ditemi che è stata lì per tutto il tempo e noi non ce ne siamo nemmeno accorti. - sospirò Nellie accasciandosi a terra per la stanchezza, mentre Irving si fece un facepalm per la frustrazione. "In effetti Gregory non si era mai spostato di lì" rifletté Lloyd "Eppure doveva sentire le sporgenze della porta. D'altronde il dolore per il braccio e la gamba rotti poteva avergli fatto perdere la sensibilità . Io però non sono un medico, ci vorrebbe Augustine per dirlo con certezza. Sta di fatto che adesso abbiamo trovato l'uscita.".


KaBOOM!!!


- Gregory, cosa stai facendo?!?


Il grido di Nellie fece voltare tutti di nuovo, e videro Gregory ritto in piedi, apparentemente noncurante degli arti rotti, intento a lanciare un attacco Idropompa contro le sbarre. Una si era leggermente incrinata, ma nulla più.


- Cosa sta succedendo?!? Gregory!!!


Quello non rispose, e anzi, si lanciò in un nuovo attacco che riuscì ad oltrepassare le sbarre e a colpire la parete opposta, persino un po' la porta che portava all'interno della casa.


- GREGORY!!!


Finalmente il Dewott sembrò accorgersi degli altri, e si girò. Era lui, eppure non lo era. I muscoli della faccia erano tesissimi, mettendo in risalto tutte le vene facendole pulsare all'impazzata, e facendo per questo scurire la pelle dal suo caratteristico celeste ad un violetto sgargiante. La sua bocca era contorta in una specie di smorfia, e i suoi baffi vibravano senza sosta. Ma la cosa che più faceva impressione erano gli occhi: le pupille erano scomparse, e le orbite si erano come lasciate all'insù, lasciando scoperto il bianco venato di rosso della parte inferiore del bulbo oculare. Anche quelle venette erano gonfie, e pulsavano.


- Cosa...


Finley non fece in tempo a finire la frase che Gregory fece partire un terzo Idropompa, stavolta diretto contro di loro. Tutti fecero in tempo a scansarsi, anche complice il fatto che con gli occhi in quello stato probabilmente non poteva vederli bene.


"Che c*zzo sta succedendo!?!" Lloyd lottava per non cadere preda del panico "Cos'ha adesso?!? Non sarà  che...". E all'improvviso capì. Gregory doveva essere entrato nello Stato Berserk. E questa non era per nulla una cosa buona.


Evitando un nuovo attacco, cercò di ragionare a mentre fredda. "Devo bloccarlo, ma come?!?". Riuscì a scansare un altro Idropompa, mentre Finley non fu così fortunato, venendo preso in pieno.


- FINLEY!!!


"*censura*, cosa faccio?!? Aspetta, ci sono...".


- Ragazzi! - gridò cercando di superare il frastuono - Forse so come bloccarlo! Ho bisogno che ognuno di voi si attacchi alle sue gambe e alle sue braccia! Lo dovete tenere fermo!


Nonostante avessero ricevuto degli ordini sommari, i tre li eseguirono al meglio. Erano preparati ad una tale occasione, l'addestramento presso la "Famiglia" implicava anche questo. Appena il Dewott interruppe i propri attacchi, i tre pokemon gli si fiondarono addosso. Finley corse alla sua destra, e gli afferrò il braccio sano col becco. Nellie andò dalla parte opposta, e col becco lo agganciò al polso e gli torse l'arto dietro la schiena. Gregory lanciò un urlo, più di rabbia che di dolore, e tentò di sferrare un calcio ai suoi aguzzini. Ma ad impedire ciò ci pensò Irving, che era strisciato nel frattempo sotto di lui, e gli afferrò saldamente le caviglie.


- Vai Lloyd! Muoviti!!!


Il Deino non se lo fece ripetere, e caricò a testa bassa. Si fiondò contro l'immobilizzato Gregory, e diede una potente testata all'altezza dello stomaco. "Attacco Schianto. E' fatta".


Nei suoi piani questo doveva fermare permanentemente Gregory togliendogli il respiro e facendolo piegare in due dal dolore, ma ciò sorprendentemente non accadde. Con un rapido strattone si liberò da quello che gli tenevano le braccia e, dando prova di una forza smisurata e del tutto sconosciuta, afferrò Lloyd cingendolo completamente e lo gettò con foga dietro di sé. Il Deino si andò a schiantare contro le sbarre di metallo, e sentì un dolore atroce alla schiena.


"C*zzo! Perché non ha funzionato?!? *censura*... anche insieme io e gli altri non siamo in grado di affrontare Gregory, figuriamoci poi se è nello Stato Berserk. Non mi resta che giocare la mia ultima carta.".


- Hey, Gregory!


Il Dewott si voltò, ancora più infuriato. La sua smorfia si allargò, e si palesarono molte rughe sulla sua fronte a causa della costante contrazione dei muscoli.


- Prendi questo!


Il Deino spalancò la bocca, e immediatamente tra le sue mascelle andò ad ingrandirsi una sfera viola scuro, che pochi istanti dopo schizzò a tutta velocità , spinta da un raggio dello stesso colore, contro il volto del Dewott. Quello nemmeno provò a scansarsi, e fu centrato in piena guancia. Gli volò via perfino un dente.


Gregory si accasciò a terra, e sembrò cambiare. Chiuse con forza gli occhi, e dopo alcuni secondi li riaprì. Lloyd vide che erano tornati normali. Gregory si mise a respirare profondamente per circa un minuto. Man mano che il tempo passava, riacquistava le sue normali caratteristiche. Si mise poi in ginocchio, e sputò un fiotto di sangue.


- Che è successo? - chiese.


- Credo... - disse Finley - Che tu sia entrato nello Stato... - .


- Ah. Capisco.


Si mise a gambe incrociate, cercando di ignorare il dolore, e chiuse gli occhi. - Credo - disse - di aver bisogno... di riposare... un attimo... - . E detto questo si addormentò lì, a sedere. Era quello che succedeva quando un pokemon usciva dallo Stato Berserk, non c'era da preoccuparsi. La cosa grave erano i danni che il Dewott aveva fatto a lui e ai suoi amici. Finley era conciato piuttosto male, mentre Irving e Nellie dimostravano di essere abbastanza pesti. A Lloyd invece era sembrato di sentire uno scricchiolio quando aveva sbattuto contro le sbarre, e stava cominciando ad avvertire un malessere.


Finley e Nellie crollarono a terra (ironicamente l'uno addosso all'altro) mentre Irving riuscì a trascinarsi fino alla parete prima di collassare. Anche il Deino decise di concedersi un momento di pausa, e si mise comodo, seguendo l'esempio dei suoi amici. Per quanto ci si possa mettere comodi su un pavimento freddo e sconnesso. Si accasciò malamente a terra, stremato dalla fatica e dal dolore. Il contatto tra la pelle e la fredda superficie gli causò un brivido, ma non ci fece troppo caso. Abbandonò la testa sul marmo delle piastrelle. "Credo che anche io... mi riposerò... un attimo...".


Chiuse gli occhi per la stanchezza, anche se fu costretto a riaprirli quasi subito a causa di un granello di polvere che rischiò di farlo starnutire. Lo soffiò via buttando fuori aria dal naso, e richiuse le palpebre, addormentandosi senza volerlo.


Ma si risvegliò quasi subito, e con un pensiero ben preciso in testa. "No! L'umano non deve sapere dell'uscita. Bisogna assolutamente rimettere Gregory dov'era prima, altrimenti potrebbe accorgersene.".


 


***


 


KaBOOM!!!


"C*zzo, devo assolutamente vedere se ho qualche medicinale contro il sonno" pensò Neville, riprendendosi dall'ennesimo pisolino indesiderato. Ma cos'era quella scossa? Sembrava provenire dalle fondamenta della casa, ovvero dove aveva imprigionato quei "mostri".


Gettò immediatamente uno sguardo alla telecamera, e notò immediatamente che qualcosa non andava. La ripresa era sgranata, e le immagini arrivavano ad intermittenza e talvolta in ritardo, con magari alcuni cali di frame impressionanti. Non si capiva bene quello che stava succedendo nella cantina, anche se Neville poté intuire che c'era un combattimento in corso, anche se non sapeva tra chi. "Chissà " pensò "Magari sono impazziti, oppure... potrebbe essere che... Ma prima di tutto devo accertarmi dei danni alla telecamera. Ma se lo faccio gli farei sapere che li posso vedere il qualsiasi momento. D'altronde lo sanno già , però... uffa, non fanno per me questi dilemmi esistenziali. Sarò costretto ad usare quel poco di gas che mi rimane. Non volevo, ma credo di non avere altra scelta".


Guardò un'ultima volta l'inquadratura, e si decise ad agire.


 


***


 


Con tutta la forza residua, Lloyd prese a spingere con la testa Gregory verso la porta. Doveva rimetterlo lì davanti, altrimenti la loro via di fuga sarebbe stata scoperta, ne andava della loro libertà .


Sentiva che le forze lo stavano abbandonando, ma decise di non mollare. Strinse i denti, e continuo a spintonare Gregory, anche se sembrava una sfida persa in partenza. Il Deino era riuscito a malapena a spostare di mezzo metro il Dewott, che stranamente sembrava pesare una tonnellata. Questa era un altro effetto collaterale dello Stato Berserk, era difficilissimo spostare qualcuno caduto nel sonno successivo. Probabilmente non ce l'avrebbe fatta, ma era deciso a continuare.


Dopo molto tempo decise di abbandonare lo strattonamento frontale e di passare al trascinamento. Lo aggirò, lo addentò per la collottola e provò a trascinarlo verso il muro. Normalmente un morso del genere lo avrebbe fatto sanguinare, ma il Dewott non ebbe reazioni tangibili, continuando a respirare a ritmo regolare. Nonostante tutto lo sforzo, Lloyd riuscì a spostarlo sono di una manciata di centimetri. Provò allora a puntellarsi sulle zampe posteriori e a buttarsi indietro nel tentativo di trascinarlo con lui, invano.


Proprio in quel momento una porta si aprì. Non quella che c'era nella cella, bensì l'altra, quella in cima alle scale. L'umano era tornato.


Lloys si girò, e lo vide. Era vestito alla stessa maniera della volta precedente, e sotto il braccio portava quella che sembrava essere una scala. Dopo aver sceso le scale l'uomo si fermò un attimo ad osservare quanto era accaduto dentro la gabbia, guardando in particolare Lloyd e Gregory dormiente.


- Avete messo su un bel casino - constatò - Cosa avete fatto? Una rissa?


Senza attendere una risposta (che comunque non avrebbe compreso) si girò di nuovo, e posizionò la scala in un punto non lontano dalla caldaia, e cominciò a salire.


"Ma cosa sta facendo?" si chiese tra sé e sé il Deino "Non c'è niente lì. Ma che mi importa poi. Devo cercare di mettere Gregory davanti alla porta, non devo fare il minimo rumore.".


Tornò da Gregory, e ricominciò a spingerlo, molto più piano stavolta, e soprattutto facendo attenzione a fare il tutto in silenzio.


Ma era più facile a dirsi che a farsi. Causò involontariamente (o volontariamente, dipende dai punti di vista) vari fruscii e rumori sordi, e si meraviglio che l'uomo non si fosse ancora girato. Ma erano solo apparenze, poiché si era accorto facilmente di quello che il pokemon stava provando a fare.


- E' inutile che ci provi, tanto so già  di quella porta.


Aveva pronunciato quella frase con tutta sicurezza, intento com'era ad armeggiare con qualcosa che rasentava il soffitto.


- Cosa pensavi? Secondo te come avevo fatto a mettervi lì dentro? Vi sarete senz'altro accorti che non ci sono entrate a parte quella.


Si sentì un clik e successivamente un pop (come qualcosa che si stappa), e l'uomo tirò via qualcosa dal muro. Fatto ciò, cominciò a scendere la scala. Lloyd nel frattempo si accasciò a terra, esausto e frustrato per il fatto che i suoi sforzi per nascondere la loro unica via di fuga fossero falliti così miseramente.


- Bé, sappiate che è del tutto inutile. E' bloccata dall'esterno. Sapete, all'inizio qui era un porcile, e quella era l'uscita. Ma poi ci pensò mio padre a dare una ripulita. Se sperate di scappare da lì vi sbagliate di grosso.


Lloyd lanciò uno sguardo carico d'odio all'umano, digrignando nel frattempo i denti,


- Siete stati ingenui - continuò lui, riprendendo sottobraccio la scala - A pensare di potervene andare così facilmente. - e riprese a salire le scale. Dopo una pausa teatrale decisamente ad effetto, quando stava per aprire la porta, si girò un'ultima volta. La frase che disse fece mandare in bestia il Deino.


- In effetti, ora che ci penso, è questa la prova che gli uomini sono... anzi, erano superiori a voi... mostri... - e detto questo se ne andò, chiudendosi l'anta alle spalle.


"Quello *censura*, chi si crede di essere!?!" pensò Lloyd, non avendo nemmeno più la forza di parlare "Gliela farò pagare... appena esco da qui... vendicherò... mi... ah... aspetta... ma... cos'è un porcile?".


E questo fu il suo ultimo pensiero, poiché perse i sensi subito dopo.


 


***


 


Neville sbuffò. Si era dimenticato di portare da mangiare ai suoi "ospiti". "Del resto" pensò "Mi servono vivi. Devo assolutamente scrivermi da qualche parte quello che devo fare, ultimamente la mia memoria fa sempre più cilecca. Poi, adesso che ci penso, non dovrò nemmeno utilizzare il gas, quei cinque si sono messi fuori combattimento da soli. Per una volta hanno fatto qualcosa di buono.".



 


Ogni riferimento a Neon Genesis Evangelion è puramente casuale. Dico davvero, non l'ho fatto apposta, non l'ho nemmeno mai visto.

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CAPITOLO 6


Emozioni



Nonostante fosse ormai notte fonda, Neville non si era ancora stancato di cercare quel libro. Aveva controllato due volte tutti gli scaffali, e adesso glie ne restava da esaminare solo uno. Il manoscritto doveva per forza di cose essere tra quella manciata di costole che sporgevano dalla struttura in legno. Si mise pazientemente ad esaminare i titoli uno per uno, finché non trovò l'oggetto desiderato.


Era un voluminoso tomo dalla copertina unicamente verde, con alcune scritte a carattere dorato. Il titolo era Il baratro - La sindrome di Sigvardsson. Prese il libro sottobraccio e se lo portò sino in salotto, sistemandosi sulla poltrona davanti al camino e appoggiando il tomo sulle sue cosce. Lo aprì, e fu costretto a soffiare via uno spesso strato di polvere che eruppe non appena egli mosse la carta. Guardò l'indice, e provò a cercare il passo che lo interessava, non trovando niente. Cominciò allora ad aprirlo a casaccio, tanto per vedere se la fortuna era dalla sua. Aveva tutta la notte per farlo, per cui non ci sarebbero stati problemi. Lui e il sonno non erano mai andati d'accordo, spesso e volentieri lo coglieva quando non era il momento e non arrivava mai quando voleva riposare. E questo era uno di quei momenti.


Gettando ogni tanto occhiate distratte allo scorrere dei numeri delle pagine, alla fine fu attirato da una frase, e seppe immediatamente che era quella la cosa che gli interessava.


 


Lo psicanalista Olaf Sigvardsson scoprì nel 2102, dopo molti anni di accurate ricerche e svariati test su pazienti ricoverati in cliniche psichiatriche della Scandinavia, la sindrome che oggi porta il suo nome, conosciuta volgarmente come "Stato Berserk".


Il dottor Sigvardsson eseguì anche prove su persone normali, e riscontrò che i sintomi erano gli stessi e si verificavano nella stessa modalità  dei test precedenti, per questo arrivò alla conclusione che la sindrome è annidata in ogni uomo, donna o bambino. Eseguì i medesimi esperimenti su pokemon ed animali, e il risultato fu lo stesso.


"La sindrome" scrisse in un suo trattato "è qualcosa di molto infido ed insidioso. Sono quelli che in passato erano definiti "raptus di follia". Questa "malattia" (anche se non sarebbe corretto chiamarla così) colpisce indistintamente dal sesso, dall'etnia, dalla specie e da qualsivoglia fattore. Non è contagiosa, ma è inserita nel DNA di umani, pokemon e animali. Nessuno può dirsi al sicuro.".


Come scrisse il dottore, la sindrome non è una malattia, ma tutti ne sono affetti, e tutti ne possono cadere vittime quando meno se l'aspettano.


 


Neville saltò qualche pagina. Si ricordava di aver letto quel pezzo una volta, e sapeva che quel che gli premeva sapere era scritto alcune pagine dopo. E infatti non fece fatica a trovare ciò che cercava.


 


La sindrome si manifesta attraverso scatti d'ira incontrollati e violenza spontanea verso ciò che circonda l'esemplare colpito, compresi i simili. Fino alla fine del XXI secolo si pensava che ciò fosse dovuto all'insanità  mentale dell'individuo, ma il dottor Sigvardsson dimostrò che anche persone perfettamente sane di mente e pokemon e animali molto docili potevano cadere preda della sindrome con gli stimoli giusti.


Di solito la causa della sindrome è un grosso ed improvviso shock, oppure un piccolo disturbo che va però a far scoppiare uno stato di tensione. La classica goccia che fa traboccare il vaso. Il dottor Sigvardsson scorpì anche che la sindrome può essere attivata a comando tramite un contatto sottocutaneo.


Grazie ai suoi studi infatti si venne a sapere che ogni individuo ha un preciso punto del corpo che se stimolato può far scattare lo Stato Berserk. Questo varia da animale ad animale (uomini e pokemon compresi) e fattori come la genetica sono ininfluenti in questo campo. Per fare un esempio il dottor Sigvardsson prese in esame un caso storico, ovvero quello di Harald III di Norvegia, meglio noto come Harald Hardrada, ossia "il crudele, il pazzo, il sanguinario" nell'antico sassone. Il re scandinavo è noto per essere stato l'ultimo vero vichingo che la storia ricordi, ed era famoso soprattutto per la sua brama di sangue quando scendeva in battaglia. In realtà  non faceva altro che entrare nello Stato Berserk subito prima degli scontri. Da un manoscritto ritrovato pochi anni fa si è venuto a sapere che per far scattare tale Stato poco prima della battaglia Harald si faceva assestare un poderoso pugno nello stomaco da uno dei suoi uomini, visto che era proprio quello il punto che permetteva alla sindrome di entrare in azione. Si racconta che oltre a centinaia di nemici anche molti dei suoi alleati finirono preda della sua furia omicida. Il re riusciva però sempre a riaversi in tempo da questo stato, ed una sola volta cadde completamente succube della sindrome. E quella fu la fine per lui. Nella Battaglia di Stamford Bridge del 1066 re Harald, per la brama di uccidere il re rivale Aroldo II d'Inghilterra, venne ucciso da una freccia che gli si conficcò nel collo.


La sindrome di Sigvardsson si chiama anche Stato Berserk anche a causa di re Harald. Infatti lo stato in cui il soggetto entra quando è colpito ricorda proprio quello dei Berserk, leggendari guerrieri del folklore vichingo, instancabili e sempre pronti alla battaglia.


 


Un curioso effetto collaterale della sindrome è quello di lasciare profondamente addormentato il soggetto colpito, che può restare nel mondo dei sogni finanche a tre giorni. Il suo perso corporeo inoltre può registrare un inspiegabile aumento, rendendo difficili eventuali spostamenti esercitati su di lui.


Come scatta, la sindrome può essere bloccata nello stesso modo, ovvero venendo di nuovo a contatto con il punto nevralgico. Nella maggior parte dei casi il punto è lo stesso dell'avvio, ma in rare circostante può anche essere situato da un'altra parte. Nel caso di re Harald lo stomaco dava sia il via che lo stop ai raptus.


 


"Ci avevo visto giusto" pensò l'uomo "Uno di quei pokemon deve aver subito uno shock e sarà  entrato nello Stato Berserk. Un po' li capisco, devono aver accumulato un bel po' di nervosismo. Ma *censura*, adesso la telecamera si è sfasciata, e non potrò più tenerli d'occhio. Maledetti mostri.".


Si alzò, e rimise il libro dove l'aveva trovato. "Questo sì che è un bel problema. Non è da escludere che possa succedere di nuovo, e in quel caso ho paura che possano veramente sfondare la parete della cantina. Del resto, con tutte quelle infiltrazioni d'acqua non mi stupirei se ci fosse qualche apertura da allargare."


Si buttò stancamente sulla poltrona. Si portò le mani alla tempia, e cominciò a massaggiarsela. "M*rda, mi scoppia la testa. Cosa devo fare? Cosa devo fare?


Neville venne scosso da un brivido proveniente dall'interno del suo corpo. "E no, non mi sono dimenticato di te. C*zzo, sto anche finendo le pillole. Quattro o tre erano? Non ricordo. Tanto quel giorno è vicino, e una pillola in più o in meno non farà  molta differenza. Certo, prima è...".


Prima di completare il pensiero "cadde" addormentato.


 


***


 


- E così è caduto sul braccio rotto. Probabilmente è quello il punto che gli fa scatenare lo Stato.


- E quindi è per questo.


- Già , sembra proprio così.


Lloyd e Finley stavano discutendo ormai da qualche tempo, un po' per ingannare il tempo un po' per distrarsi dalla fame. Gli stomaci erano infatti tornati a brontolare, visto il lungo digiuno. Il giorno precedente non era certo stata una bella giornata per loro, con l'inutile cerca dell'uscita e la "crisi" di Gregory (che tra l'altro stava ancora dormendo). Ne erano usciti tutti stremati, e avevano dormito come degli Snorlax fino alla mattina successiva. E anche da svegli non si erano sentiti meglio. Lloyd in particolare si era sentito rintronato per un bel po' a causa di tutte le botte prese ultimamente, ma era anche infuriato per le parole dettegli dall'umano. Aveva giurato a sé stesso che una volta uscito da lì l'avrebbe ucciso. Ma non solo perché ce l'aveva con lui, ma anche per quello che stava facendo a lui e ai suoi amici.


- Ma quindi l'umano sapeva già  di questa porta?


- Pare proprio di sì.


- E quindi tutte le ore che abbiamo passato a cercarla sono state sprecate.


A questo il Deino non rispose, poiché era abbastanza ovvio quello che andava detto. In definitiva era sì, avevano sprecato una giornata. Del resto non avevano avuto altro da fare, e stare in quello spazio ristretto poteva rivelarsi alquanto noioso. Almeno sino a quel momento non avevano sperimentato momenti morti.


- E ha avuto anche la faccia tosta di prenderti per i fondelli, quel bast*rdo.


Lloyd si morse il labbro. Gliel'avrebbe pagata cara per questo affronto.


- Quando riusciremo ad uscire - continuò il Rufflet - Glie la faremo vedere noi a quel figlio di buona madre. Gli faremo rimpiangere di essersi messo contro la Famiglia. Dico bene, Lloyd?


Il Deino aveva perso la voglia di parlare, e fece cenno di sì con la testa. Con un movimento del capo il pokemon fece capire che era ora di finire lì il discorso. Erano entrambi spossati, e avevano bisogno di recuperare un po' di energie. Per il momento gli unici svegli erano loro, ma sarebbero volentieri tornati nel mondo dei sogni.


In quel momento il Deino si sentiva come se fosse in un dopo sbornia. La testa gli girava e gli pulsava, non pensava lucidamente e a malapena riusciva a tenere gli occhi aperti.


Una volta qualcuno aveva dimenticato una bottiglia di vino semivuota sul tavolo della cucina della loro casa, e il Deino, vedendo che non passava nessuno, l'aveva presa in bocca e l'aveva completamente svuotata del suo contenuto. Un po' l'aveva fatto perché era curioso di sentire il sapore e anche perché non voleva più essere astemio. Era stato un gesto stupido, questo lo riconobbe in seguito lui stesso. Visto che non aveva mai toccato in vita sua un goccio di alcol poco dopo era ubriaco fradicio, e aveva anche spaccato qualche soprammobile a causa dei suoi attacchi incontrollati. Ci aveva pensato Olston a fermarlo, e successivamente gli aveva fatto ingerire a forza una Baccaki.


In seguito non ricordò quasi nulla, ma di una cosa era sicuro: non si era mai sentito peggio in vita sua. Dopo che ebbe mangiato la bacca vomitò anche l'anima, e giurò che non avrebbe mai più toccato un goccio d'alcol, fosse vino, birra, idromele, infuso di bacche o cose del genere. Anche se in quel momento pur di placare la fame si sarebbe bevuto anche la roccia fusa.


Un ciuffo di pelo gli finì negli occhi. Se lo soffiò via, e realizzò che i "capelli" gli erano rapidamente ricresciuti. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che si era fatto dare una spuntatina? Un mese? Un mese e mezzo? Non se lo ricordava. Nonostante la situazione ci teneva ad essere presentabile, avrebbe chiesto al suo migliore amico di tagliarglieli di nuovo.


Distese la testa e si riaddormentò. Si risvegliò qualche ora dopo, con il sole che tramontava. A parte lui nessuno dava segni di vita (se si escludeva la respirazione regolare). Nonostante fosse quasi un giorno intero che tutti loro dormivano, pareva che dovessero ancora rimettersi. Il Deino stava quasi per riaddormentarsi, quando vide qualcosa luccicare al di là  delle sbarre. Aguzzò la vista per vedere meglio, e realizzò che si trattava di un vassoio, come quello che avevano ricevuto poco tempo addietro.


Nonostante fosse affamato come un dannato, Lloyd non aveva ancora la forza per rialzarsi. "Ci penserà  Irving dopo" pensò sbadigliando "Non ce la faccio". E crollò di nuovo. Gli sembrò di aver chiuso gli occhi per appena un secondo che di nuovo tornò al mondo reale. Alzò stancamente la testa, e vide gli altri, a poca distanza da lui che mangiavano. Evidentemente si erano serviti quando lui era ancora addormentato.


Abbassando lo sguardo vide che un po' di cibaria era stata tenuta da parte presumibilmente per lui. Quasi sentendo l'odore, il suo stomaco brontolò rumorosamente. Lloyd era tentato di avventarsi sul cibo, ma qualcosa in lui lo fece desistere da quell'intento. Ce l'aveva ancora a morte con quell'umano, e aveva deciso che non avrebbe mai accettato nulla che fosse passato anche per le sue mani.


In base a questo giuramento il Deino con noncuranza voltò il capo di lato, con uno sguardo a metà  tra il sofferente e l'imbronciato. Non avrebbe mai mangiato quel cibo, visto che non si sarebbe mai abbassato ad elemosinare da mangiare al suo aguzzino. Voleva dare a vedere il suo orgoglio agli altri, e in fondo sapeva di star ricercando approvazione per il suo gesto simil-temerario. Ma nessuno sembrò farci molto caso.


- Ahem - grugnì, cercando di richiamare l'attenzione degli altri. E ancora non ottenne nulla. Capì che doveva essere lui a parlare.


- Se volete la potete prendere voi questa roba - disse con portamento fiero - Io non mangio.


Irving fu l'unico che gli rivolse uno sguardo perplesso, salvo poi tornare a consumare il suo pasto.


"Ma che hanno?" pensò infastidito il Deino.


- Avete sentito? Lo potete prendere voi questo cibo. Hey, mi state ascoltando?!?


Questa volta più di una testa si girò nella sua direzione.


- Perché non vuoi mangiare? - chiese Nellie ancora con la bocca piena, facendo schizzare anche alcune briciole di cibo.


- Non accetterò nulla da quell'umano. E' una questione di principio.


- Quando si tratta di sopravvivere i principi e tutto il resto vanno a farsi fottere. - disse Irving, dissimulando tutto l'entusiasmo di Lloyd.


Con la voce che traballava leggermente, il Deino provò a continuare:- M-ma mi sono deciso a fare così. Non voglio nulla da parte di quel... quel *censura*. Anche voi dovreste rifiutarvi di mangiare, se ciò andasse contro i vostri ideali.


- Ideali? - Irving stava quasi per ridere - Gli ideali ti riempiranno lo stomaco? I principi ti faranno tirare avanti? Come pensi di sopravvivere nutrendoti solo delle tue idee?


- Io...


- Avremo anche la stessa età , ma io sono molto più maturo di te. Smettila di fare il cucciolo e cresci una volta per tutte. Quando si tratta di sopravvivere si deve fare qualsiasi cosa pur di rimanere in vita. - . Impressionato dalle sue stesse parole, il Sableye abbassò per un attimo i diamanti, per poi ritornare a consumare la sua porzione.


 


Tutti ripresero a mangiare, tranne Lloyd. Quello abbassò la testa, oscurandosi il volto con il ciuffo di pelo. L'unico che continuava a guardarlo era Finley, timoroso di una possibile reazione violenta da parte dell'amico. Gli doleva ammetterlo, ma Irving aveva ragione: non ci si può riempire lo stomaco con gli ideali, era per questo che c'era il cibo vero. Ma capiva anche Lloyd, infatti anche lui ce l'aveva a morte con l'umano, e non vedeva l'ora di uscire per fargliela pagare. Però...


- Lloyd? - provò a chiedergli.


Nessuna risposta.


- Lloyd? Mi senti?


Ancora niente.


- S-stai bene?


Quello di cui il Rufflet aveva paura era che anche l'amico potesse cadere nello Stato Berserk. Già  era bastato Gregory il giorno precedente, se anche il Deino si fosse comportato così per loro sarebbe stata morte certa, visto che non avevano le energie necessarie per affrontarlo. Ed era proprio per il timore di innescare il processo che il Rufflet si guardava bene anche solo dallo sfiorarlo. Non aveva la minima idea di quale fosse il "punto sensibile" di Lloyd, e aveva paura di poterlo accidentalmente far infuriare.


- L-lloyd? - provò a chiedere di nuovo.


- Hey Finley!


La reazione del Deino colse completamente di sorpresa Finley, che fece un balzo indietro. Tutto si sarebbe aspettato da lui meno che gli rispondesse con giubilo, sorridendo per di più.


Lo guardò meglio. A prima vista sembrava un sorriso genuino e sincero, e anche l'espressione era abbastanza rilassata, anche se magari l'espressione in generale era un po' forzata.


- Lloyd, sei sicuro di star bene?


- Certamente! - esclamò il Deino continuando a sorridere - Ho riflettuto un po', e ho capito che Irving ha ragione! Devo mangiare, ho una fame! - e si avvicinò al proprio rancio. Chinò il capo per afferrare una Baccamela con la bocca, e senza tornare dritto cominciò a masticarla. In tutto questo la sua faccia era sempre rimasta al di sotto dell'ombra del ciuffo.


Finley non era del tutto convinto. Non era da Lloyd fare così, in una situazione normale avrebbe reagito in modo decisamente diverso. Ma quella non era di certo una situazione normale.


Stava quasi per andarsene, quando l'attenzione del pokemon Aquilotto venne attirata da qualcosa che luccicava alla luce delle fiamme della caldaia. Guardò meglio, e si accorse che era una lacrima. In quel preciso momento un'altra perla luccicante andò ad impattare sul pavimento, e il Ruffet realizzò subito da dove provenivano. Il suo amico stava piangendo. Non emetteva nemmeno un gemito, ma le lacrime gli scivolavano lungo il viso, magari inerpicandosi anche sui riccioli e andando infine a cadere per terra.


- Lloyd?


Il Deino continuò a mangiare. E a piangere silenziosamente. Nessuno sembrava essersene accorto oltre Finley.


Il Rufflet allora provò a ripetergli la domanda: - Lloyd? Sicuro di sentirti bene? - abbassando leggermente la voce e avvicinandoglisi.


- Lloyd?


Dopo il terzo tentativo finalmente ci fu una reazione visibile nel Deino. Voltò la testa verso di lui, facendo scivolare il ciuffo di lato, e cominciò a fissarlo. La prima cosa che a Finley apparve evidente era il fatto che Lloyd aveva gli occhi lucidi, e una leggera traccia d'acqua era presente dove i lacrimoni erano scivolati giù.


- Ha ragione Fin... - cominciò a singhiozzare Lloyd - Ha ragione... quel bast*rdo ha ragione... quel bast*rdo... ha ragione... quel bast*rdo ha ragione...


Un singhiozzante Lloyd si accasciò a terra, portandosi le zampe anteriori alla testa e sgranando gli occhi. - Ha ragione... ha ragione... - continuava a farneticare. Non piangeva in modo rumoroso, tanto che si sentiva appena. Finley si guardò attorno. Nellie ed Irving stavano ancora mangiando, mentre Gregory non si era ancora svegliato. Solo lui si era accorto della crisi dell'amico.


Decise che non lo poteva lasciare in quello stato.


- Lloyd...


- Ha ragione... ha ragione... - lo ignorò lui, continuando a fissare con occhi lucidi il vuoto davanti a sé.


Finley gli mise un'ala sulla spalla. - Lloyd - . Il suo non era un tentativo di richiamare l'attenzione, bensì qualcosa di più. Aveva intenzione di risollevare il suo morale. E ci sarebbe riuscito.


- Lloyd - ripetè.


Questa volta il Deino voltò leggermente la testa, mordendosi un labbro per cercare di trattenersi. Si vergognava molto di farsi vedere così. Ma tutto lo stress accumulato negli ultimi giorni aveva finalmente trovato una valvola di sfogo, e nonostante gli sforzi le lacrime continuavano ad uscire e gli occhi a luccicare.


- Non fare così. E' esattamente questo che vuole quel *censura*. Facendo così gli dai solo soddisfazione. E tu gli vuoi forse dare soddisfazione?


Lloyd strinse i denti, e abbassò la testa. Le lacrime continuavano imperterrite a scendere dal suo volto.


- Lo so Fin, lo so... ma non ce la faccio... non ce la faccio...


Il Rufflet gli diede qualche pacca sulle spalle. - Devi cercare di tirarti su - gli disse - Non puoi ridurti così. Guardati. E' questo il Lloyd che conosco? Tu ti comporteresti così? - .


Lloyd alzò di nuovo la testa. - Cosa devo fare Fin? Cosa devo fare? Non ce la sto facendo più... sto impazzendo... aiutami, ti prego...


- Certo Lloyd, puoi contare su di me. Siamo amici in fondo, no?


Il Deino si asciugò gli occhi con una zampa.


- Te lo ricordi il nostro vecchio motto? - gli chiese.


- Certamente. Come siamo noi due?


- Siamo amici.


- No, ti sbagli.


- Hai ragione, siamo più che amici.


Lloyd sorrise. Quasi per miracolo Finley era riuscito a tirarlo su di morale. E pensare che aveva egli stesso dubitato di lui. Finley, vedendo il suo amico felice, non poté far altro che ricambiare il sorriso.


"Meno male, ci sono riuscito" pensò il Rufflet tirando un sospiro di sollievo. - Dai - gli disse poi - Va a mangiare, che ne hai bisogno.


- Hmm... ok...


Nonostante fosse ancora un po' mogio, il Deino si rimise a consumare il suo pasto. "Almeno adesso si è tranquillizzato un po'. " pensò tra sé e sé Finley "Speriamo solo che non risucceda. Non so se sarei in grado di calmarlo di nuovo. Lui... " ma si astenne dal terminare il pensiero.



 


Perdonami Unico, ieri me n'ero dimenticato.


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CAPITOLO 7


Tutti fuori



- ...ed ecco fatto. Così dovresti andare bene.


- In effetti ci vedo già  meglio, grazie Fin.


- Alla fin fine serve a qualcosa l'attacco Lacerazione.


La seduta di Lloyd dal "barbiere" era appena terminata, e adesso il suo ciuffo molesto era stato definitivamente tagliato. Così adesso era tornato a portare il "taglio di capelli" più corto in modo che si potessero vedere bene i suoi occhi. Adesso si sentiva meglio, quasi più in pace con sé stesso. Adesso era ben determinato a trovare una via di fuga, e non farsi più piegare come il giorno precedente.


Però il fatto era che avevano già  sprecato un giorno intero a controllare la cella ed era stato solo tutto tempo sprecato. L'unica cosa che avevano trovato era la porticina, ma stando alle affermazioni dell'umano sarebbe stato inutile anche solo tentare di forzarla. D'altro canto non si poteva di certo fidare di lui, ma quella porta era l'unica via di fuga visibile, e almeno dovevano provare a sfondarla.


Lloyd espose la situazione all'amico.


- Già , bella m*rda. E quindi? Che facciamo?


- L'unica cosa che sembra possibile: provare a sfondare la porta.


- Hai ragione, possiamo provare solo quello. Ma chi lo fa?


- Lo faccio io. Provo a caricare con Bottintesta, ma non sono sicuro che funzionerà .


- Provare non costa nulla.


Il Deino non rispose, mettendosi invece in posizione, pronto a partire. Arrivò quasi ad appiattirsi per darsi poi più slancio al momento dello scatto, e gettò di sottecchi uno sguardo alla porta per essere sicuro di prendere la direzione giusta.


Dopo pochi attimi, si decise a partire, e diede un potente slancio alle zampe posteriori. Digrignò i denti con un fastidioso stridio, e chiuse gli occhi per avere una maggiore concentrazione. Passarono a malapena due secondi e il cranio del pokemon impattò contro la dura parete di roccia. Si sentì distintamente uno scricchiolio nelle pietre che la formavano, ma non si mosse di un millimetro. Lloyd invece si accasciò a terra tenendosi la testa con le zampe anteriori, urlando e lamentandosi per il dolore provocato dalla forte botta.


- Aaaaaaah!!! Porca m*rda! La mia testa! La mia testa!


Finley corse immediatamente in contro all'amico, tentando di prestargli soccorso.


- Lloyd! Stai bene?


- No, porco Arceus! Non si è manco mossa 'sta c*zzo di porta!


- E che ti aspettavi - disse Irving, rintanato nel suo spazio - Quell'umano sarà  anche un bast*rdo, ma stando a quanto so diceva la verità .


- Tu non sai niente! - gli urlò in faccia Lloyd - Solo io c'ero quando ho parlato con lui.


- In realtà , per essere precisi - controbatté il Sableye - c'eravamo anche io e gli altri. Solo che non eravamo coscienti.


"Brutto pezzo di..." pensò Lloyd tra sé e sé, trattenendosi a stento dal lanciargli addosso un Dragopulsar. Fortunatamente in quel momento si mise di mezzo Finley, che tentò di risolvere quella situazione con un po' di sano buonsenso.


- Dai, ragazzi - disse - Non fate così. E' esattamente quello che lui vuole.


Lloyd lanciò uno sguardo assetato di sangue a Irving, che dal canto suo lo fissò intensamente con la sua espressione difficile da decifrare (non avendo né iride né pupilla ma solo due grossi diamanti al posto degli occhi era abbastanza arduo farsi un'idea di cosa provasse). Anche se dalla piega che aveva preso la sua bocca era abbastanza evidente il suo disappunto.


Rivolgendosi in particolare a Lloyd, Finley si mise di mezzo ai due, allungando le ali come a formare uno scudo.


- Basta così - e fissò Lloyd - Adesso basta così.


Il Deino sospirò.


- Va bene, basta così. Grazie, mi ci voleva proprio.


"Però la testa continua a farmi male. Anzi, credo che mi sia venuto anche un bernoccolo." pensò Lloyd un po' scocciato.


- Ok.


Stroncato sul nascere il probabile litigio, Finley si ritirò. Si voltò verso il muro, ma Lloyd fece in tempo a scorgere la sua espressione meditabonda e concentrata. "Si sta sicuramente spaccando il cervello molto più di me. Però, c*zzo, abbiamo guardato dappertutto. Non è possibile che abbiamo tralasciato qualcosa, non è poi così grande questa stanza.".


E invece, come gli fu dimostrato qualche ora dopo, qualcosa lo avevano trascurato, e in modo anche abbastanza grossolano.


 


Due o tre ore dopo il silenzio che regnava nella zona fu scosso da dei rombi lontani.


"Un altro temporale" pensò Lloyd, il quale si era appisolato non sapendo bene cosa fare ed era stato risvegliato dal rumore.


In breve tempo la luce del sole che filtrava dal vetro della finestra si venne pian piano ad oscurare. Al suo posto subentrò un cupo grigiore, e ben presto il ticchettare della pioggia creò un monotono sottofondo.


Ed esattamente come alcuni giorni prima si creò un ruscelletto che da sotto la finestra formava una piccola cascata. Essa andò a formare delle minuscole pozzanghere, una delle quali a poca distanza da Lloyd. Egli alzò leggermente la testa, quel tanto che bastava a specchiarvisi. Si guardò attentamente il ciuffo, come per valutare se il suo amico avesse fatto un buon lavoro.


L'intera operazione durò poco più di un minuto, e una volta che si fu osservato abbastanza tornò ad adagiare la testa sul freddo pavimento, fissando un punto imprecisato davanti a sé. Arrivò quasi ad addormentarsi di nuovo a causa del lento, costante ed anche un po' rilassante rumore dell'acqua che scorreva e della pioggia che cadeva sul terreno esterno.


"Acqua che scorre..." pensò lentamente, facendo fatica ad articolare i pensieri a causa della stanchezza "Ho sete... non ce la faccio ad alzarmi...". Tutta l'energia di poco prima era svanita in poco tempo, e adesso il Deino si ritrovava ridotto ad uno straccio. Anche gli altri erano nelle stesse sue condizioni. E Gregory dormiva ancora.


"Ho capito perché... quell'umano ci da... da mangiare un giorno sì... e uno no... ci sta sfiancando... non gli basta tenerci rinchiusi qui... e ho ancora sete...".


Il ritmo a cui concepiva le sue riflessioni si faceva sempre più lento ed impastato. "Sete... sete... acqua... sete... acqua... ruscello... ruscello... finestra... temporale... l'acqua passa... sotto... la finestra...".


E fu allora che concepì. "Ma certo!". Si alzò di scatto, e fece per battersi la zampa sulla testa come a volersi punire per quella sua svista. "Se l'acqua passa sotto la finestra... vuol dire che... ci deve essere un buco!".


Giubilante per aver trovato la possibile soluzione ai loro problemi, il pokemon corse ad avvisare gli altri.


- Ragazzi! Ragazzi! - . Pur di svegliarli (perché erano tutti crollati per la stanchezza) ricorse anche all'attacco Bottintesta. La cosa che aveva scoperta era troppo importante per poter aspettare.


- Ragazzi!


- Lloyd... - la prima a svegliarsi fu Nellie - Che... succede...?


- Presto Nellie! - il pokemon Impeto non riusciva a trattenere la sua eccitazione - Aiutami a svegliare gli altri!


- Ma... perché? Che succede? - chiese la Torchic, ancora spaesata ed intontita.


- Penso di aver trovato il modo per andarcene di qui!


 


Tempo cinque minuti e tutti erano in piedi e pronti ad ascoltare quello che Lloyd aveva da dire. Persino Gregory, agli spintoni che gli aveva riservato Irving, si era mosso un po', sembrando sul punto di riprendere conoscenza.


- Allora - cominciò il Deino - ho capito come ce ne possiamo andare.


- Come? - chiese impaziente Finley.


- Guardate là  - disse Lloyd, accennando al ruscello alle proprie spalle - Lo vedete, no?


- Poche cazzate, arriva al dunque - fece impaziente il Sableye.


- Sì, sì. Guardate un po' da dove proviene.


Tutti alzarono lo sguardo verso la finestra. La pioggia continuava ad impattare contro il vetro ticchettando sonoramente. Gli sguardi di tutti erano perplessi, a parte quello di Irving, che aveva assunto un'aria pensierosa.


- E allora? - domandò Nellie - Io non ci vedo nulla di strano, a parte che...


- ...l'acqua scorre da fuori. - continuò Irving al posto suo, il quale aveva capito dove il Deino voleva andare a parare - E ciò significa che...


- ...che c'è un buco! E se c'è un buco possiamo provare ad uscire di lì!


Finley, che fino a quel momento era rimasto ad osservare la finestra, abbassò lo sguardo e assunse un'espressione soddisfatta, come per dire "Finalmente, era ora!". Nellie invece rimase dubbiosa.


- Anche se ci fosse un buco - disse - sarà  largo al massimo due millimetri. E noi siamo più grossi di due millimetri. - .


- A questo - fece Irving, acquisendo di nuovo la sua insopportabile aria saccente - si può porre rimedio. Se c'è un buco, lo si può allargare.


- E come, signor sotuttoio? Sarà  ad almeno quattro metri da terra.


- Beh... - il Sableye sembrava aver perso il filo, ma riacquistò quasi subito la sua sicurezza - Basta che qualcuno salga fin lassù. E a proposito di "Fin"... - e si girò, fissando Finley.


Lloyd e Nellie capirono al volo il suo ragionamento, e si voltarono anch'essi a guardare il compagno. Sentendosi osservato, il pokemon Aquilotto arrossì.


- C-come mai state tutti guardando me?


 


***


 


"E ti pareva" pensò Neville, svegliatosi dall'ennesimo pisolino indesiderato. Si alzò in piedi, stiracchiandosi. Si sentiva tutto indolenzito, e fece anche un sonoro sbadiglio. Si tolse una lacrima di sonno da un occhio con un rapido gesto della mano e si stropicciò la faccia. Questo problema del sonno facile l'aveva sempre avuto, ma sarebbe durato ancora per poco se tutto fosse andato liscio.


"Mi devo sgranchire le braccia" pensò "Penso che suonerò un po'. Erano giorni che non toccavo il mio adorato violino.".


Si diresse verso la sua camera da letto, dove l'aveva lasciato l'ultima volta che l'aveva utilizzato. La sua non era una casa enorme, ma era più che sufficiente per lui. Era composta dalla cantina (dove teneva rinchiusi i "mostri"), dal piano terra e dal primo piano. Al piano terra aveva la cucina, il salotto, uno stanzino e il suo studio-biblioteca, mentre al piano superiore c'erano il bagno e la sua camera da letto. Ci aveva abitato fin da quando iniziavano i suoi ricordi, con i suoi genitori e suo zio. Erano anni ormai che era rimasto solo.


L'uomo salì le scale. Con molta fatica ma infine ce la fece. L'età  si stava cominciando a far decisamente sentire, e il fatto che le scale fossero anche molto ripide non aiutava di certo. Si aggrappò alla ringhiera con tutte le forze e si issò fino al piano superiore. Il fatto che il suo cuore non fosse poi così in forma era un'altra variabile di cui tenere in conto. Stette un attimo a riprendere fiato, mentre dalla tasca tirava fuori il suo barattolo con le pillole. Ne ingoiò una, dopodiché fece respiri lunghi e profondi. Pochi attimi prima aveva sentito una fitta al petto che l'aveva spaventato, e per non rischiare aveva deciso di prendere un'altra capsula.


Si avviò verso la sua camera da letto, vi entrò e si sedette sul materasso. Guardò stancamente il violino appoggiato sul comodino, ma non allungò il braccio per afferrarlo. Si sentiva decisamente troppo stanco, così si lasciò cadere all'indietro. Finì lungo disteso, e cominciò a guardare il soffitto. Si mise a pensare. A pensare a molte cose, e perse presto il filo conduttore.


Finalmente si decise. Si rimise dritto e prese violino ed archetto. Posizionò il violino sotto il mento e prese in mano l'asticella. "C*zzo" pensò "Ho lasciato giù gli spartiti, e non ho intenzione di fare di nuovo le scale. Fanc*lo, lo faccio a memoria".


E gli riuscì egregiamente. Era come se avesse ogni singola nota stampata nel cervello, tanto eseguiva perfettamente la traccia. Del resto era l'unica che sapeva a menadito. E senza accorgersene si mise pure a cantare ad un volume molto basso.


- Portobello Road... Portobello Road... Street where the riches of ages are stowed...


Si ricordava molto bene di quella canzone. Suo padre glie la cantava sempre per farlo addormentare quando ancora era molto piccola. Ma non si limitava a questo. Qualche volta prima, oppure dopo aver terminato di intonare i versi, gli descriveva questa fantomatica strada. Gli raccontava di quando lui era piccolo, e suo padre lo portava al grande mercato di Portobello Road, quando ancora vivevano nelle città . Gli descriveva i sentimenti che aveva provato, la curiosità  e la meraviglia che aveva quando esaminava le merci, l'estasi a vedere le interminabili contrattazioni tra venditori e compratori, la felicità  sul volto delle persone. Tutti sentimenti che riusciva a trasmettere al suo piccolo pargolo.


Col passare del tempo il piccolo pargolo era diventato un uomo e quei sentimenti erano svaniti. L'unica cosa che era rimasta quella canzone. L'unica cosa che ancora conservava di suo padre. Non aveva né foto, né ritratti dei suoi genitori, né di suo zio. Anzi, di quest'ultimo e sua madre non aveva proprio nulla, se non i ricordi. Invece di suo padre conservava anche quella canzone. Spesso Neville si metteva a cantarla sommessamente, e tra sé e sé si chiedeva se un giorno ci sarebbe mai andato, in questa fantomatica Portobello Road. Si chiedeva persino se non c'era già  passato senza saperlo quando ancora perlustrava le rovine delle metropoli alla ricerca di cibo ed oggetti utili per sopravvivere. Una volta aveva pensato persino che suo padre si potesse essere inventato tutto, magari solo per compiacerlo e poterlo intrattenere. Aveva subito rifiutato categoricamente questa ipotesi. Suo padre non l'avrebbe mai fatto. Non a lui.


- You'll find what you want in the Portobello Road...


Senza accorgersene aveva terminato di cantare. In fondo il testo non era poi così lungo, per cui era normale che avesse già  finito. Terminò di suonare pochi secondi dopo, prolungando ancora un poco la melodia per farla andare a tempo e non stonare con il sottofondo cantato appena terminato.


Finita anche quella operazione posò il tutto sul letto accanto a sé. In seguito guardò fuori dalla finestra. La pioggia che fino a poco prima aveva bagnato l'esterno della casa era finalmente cessata.


"Forza, devo andare a controllare che il temporale non abbia fatto danni.".


Si alzò, anche se di malavoglia, cercando di convincersi che quello che stava per fare sarebbe stato utile al suo obbiettivo finale. Si imbacuccò per bene nei suoi vestiti pesanti ed uscì. Camminò in direzione sud, ovvero verso il lago.


Continuò dritto per circa una decina di minuti, per poi curvare bruscamente a sinistra una volta terminato di scendere il rialzamento sul quale si trovava. Continuò nuovamente in quella direzione, fino ad arrivare ad una forra semi-nascosta dall'ombra della montagna. Si spostò con cautela sino al bordo della buca, sporgendosi leggermente per guardare di sotto. Nonostante la poca luce riuscì ugualmente a scorgere lo spettacolo sottostante.


"Anche da qui i danni sono chiari". Si alzò e si voltò verso il sole "E sta anche tramontando, m*rda. Meglio di così non può andare. Meglio che mi sbrigo.".


Più frustrato che arrabbiato, Neville prese a scendere faticosamente verso il fondo della profonda fossa.


 


***


 


Finalmente, dopo circa quattro attacchi Facciata, il vetro della finestra si incrinò. Ed era strano che ce si fosse solo crepato il vetro, vista la potenza degli attacchi. Ma Finley non stette certo ad osservare il risultato del suo lavoro, visto che quegli attacchi in successione, mentre volava per di più, l'avevano debilitato molto. E a quel punto smise di sbattere le ali per la stanchezza.


Lloyd seppe immediatamente cosa fare. Si portò nella sua traiettoria e gli attutì la caduta, un po' come aveva fatto alcuni giorni prima quando il pokemon Aquilotto aveva sbirciato dalla finestra per lui.


Una volta preso lo posò quanto più delicatamente poté a terra, dopodiché si rivolse a Nellie ed Irving.


- Allora, avete capito cosa dovete fare?


- Certo, "capo". - rispose il Sableye con un filo di astio.


- Certamente - disse la Torchic in modo più garbato.


Il Deino si girò di nuovo verso Finley.


- Grazie, adesso ci pensiamo noi.


Il volatile stava riprendendo fiato per lo sforzo appena fatto. Doveva sicuramente essere molto spossato, ma trovò ugualmente le energie per rispondere all'amico.


- Sicuro che non vuoi... che dia una mano?


- Nah, hai già  fatto abbastanza - rispose Lloyd, dandogli un buffetto amichevole sulla spalla. "Molto più di quanto avrei mai osato sperare".


- Pronti? - chiese agli altri.


- Pronti. - risposero loro all'unisono.


Tutti e tre si concentrarono, e Lloyd ripercorse velocemente le loro azioni precedenti. Subito dopo aver intuito che c'era una falla nella sicurezza, erano riusciti a trovare il modo di sfruttarla a loro vantaggio. Avevano innanzitutto mandato Finley in volo prima a verificare se il cosiddetto buco c'era davvero, per poi dirgli di allargarlo con l'attacco Facciata, ovvero la sua mossa più potente. Se ne volevano andare di lì in fretta, e non gli importava di agire silenziosamente. Una volta che il loro compagno avesse terminato il lavoro, loro sarebbero passati all'azione, sfoderando i loro attacchi più potenti e concentrandoli verso quel punto debole. Ovviamente avevano anche provveduto a mettere al sicuro Gregory (che ancora dormiva) dall'eventuale pioggia di calcinacci.


Il Deino alzò lo sguardo verso la piccola finestra, ed osservò attentamente l'incrinatura. Quel vetro doveva essere molto più resistente di quanto potesse sembrare, forse era stato ancorato ben bene ai muri quando era stato costruito. Lloyd assunse un'espressione risoluta. Avrebbe distrutto quel vetro a tutti i costi, e magari anche il muro intorno. Ormai a separarlo dalla libertà  c'erano solo pochi centimetri di mattoni, e non sarebbero stati certo quelli a fermarlo.


- Al mio tre. - decretò.


Un attimo di silenzio.


- Uno...


Sbirciò di sottecchi gli altri. Nellie si era piegata leggermente, come per darsi uno slancio.


- Due...


Irving dondolava leggermente le mani, e i suoi diamanti luccicavano.


- TRE!!!


Lloyd aprì immediatamente la bocca, e in pochi secondi si formò una sfera viola che venne lanciata a tutta velocità  verso l'alto. Nellie aprì anch'essa il becco, dal quale scaturì una potente fiammata, che in un turbine esplosivo si diresse verso la finestra. Irving invece allargò il palmo della mano destra, nella quale andò a formarsi dapprima un piccolo nucleo poi sempre più grande, e prese a girare velocemente su sé stesso per poi lanciare la sfera alla stessa maniera di Lloyd.


Tutti restarono col fiato sospeso per un attimo. Gli attacchi Dragopulsar, Lanciafiamme e Palla Ombra colpirono contemporaneamente il vetro già  messo male, frantumandolo del tutto. Oltre alla finestra anche molto del muro circostante esplose, creando una violenta pioggia di calce, polvere, cocci e chi più ne ha più ne metta.


- Giù! - urlò Lloyd, buttandosi a terra e coprendosi la testa con le zampe. Non vide cosa fecero gli altri, poiché chiuse gli occhi quasi istantaneamente per evitare che della polvere gli entrasse nelle orbite e di conseguenza finisse accecato.


Il fragore dell'esplosione riecheggiò per le terre circostanti per almeno mezzo minuto, e gli echi delle valli contigue contribuirono ad amplificare ancora di più il suono. Lloyd sentì ogni singolo rumore di schianto, e percepì ogni singola vibrazione creata dai calcinacci che impattavano col suolo.


Come era iniziato, d'un tratto il bombardamento cessò. Lloyd però aspettò alcuni secondi prima di riaprire gli occhi per essere sicuro che fosse davvero finita. Finalmente, quando il silenzio tornò a regnare, sollevò le palpebre.


Un fresco venticello gli accarezzò i ciuffi di pelliccia, causandogli un piacevole solletico. La temperatura si era raffreddata rispetto a prima, e il suo respiro si condensava in piccole nuvolette di vapore acqueo.


- Non... non posso crederci...


Anche gli altri stavano provando a rialzarsi.


- Guardate... - fece Lloyd, indicando un punto davanti a sé. Dove prima c'era la finestra, adesso c'era un grosso buco, largo un paio di metri e lungo un po' meno di tre.


- L-l'esterno... s-iamo... liberi...


 


***


 


KABOOM!!!


Il forte rumore fece sobbalzare per la paura il povero Neville, chino ad armeggiare con i suoi attrezzi da lavoro. Alzò immediatamente la testa. Dal fondo della forra non poteva vedere cosa era successo, ma aveva capito la direzione dalla quale proveniva il suono. Ed aveva anche un brutto presentimento.


"M*rda! Cosa c*zzo è successo!?!".


Lasciando perdere tutto, si mise a scalare le pareti del burrone come se non ci fosse un domani.


 


***


 


Tempo tre minuti ed erano già  tutti fuori. Tutti tranne Lloyd e Gregory.


Della parete dove una volta c'era la finestra adesso rimaneva poco più di un metro di muro a separarli dalla libertà . Sfortunatamente erano tutti molto bassi, per cui avevano deciso che il più alto tra loro avrebbe fatto da scaletta per favorire la salita degli altri. Ed il più alto era risultato essere Lloyd.


Anche se di malavoglia il pokemon Impeto si era posizionato al di sotto del moncone di muro, permettendo agli altri di scavalcarlo e di uscire. Adesso che tutti gli altri erano passati mancava solo lui.


Stava quasi andare, quando si ricordò di Gregory. Si voltò a guardarlo, e con stupore constatò che nonostante tutta la confusione che avevano creato il Dewott ancora non aveva ripreso conoscenza. Fece per avanzare verso di lui, quando il richiamo di Irving lo bloccò.


- Lloyd, muoviti! Andiamocene!


- Ma c'è ancora Gregory... - fece il Deino girandosi.


- Chi se ne frega di lui! Forza, vieni!


- Ma...


Lloyd si volto ancora verso Gregory. Nonostante non risultasse molto simpatico (né a lui né a nessun altro) non lo voleva abbandonare. E di certo non alle grinfie di quell'umano. Ignorando i richiami del Sableye il Deino si avviò verso il compagno addormentato.


- Pezzo d'imbecille, cosa stai facendo?!? Vieni via!


Lloyd lo ignorò, ma un altra voce lo fece nuovamente bloccare.


- Ha ragione, Lloyd! Quello che intende è che ci rallenterebbe e basta! Non ce lo possiamo portare dietro!


"No Fin... anche tu no...". Da tutti si aspettava una cosa del genere meno che da lui.


- Forza Lloyd! Andiamocene!


Il Deino digrignò i denti, frustrato, per poi voltarsi. "Tornerò a prenderti" promise mentalmente a Gregory, anche se più a sé stesso che a lui "Tornerò".



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CAPITOLO 8


Scappando



Quando erano scappati da quella casa gli ultimi raggi di sole faticavano ancora a morire, mentre in quel momento l'astro era definitivamente tramontato, lasciando spazio al buio della notte. Nonostante l'oscurità  stesse man mano facendosi più intensa, i quattro continuavano a correre, imperterriti. Lo stavano facendo oramai da diversi minuti, e dall'evasione non si erano mai fermati.


Lloyd era quello più lento, al punto di rimanere diversi metri indietro rispetto agli altri, nonostante le sue quattro zampe e quindi la (teorica) maggiore propulsione. Era probabilmente colpa della stanchezza accumulata durante i giorni di prigionia, anche se forse il senso di colpa per aver abbandonato Gregory lo stava facendo frenare un po'. E sicuramente il fatto di essersi ferito una zampa con una scheggia di vetro mentre usciva dalla cella non aiutava. Ogni tanto si voltava e vedeva delle piccole macchie di sangue sull'erba lucente di rugiada mattutina. Il suo sangue.


Il Deino comunque ce la stava mettendo tutta, avanzando a testa bassa per le collinette brulle. Riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti, e il vento gli sferzava la faccia, facendolo lacrimare. Ma le lacrime scendevano anche per la sofferta decisione di poco prima. Erano un misto insomma. Il pokemon era anche confuso. Non riusciva ad articolare nemmeno una semplice parola nella sua testa, la sua concentrazione era totalmente dedita verso un unico impulso: correre. Si può dire che Lloyd era in preda ad un turbine di emozioni. Un turbine vorticoso ed intricato. Un turbine potenzialmente pericoloso, sia per lui che per gli altri.


La distanza tra di lui e i compagni stava man mano aumentando, esattamente come l'oscurità  attorno a lui. Chiuse gli occhi con maggior forza e provò ad avanzare più velocemente, senza tuttavia ottenere risultati significativi. Gli prese il fiatone, e cominciò a respirare a grandi boccate. Presto però cominciò ad avvertire un dolore lancinante al fianco, un dolore che cominciò a stremarlo, ed anche la ferita alla zampa si fece sentire.


Ad un certo punto le ultime forze residue sembrarono abbandonarlo definitivamente. Le gambe si rifiutarono di fare altri passi, bloccandosi quasi come se fossero indipendenti da lui. Per un attimo il pokemon restò impietrito sul posto, respirando affannosamente. Rovinò poi di lato con un tonfo sordo, continuando ad ansimare, e ripiegandosi su sé stesso nel vano tentativo di alleviare il dolore. Con un filo di voce provò a chiedere aiuto, ma essendo appunto un filo nessuno lo udì. Poi svenne.


 


***


 


Anche Finley provava le stesse sensazioni di Lloyd. Con le zampe che si ritrovava riusciva a malapena a camminare in maniera stentata, e a correre poi era impedito, per cui alternava una corsa traballante a dei brevi battiti di ali. Non aveva forza né per l'uno né per l'altro, per cui, quando sentì che stava per collassare, si fermò, appoggiandosi ad un albero per riprendere fiato.


- A-aspettate... - chiese, quasi implorando.


Gli altri non erano certo messi poi tanto meglio di lui, per cui alla sua richiesta acconsentirono di buon grado. Quando il Rufflet si fu ristabilito un po', si guardò attorno, tenendosi comunque un'ala al petto poiché respirare gli costava ancora un po' di fatica. Erano giunti sul limitare di una foresta a prima vista molto estesa. Alla sua destra un monte, alto all'incirca cinquecento metri, sulla cui cima si poteva intravedere qualche abbozzo di neve (ed un lago, tanto per cambiare). Alla sua sinistra invece il lago Benan Rahm, le cui acque parevano gelide anche ad occhio.


- State tutti bene? - chiese il Rufflet agli altri. Nellie annuì tra un rantolo e l'altro, mentre Irving, anch'esso piegato in due dalla fatica, si limitò ad emettere un grugnito.


- Dove credete che siamo?


Fu Irving a rispondere, anche se con un po' di ritardo - Forse... questa è la foresta... di Ellok, a giudicare... dalla posizione... ma potrebbe anche... non essere... - .


"Potrebbe." pensò Finley amareggiato.


- Tanto che alternative abbiamo? - disse con un tomo più affermativo che interrogativo - Dobbiamo provare ad orientarci da qui. Come facciamo per tornare a casa?


- Dopo questa foresta - rispose il Sableye - ci dovrebbe essere il passo tra il Surrac e il Sanclagel... e dopo di quello il lago del Barone e la strada che riporta a casa...


- Quindi bisogna entrare in questa foresta? - chiese Nellie.


- Pare proprio di sì.


- Tanto che scelte abbiamo? - disse Irving - Non ce la faremmo mai ad arrampicarci su quel monte, e di sicuro non mi va di fare una nuotata al chiaro di luna. Qui il rischio al massimo è di prendersi un po' di aghi di pino in testa.


"Sì" concordò mentalmente il pokemon Aquilotto "Decisamente non voglio scalare nessun monte, e non sono nemmeno capace di nuotare".


- Allora è deciso, entriamo. Tutti d'accordo? Nellie, tu sì? Bene, Lloyd... Lloyd?


E solo in quel momento si accorsero che all'appello mancava il Deino.


- Lloyd? - domandò intimorito Finley - Lloyd?!? Dove sei?!?


 


Si spinsero a cercare fino a parecchie decine di metri di distanza, ma del Deino nessuna traccia. Sembrava svanito nel nulla.


"Eppure" continuava a ripetersi mentalmente Finey "Eppure ero sicuro che fosse con noi, appena dietro. Ero sicuro. Era appena dietro, ne ero sicuro. Ne ero sicuro. Era appena dietro, ne ero sicuro.". Continuava a pensare e ripensare quelle frasi in un loop continuo, come se quella specie di rito potesse far magicamente riapparire il suo amico.


- Finley... - cominciò a dire Nellie con un tono di voce che al Rufflet non piacque per niente - forse... dovremmo...


- No. - rispose seccamente lui - Deve per forza essere qui vicino, dobbiamo continuare a cercare. Dobbiamo continuare...


In quel momento si sentì poggiare una mano sulla spalla. Sussultò, leggermente spaventato, e si girò verso l'autore del gesto, che incredibilmente era Irving. Ma la sua espressione non lasciava possibilità  di fraintendimento. A giudicare dalla forma che avevano assunto i diamanti voleva dire qualcosa. Qualcosa di molto importante.


- Qui non c'è. Non è qui né da nessun'altra parte. L'abbiamo perso.


- Grazie, c'ero arrivato anch'io. Ma se continuiamo...


- No, non possiamo continuare.


- C-che...


- Quello che vuole dire... - intervenne Nellie - è che... sì, insomma... non possiamo fermarci a cercare Lloyd...


- Cos-


- Esatto. Saranno ore che corriamo, ma siamo ancora dannatamente vicini a quella sottospecie di prigione, e non ho intenzione di farmi riprendere solo per trovare quel Deino.


Finley provò ad interrompere il suo sproloquio, fallendo miseramente.


- Non fraintendermi, non ho nulla contro di lui, ma se vogliamo riuscire a tornare a casa la soluzione non è certo quella di restare qui a fare da bersaglio mobile. Per cui diamoci una mossa e andiamocene.


Una lacrima era scappata fuori da uno degli occhi del Rufflet. Non voleva abbandonare il suo migliore amico, ma una parte di lui doveva ammettere che il Sableye aveva ragione. Se fosse restato a cercare Lloyd sicuramente sarebbe stato ricatturato dall'umano (sicuramente poiché quello si era di certo accorto della loro fuga e senza dubbio li stava cacciando, e con tutta probabilità  Finley non avrebbe avuto la forza di affrontarlo), e non voleva di certo questo. Ma allo stesso tempo rivoleva indietro Lloyd.


Erano pensieri decisamente troppo complicati per lui. Si accasciò a terra e cominciò a singhiozzare. Come Lloyd un paio di giorni prima, anche Finley aveva raggiunto il punto di rottura, faendo un urlo di dolore liberatorio. Immediatamente Irving gli strinse il becco con una mano per farlo zittire.


- Idiota! - sibilò - Vuoi farci scoprire subito?!?


Nonostante la costrizione, delle grosse lacrime continuavano a scorrere dai suoi occhi. Irving mollò la presa, mormorando un "che schifo" forse riferito al fatto che si era bagnato il pelo con le lacrime. Finley si coprì la faccia con le ali. Non voleva che nessuno lo vedesse in quelle condizioni.


All'improvviso però sentì qualcosa di caldo affiancarglisi e accostarglisi alle piume. Era qualcosa che infondeva molto calore, quasi come un fuoco contenuto. Fuoco. Fuoco...


 


- Finley...


Le parole di Nellie, seppur appena sussurrate, furono sufficienti per richiamare l'attenzione del Rufflet. Quello si asciugò, seppur con molta fatica, le lacrime, e cercò di assumere l'espressione più calma che gli riusciva avere.


La Torchic lo guardò in faccia. Evidentemente non la convinceva molto quell'espressione, visto che l'angolo del becco assunse una piega che indicava perplessità . Essa però svanì quasi subito, poiché la piccola pokemon Pulcino sapeva esattamente cosa dire. Non avrebbe lasciato in quelle condizioni il suo amico, e allo stesso tempo doveva convincerlo sul fatto che abbandonare Lloyd sarebbe stato un male necessario. Lei stessa aberrava quelle conclusioni, ma purtroppo era questa la realtà .


Ma aspettò ancora un poco prima di parlare. Doveva calibrare bene le parole, per evitare di ferire l'amico. E date le sue (e loro) condizioni, ciò poteva accadere molto facilmente. Pensò per alcuni secondi al da farsi, finché decise che cosa dire.


- Magari io non sono la persona giusta per dire queste cose... ma...


Finalmente ebbe catalizzata su di sé tutta la concentrazione del Rufflet.


- ...anche io non riesco a convincermi del fatto che dobbiamo farlo. Però è proprio questo il punto, dobbiamo farlo. Se non andiamo avanti rischiamo di essere di nuovo catturati. E di sicuro non lo vogliamo. Per quanto mi dispiace dirlo, dobbiamo rinunciare alla ricerca di Lloyd.


A sentire l'ultima frase Finley si fece scuro in volto e riprese a piangere, anche se silenziosamente stavolta. A Nellie duoleva il cuore a vederlo così. Era un suo caro amico (oltre che simile) e non sopportava vedere qualcuno soffrire in quel modo. "No" pensò "Non devo permettere che riprenda a piangere".


- Finley, ascoltami. - gli chiese, anche se più che una richiesta era un ordine malcelato. Fortunatamente il pokemon Aquilotto parve capirla, poiché alzò leggermente la testa.


- Adesso dobbiamo pensare solo a ritornare a casa. Torneremo a cercare Lloyd una volta che ci saremo rimessi. Forse anche qualcuno di Algish Inn ci potrà  dare una mano. Adesso però dobbiamo tornare a casa. Dobbiamo farlo. Torneremo a cercarlo. Lui e Gregory.


Ancora Finley non sembrava tanto convinto. "Ah, non capisce. Dannazione, non mi resta che una sola cosa...".


 


- Finley... - lo richiamò. Lui alzò appena la testa per vedere cosa voleva la Torchic, e quasi gli venne un colpo quando lei avvicinò il suo becco al suo. Diede un leggero ma prolungato cozzo, e subito dopo lo appoggiò sopra quello di Finley. Questa strana procedura era quella che usavano i pokemon dotati di becco come dimostrazione di affetto. Era un bacio, insomma.


Finley rimase scioccato, al punto che non seppe cosa dire. Anche perché non poteva aprire il becco, poiché era considerata maleducazione farlo proprio in quel momento. L'unica cosa che poté fare fu arrossire vistosamente. E il freddo della notte acuì di molto il colore purpureo, facendolo diventare quasi violaceo.


Ma nemmeno mentalmente riusciva a trovare le parole. Il suo sogno segreto si era finalmente realizzato, Nellie aveva alla fine ricambiato il suo affetto. Era felice all'inverosimile. Anche se purtroppo tale contentezza era smorzata dalla confusione e dal dolore per la perdita di Lloyd.


Dopo alcuni minuti Nellie si staccò. Finley non aprì ugualmente il becco. Lei lo fissò per alcuni secondi, finché si decise a finirla.


- Fin, mi sei stato di grande aiuto in questo ultimo periodo. - disse. Aveva usato il diminutivo "Fin". E lui permetteva solo agli amici più cari (ovvero solamente Lloyd) di chiamarlo in quel modo. Ma non gli era dispiaciuto affatto che anche lei avesse fatto così.


- E per questo ti ringrazio molto. Adesso è venuto il momento di ricambiare. Torneremo a casa. Insieme. E insieme torneremo per Lloyd. Te lo prometto.


Il Rufflet tentennò per un momento, solo per prendere poi l'iniziativa. Questa volta fu lui a baciare lei. Certo, trovò qualche difficoltà  dato che era la prima volta che lo faceva, ma il risultato non fu comunque malaccio. Mentre lei appoggiava il suo becco sul suo, si fissarono negli occhi. E dentro il duo cuore Finley avvertì che aveva ragione.


Una volta che ebbero finito, si rivolsero ad Irving.


- Ah, finalmente, piccioncini. Avete finito? No, lo dico perché, sapete com'è, avremmo un bosco da attraversare.


"E attraversiamolo" pensò risoluto Finley.


Si inoltrarono tutti nelle frasche. O almeno tutti tranne Finley, che indugiò per alcuni istanti. Si voltò verso le oscure colline che avevano appena attraversato. "Te lo prometto" pensò, rivolgendosi mentalmente all'amico disperso "Tornerò".


 


***


 


Dopo circa una decina di minuti di corsa ininterrotta, Neville finalmente arrivò alla sua casa. Aveva il fiatone, e faticava a far funzionare il diaframma. Decisamente l'atletica leggera non faceva per lui, stava indubbiamente diventando troppo vecchio per questo.


La prima cosa che aveva intravisto era stato un sottile filo di fumo che si allungava verso il cielo quando ancora era distante circa un chilometro. Si era subito spaventato, e nonostante stesse provando una fatica immane aveva aumentato il passo. Aveva avuto timore che fosse scoppiato il generatore elettrico, o peggio la bombola del gas, e che fosse esploso tutto. Era arrivato di corsa, solo per scoprire che non c'era nulla di cui preoccuparsi. A parte ovviamente l'enorme buco nella parete sud.


Restò impietrito. "No" pensò "Non è possibile. Non può essere successo davvero. Non può...". E quando si sporse per guardare all'interno della casa, tutte le sue paure si concretizzarono. I mostri erano scappati, tranne uno. La caldaia però era ancora integra, ma questo al momento non gli importava minimamente.


Si guardò immediatamente intorno. Dappertutto c'erano mattoni spezzati, cocci di vetro, polvere di calce, e Dio sa cos'altro materiale di cui era fatto il muro. C'erano perfino alcune macchie di sangue; ciò voleva dire che qualcuno di quelli là  si era ferito. La confusione regnava totale.


Neville cercò comunque di ragionare a mente fredda. "Uno non mi basta, devo riprenderli. Ma come? Aspetta, magari quel sangue..." e si diresse subito ad esaminare le vivide tracce di liquido. Esso stava cominciando a raggrumarsi, ma al tatto era ancora un poco tiepido, e questo poteva significare solo che non erano scappati da molto tempo, e che quindi non potevano trovarsi lontano.


Decise quasi subito il da farsi. Entrò in cantina dal comodo buco, si prese sulle spalle l'esemplare di Dewott e lo portò su in casa sua, in attesa di sistemarlo. Lo posizionò in cucina, la stanza più spaziosa che al momento aveva, e per sicurezza lo legò con qualche metro di corda, così che non scappasse casomai si fosse svegliato. Fu bene attento ad immobilizzargli bene le braccia, di modo che non potesse armeggiare con nulla.


Andò quindi in camera sua, aprì il cassetto del comodino e tirò fuori la pistola. Rimosse il caricatore inserito nel meccanismo e solo allora tolse la sicura. Non voleva di certo far del male ai fuggiaschi, il suo obbiettivo era solo recuperarli. Gli sembrava di ricordare di avere dei proiettili tranquillanti da qualche parte, così si mise a frugare nell'armadio. Dopo vari minuti di ricerca finalmente li trovò. Tre lisci e perfetti proiettili tranquillanti, dal retro che presentava delle variegate piume colorate.


"M*rda" pensò "Non mi basteranno. L'unica speranza è che il ferito stramazzi, così non avrò bisogno di sprecarne uno.". Pensato questo, scese le scale, aprì la porta di casa e uscì.


Proprio allora udì un verso in lontananza. Era però un verso strano, quasi di dolore. Era proprio quello di cui aveva bisogno. Sforzandosi al massimo di mantenere sempre la stessa direzione si incamminò verso la fonte di quel suono.


 


***


Lloyd rinvenne. Dapprima non vide nulla, solo oscurità , al punto che pensò di essere ancora incosciente. Solo dopo un po' realizzò che era piena notte. Provò ad aguzzare la vista, ma non vi riuscì. Il che era strano, dato che essendo un tipo Buio sarebbe dovuto esser capace di vedere anche di notte. Forse non ci riusciva a causa dello stress e della stanchezza accumulati, e anche del suo stato fisico fortemente debilitato.


Provò faticosamente a rialzarsi. Si sentiva tutto un dolore, in particolare la zampa era per lui l'inferno sceso in terra. Gli bruciava come non mai, un po' come se fosse stato scottato. Tentò di muovere qualche passo in avanti, ma cadde subito dopo. Appoggiare la zampa a terra gli provocava un dolore immenso. Cercò però di sforzarsi a resistere, e stringendo i denti si mise in un equilibrio precario.


"Dove sono gli altri?". Questo fu il suo primo pensiero, formulato all'incirca alcuni minuti dopo dal momento in cui si era svegliato.


Attorno a lui non vedeva nessuno, per cui tentò di captare qualche odore con il naso. Dopo aver saggiato e scandagliato un po' l'aria attorno a sé riuscì a fiutare una debole traccia. L'odore che aveva captato apparteneva principalmente a Finley, dato che con lui aveva più familiarità , ma riusciva a sentire anche altre due parti diverse, appartenenti probabilmente a Irving e Nellie.


Si mise, anche se molto faticosamente, in cammino. Adesso che si era un po' stabilizzato riusciva anche a vedere meglio, e così cominciò a seguire le tracce di odore. Mente camminava (o meglio, zoppicava), si mise a pensare al motivo per cui era stato abbandonato dai compagni. Magari non si erano accorti della sua caduta, oppure avevano fatto come con Gregory. Ma Lloyd si rifiutò categoricamente di dare anche solo credito alla seconda ipotesi. "Li raggiungerò" si ripromise "Li raggiungerò".


***


 


Essendo in piena notte l'ambiente selvatico non doveva essere certo molto accogliente, anzi si rivelò piuttosto tetro ed oscuro. Gli alberi frinivano mossi dalla brezza notturna, il vento sussurrava ancestrali vocaboli incomprensibili all'udito e le foglie degli arbusti scricchiolavano senza un apparente motivo. I tre pokemon avanzavano con circospezione all'interno del bosco, con una sorta di timore reverenziale verso ciò che li circondava, quasi come se avessero paura di qualche nemico teso in agguato ad aspettarli. Finley in particolare si guardava spesso attorno, ansioso. Non sapeva nemmeno lui che cosa precisamente gli metteva paura.


Era ormai diverso tempo che si erano inoltrati nell'oscuro bosco, e da allora non avevano fatto altro che camminare. All'inizio pensavano di poter continuare prendendo come punto di riferimento la cresta del Sanclagel, svettante in lontananza, per orientarsi. Ma tale piano si era rivelato inefficace quasi fin da subito, in quanto le cime degli alberi oscuravano il cielo notturno, e lasciavano filtrare ben poca luce.


Alla fine comunque una cosa risultò abbastanza chiara: si erano persi. Senza nessuna possibilità  di verificare se quella che stavano seguendo era effettivamente la giusta direzione, avevano presto smarrito la retta via.


- AAAAAAAAAAAHHHHH!!!


Quell'urlo fece fare letteralmente un balzo di un metro e mezzo a Finley e Nellie. Lui immediatamente si girò per vedere cos'era stata la fonte di quell'urlo, anche se già  dalla voce aveva capito che ad Irving doveva essere successo qualcosa.


Lo spettacolo che videro non fu certo rassicurante. Irving era caduto a terra, e si stava fissando la gamba destra con i diamanti sgranati. Era caduto in una specie di trappola di ferro, la quale gli aveva completamente serrato l'arto, dalle cui estremità  usciva copioso del sangue. Doveva sicuramente essere un marchingegno umano, solo loro potevano essere capaci di progettare una cosa del genere. E a giudicare dalla ruggine doveva trovarsi lì da un bel po' di tempo.


- Aiutatemi! M*rda, la gamba! Aiuto! - gemeva il Sableye.


Nellie fece per avvicinarglisi, ma venne bloccata da Finley, che le mise un'ala davanti. Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo, ma dalla sua espressione decisa capì immediatamente cosa le voleva dire. Ma tanto per essere sicuro il Rufflet le si rivolse lo stesso.


- Non possiamo fare niente per lui. Forza, andiamo.


Detto questo si girò, e riprese a camminare.


- No! Fermi! Non andate! Porca *censura*, aiutatemi!


Finley si era fermato un attimo. Solo per riprendere a camminare subito dopo.


- FERMI!!! Bast*rdi, non andatevene!


Anche Nellie, seppur dubbiosa, gli diede le spalle.


 


***


 


Lloyd giunse all'entrata di una foresta. Aveva seguito l'odore fin lì, e la vista di quegli alberi fitti gli suggeriva che avrebbe dovuto per forza di cose continuare a farlo.


Proprio in quel momento sentì un urlo, e riconobbe la voce di Irving. "Devo sbrigarmi". Senza pensarci due volte vi fece il proprio ingresso.


 


***


 


- Finley?


Erano ormai una decina di minuti che si erano lasciati alle spalle Irving, e da allora Finley era diventato schivo e taciturno. Nellie aveva cominciato seriamente a preoccuparsi per lui. Temeva che lo sfogo di poco tempo prima potesse aver influito in maniera più che negativa sulla sua psiche, e forse aveva ragione.


Il Rufflet si portò un ala alla faccia. "Sta di nuovo piangendo" realizzò la Torchic, dopo che il pokemon Aquilotto fece il gesto di asciugarsi gli occhi. Nonostante fosse dietro di lui Nellie lo capì lo stesso, e fece per avvicinarglisi.


- Fin...


- No!


Quello, spaventato, si voltò e fece un balzo all'indietro... finendo con una zampa dritto in una trappola. Immediatamente venne trascinato verso l'alto a peso morto, come se fosse stato un sacco di patate. La Torchic sentì anche uno schiocco che la turbò non poco.


Il Rufflet ci mise alcuni secondi per realizzare cosa gli era successo, per poi cominciare ad agitarsi come un ossesso. Solo che più si muoveva e più la corda gli si stringeva alla caviglia, ma non sembrava rendersene conto.


- FINLEY!!!


- Scappa Nellie! - le urlò lui - Io mi libero e ti raggiungo! Vai!


La Torchic tentennò.


- VAI!!!


Nellie si mise a correre, spaventata. Le vennero le lacrime agli occhi al pensiero di essere rimasta l'unica del suo gruppo. Corse a più non posso, corse per quanto i polmoni glie lo permettevano. Non guardò nemmeno dove andava, e fu questo ad essergli fatale.


All'improvviso sentì il vuoto sotto di se, e cadde all'interno di una buca. Una buca artificiale. Presa dal panico provò ad uscire. Provò persino a volare. Ma le ali di un Torchic non sono fatte per volare.


 


***


 


Neville, fiducioso della sua memoria, si era diretto verso la direzione da cui proveniva il verso e dai cui ne era arrivato da poco un altro. Per sicurezza ogni tanto osservava anche le macchie di sangue sul manto verde dell'erba per verificare di star prendendo la direzione giusta.


Arrivò anche lui al limitare della foresta, e quasi gli prese un colpo. "No..." pensò turbato "Non può essere successo davvero. M*rda, di tutti i posti dove potevano andare proprio qui dovevano venire?!?". L'uomo, armato di una pistola tranquillante e di una torcia, si fiondò di corsa all'interno della macchia boschiva. "Presto, li devo trovare prima che... no, non devo pensarci. Spero solo che non ne incontrino nemmeno una.".


 


***


 


- Ragazzi! - urlava Lloyd con il poco fiato che gli era rimasto - Dove siete? Ragazzi! - . Ma nessuno rispondeva. Il silenzio più totale regnava nel bosco. Aveva anche perso l'odore di Finley.


Il Deino procedeva spedito, per quanto la zampa lo impedisse non poco, in mezzo agli alberi, gettando frettolose occhiate ai suoi lati.


- Ragazzi! Ra-


All'improvviso sotto di sé percepì il nulla, e cominciò a cadere. Durante quel secondo in cui rimase sospeso in aria Lloyd fu capace solamente di sgranare gli occhi. L'impatto col terreno fu abbastanza violento, e il pokemon sentì anche un dolore acuto alla zampa sinistra posteriore. Rialzò il capo da terra e provò a girarlo, nonostante gli facesse male il collo.


Rimase scioccato da ciò che vide. Un bastone insanguinato spuntava dalla sua coscia, e dalla sua base stava sgorgando sangue a mo' di cascata. Lloyd spalancò la bocca, incredulo. Fissò quello spettacolo per alcuni secondi, e non fu in grado di fare altro.


"Mi ha... trapassato... la... l-la... la c... la c...".


Ebbe un mancamento. La testa gli cadde di lato, e le palpebre cominciarono a chiuderglisi. Roteò gli occhi verso l'alto, e l'unica cosa che riuscì a vedere fu una sagoma umanoide che lo osservava dal bordo della buca.



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CAPITOLO 9


Sogni dal passato



Navigò nell'oscurità  per un tempo che sembrò quasi infinito. Ed era una sensazione parecchio strana. Lloyd di sentiva di essere presente e di non esserlo allo stesso tempo, quasi come fosse un fantasma. Galleggiava e basta. Nemmeno in una precisa direzione, semplicemente sentiva di starsi muovendo.


Personalmente invece Lloyd non riusciva a fare nulla. Stava lì, immobile, e contemplava il nero davanti a sé. Non riusciva ad articolare nemmeno un pensiero, e non chiudeva nemmeno le palpebre. Ma il suo sguardo non era perso nel vuoto, anzi.


Non molto distante da lui, ma abbastanza perché si potesse confondere con il nero dell'ambiente circostante, c'era una specie di parete. Anzi, il Deino non l'avrebbe nemmeno definita così, dato che sembrava avere uno spessore. Addirittura certe volte il pokemon riusciva a cogliere dei movimenti. Niente di che, solo piccole vibrazioni, che però andavano via via aumentando d'intensità .


Quella specie di struttura sembrava qualcosa di vivo. Di pulsante, addirittura. Dopo molto tempo passato ad osservarla, Lloyd notò che ondeggiava. Ma il movimento non sembrava casuale. Era simile al ritmico abbassarsi ed alzarsi del petto nel mentre della respirazione. Anzi, un esempio che potesse rendere ancora meglio l'idea era che potesse sembrare come se dall'altra parte ci fosse stato qualcuno intento a spingere per rompere il muro. O peggio, qualcosa.


 


Il passaggio dal mondo dei sogni a quello della realtà  non fu indolore. La testa prese a pulsargli, e quando provò a muoversi Lloyd si sentì intorpidito, anche molto più di quanto sarebbe dovuto essere, come quasi se qualcosa lo stesse costringendo a stare in quella posizione. I nervi gli trasmisero tante piccole fitte di acuta sofferenza, che però sopportò a denti stretti.


Il suo cervello non riacquistò in fretta lucidità , tanto che poco dopo il suo tentativo di movimento rischiò di nuovo di cadere nel torpore dell'incoscienza. Però qualche strana forza interiore lo spinse a resistere dal desiderio di ripiombare nel nulla assoluto, e ce la fece a mantenere gli occhi aperti il tempo necessario perché si potesse svegliare del tutto.


Nel mentre, per tenersi concentrato, ripensò al muro del sogno. Le cose che gli erano rimaste più impresse erano due: il suo colore più nero del nero e il suo pulsare. Solo allora il Deino ebbe un brivido di paura. Si rese conto che quando stava sognando non aveva provato nessuna emozione, mentre adesso che ci ripensava non poteva fare a meno di inquietarsi.


Eppure, mescolata all'ansia, il pokemon avvertì un'altra sensazione. Era qualcosa di molto strano, che non aveva nemmeno lontanamente a che fare con la paura. Anzi, al contrario, sembrava trasmettergli una vaga sicurezza. Quasi calore. Un calore che non aveva mai percepito in tutta la sua vita.


Nonostante fosse la prima volta che sognava una cosa del genere, gli sembrava quasi di averla già  vista. Non si ricordava dove, ma era sicuro di averla notata da qualche altra parte. "Eppure" pensò "una cosa così difficilmente si dimentica. Dove potrei averla vista?".


Osservò l'ambiente circostante. Si trovava in una stanza completamente buia e all'apparenza stretta. Ma abbastanza larga da contenere cinque pokemon. Lloyd riconobbe quasi immediatamente le sagome dei suoi compagni. Gregory si trovava adagiato alla parete opposta, a un metro e mezzo di distanza da Irving, anche lui nella stessa posizione. Finley e Nellie invece erano accasciati sul pavimento, separati da quasi un metro. Continuò a guardarsi attorno, e notò che la sala non aveva finestre, o che comunque le doveva aver avute solo in passato. L'unica via d'uscita sembrava essere una porta, posta non molto lontano dal Deino.


"Forse posso farcela" si disse, sperando ingenuamente di poter uscire.


Provò ad alzarsi, ma non gli riuscì, a causa dello stesso torpore di poco prima. Oramai non percepiva quasi più le zampe. Deciso a vedere che cosa gli impediva di muoversi, si soffermò a guardare le sue zampe. Non fece fatica a riconoscere i contorni di alcune corde avvinghiate attorno alle caviglie, rispettivamente quelle anteriori e quelle posteriori. Era stato legato. E probabilmente era di nuovo prigioniero.


 


***


 


La musica risuonava forte per le vie della città , come se la struttura piuttosto angusta delle strade potesse in qualche modo amplificarne il suono. Contando anche che il volume di molte strade era stato quasi dimezzato a causa delle bancarelle che l'occupavano, allora in certi punti l'eco rischiava di divenire assordante. Dovunque ci si trovasse era impossibile non ascoltare quelle note possenti e gioiose, ed era altrettanto impossibile non provare almeno un briciolo di eccitazione.


Neville lo sentiva nell'aria, quella sensazione. Attorno a lui la folla era così fitta che a malapena se ne potevano distinguere le singole persone. Gli uomini e le donne sgusciavano da una parte all'altra della strada in continuazione, in un groviglio confusionario ma allo stesso tempo vivace e colorato. Di tanto in tanto qualcuno si fermava ad ammirare qualche bancarella, ma per poco, venendo poi trascinato via dalla foga della calca. Qualcuno provava anche a chiedere aiuto, ma la sua voce veniva soverchiata dal baccano generato da quella moltitudine di persone.


Per non essere preso anch'egli, Neville stringeva forte la mano di suo padre. Dall'alto della sua statura l'uomo continuava imperterrito a guardare fisso davanti a sé, quasi come se la folla tutt'attorno non esistesse e fosse solo un frutto della sua fantasia. Almeno doveva essere così, visto che la sua faccia era oscurata dall'ombra dei folti capelli.


Neville, la manina in quella del padre, rideva. Non sapeva il perché, ma nessun bambino ha bisogno di un perché per ridere. Forse era a causa dell'allegra istillatagli dalla musica, oppure tutto quel gran vociare che l'attorniava, sta di fatto che alternava ad una risata e un'altra uno sguardo al padre. Alla sua faccia, precisamente. Che non riusciva mai a vedere.


- Papà , guarda! - esclamò estasiato Neville, indicando con l'indice del braccio teso davanti a sé.


Erano giunti nella piazza principale della città . Lì si trovava il centro della fiera, ed anche la banda che stava suonando. Neville lanciò un gridolino eccitato, e si precipitò al di sotto del palco sopraelevato dove i componenti dell'orchestra stavano suonando. Erano tutti vestiti con l'uniforme caratteristica delle bande musicali, con tanto di spalliera e lustrine dorate, cappello e piuma bianca. L'abito era di un rosso sgargiante, che risaltava ancora di più sotto il tiepido sole primaverile di quel giorno.


Neville si piazzò al di sotto di un robusto signore intento a suonare un sousafono*. Il piccolo lo guardò con un misto di eccitazione e meraviglia, ammirando lo sforzo che stava compiendo per infondere aria in quel possente strumento. Le sue guancie erano infatti gonfie al massimo, e la pelle stava rapidamente diventando viola. Teneva inoltre gli occhi chiusi, e le rughe sulla sua fronte erano più marcate che mai, come a testimoniare l'enorme forza impressa nel soffio.


Quando passò il suo turno, l'uomo staccò le labbra dallo strumento e respirò a grandi boccate. Si mise nel frattempo ad ammirare il piccolo pubblico della banda, e si accorse quasi subito di Neville, dato che il bimbo lo guardava con tanto d'occhi. L'uomo sorrise, compiaciuto di avere un ammiratore, prese dalla tasca una monetina e glie la lanciò. Neville la prese al volo, e tornò a guardare il suonatore. Quello gli sorrise ancora, facendogli l'occhiolino, e riprese a suonare.


Neville si infilò in tasca la monetina e si girò. Si infilò di filata dentro la folla, correndo come un matto da una bancarella all'altra e fermandosi ad ammirare le merci che più attiravano la sua labile attenzione da bambino di quattro anni.


La sera scese in modo fulmineo, e prima che i lampioni sui marciapiedi si potessero accendere era quasi totalmente buio. Le persone della folla cominciarono a sparire a vista d'occhio, anche se gradualmente. Solo la banda musicale restava costantemente al suo posto, continuando a suonare la canzone caratteristica della fiera.


Portobello road... Portobello road...


Neville si guardò intorno, alla ricerca del padre. Si era divertito per tutto il giorno, ma adesso ne aveva abbastanza, e voleva tornare a casa. Ma ovunque volgesse lo sguardo, suo padre non c'era. C'era sempre meno gente, ma le ombre stranamente non facevano che aumentare, segno che quella non doveva essere una normale nottata.


Street where the riches of ages are stowed...


Finalmente lo vide. Suo padre stava al di sotto di un lampione, appena appoggiato alla sua superficie metallica. Neville gli fece un cenno entusiasta con la mano, e cominciò a correre verso di lui. Il padre per tutta risposta si girò, e prese a camminare verso un vicolo buio.


Anything and everything a chap can unload...


Neville correva a più non posso, tanto da fargli sembrare di avere le ali ai piedi. Ma più si sforzava di velocizzare il passo, più il padre si avvicinava all'entrata del vicolo. Finché non la raggiunse, scomparendo nell'oscurità .


Finalmente anche Neville raggiunse il vicolo, e vi entrò a capofitto senza nemmeno pensarci due volte. Corse a perdifiato, finché la luce dei lampioni alle sue spalle non scomparve, lasciandolo quasi completamente al buio. Sbuffi di nebbia si levavano dai tombini chiusi, e tutto aveva assunto una colorazione macabra e tenebrosa.


Is sold off the barrow in Portobello Road...


Neville chiamò a gran voce il padre, invano. Urlò il suo nome molte volte, tanto da fargli bruciare la gola. A interromperlo alla fine fu un guizzo alle sue spalle. Si voltò di scatto, ma non vide nulla. E appena ebbe pensato di esserselo immaginato rieccolo alla sua destra. Si girò, e riuscì a distinguere un'ombra. Cominciò ad avere paura.


Quel carosello sfibrante continuò per un tempo che parve infinito, e l'ombra non faceva altro che avvicinarglisi. Una lacrima scappò dall'occhio di Neville, e alla fine cedette. Si accasciò al suolo, e cominciò a piangere, chiamando a gran voce suo padre.


- Papà ! Papà , dove sei? - singhiozzava.


You'll find what you want in the Portobello Road...


L'ombra incombette per un attimo su di lui. Neville aprì gli occhi, guardando in faccia l'orrore che lo perseguitava. E urlò.


 


Fu urlando che si svegliò. Rischiò di cadere dal letto a causa della foga impiegata per risvegliarsi. e si trattenne con le mani al muro per restare fermo dov'era. Prese a respirare a grandi boccate, e guardò la sveglia sul comodino accanto a lui. Erano le cinque del mattino. Gettò un'occhiata alla finestra, e vide che fuori era ancora notte.


Ributtò la testa sul cuscino, cercando di non pensare al sogno appena fatto. Resistette per ben venti secondi, prima che un pensiero cominciasse a premere per essere scandagliato all'interno della sua testa: suo padre. Il padre di cui conservava solo una foto. Il cui fotografo doveva essere stato un completo idiota visto che aveva mosso l'inquadratura all'ultimo secondo, sfocandogli la faccia.


Neville aveva perso il padre quando aveva poco meno di tre anni. Una ferita infettatasi. Inferta da un pokemon, tanto per cambiare. Era successo un pomeriggio di autunno, quando il padre e lo zio erano usciti di casa per andare a caccia di qualcuno di quei mostri allo scopo di fare provviste per l'inverno. Erano ritornati a sera, e lo zio portava suo padre sulle sue spalle, poiché non ce la faceva a camminare. Sua madre aveva subito esaminato la ferita, emettendo un gemito quasi come fosse stata lei a provare quel dolore. Il polpaccio sinistro era stato ridotto completamente a brandelli. E il tutto per mettere qualcosa nel piatto di lì a un paio di mesi.


Suo zio gli amputò la gamba poco sotto il ginocchio, capendo che non era possibile tentare di salvare la parte del corpo ferita. Ma qualcosa andò storto, e la ferita si infettò. L'agonia di suo padre durò per più di due settimane. La gamba andò in cancrena, e un puzzo acre si diffuse per tutta la casa.


Successe una notte, mentre Neville dormiva. Ormai di quei tempi non poteva fare altro, visto che sua madre lo teneva confinato nella sua stanza. Ad ogni domanda sulle condizioni di suo padre, sua madre rispondeva che andava tutto bene e che presto sarebbe guarito. Quanto si sbagliava.


- Omaggio a lei, capitano San Yi!


Quell'urlo svegliò Neville. Gli parve che fosse la voce di suo padre. Assonnato com'era, il bambino non si era chiesto perché il genitore avesse urlato a quel modo, e fece per rimettersi a dormire. Almeno, aveva pensato, era ancora vivo.


Un rumore assordante, come un'esplosione, che durò appena un secondo. Ma bastò a svegliare tutti nella casa. Neville scattò in piedi, leggermente spaventato da tutto quel baccano. Ma la curiosità  ebbe il sopravvento, e uscì dalla stanza.


La madre e lo zio di Neville si diressero subito verso la camera di suo padre, con Neville alle calcagna, deciso a scoprire cos'era successo. La madre fu la prima ad aprire la porta, e si lasciò scappare un urlo. Lo zio, prevedendo cosa doveva essere successo, impedì a Neville di entrare. Il bimbo però riuscì a sbirciare al di là  del parente, e riuscì a vedere sua madre china su qualcosa.


Il giorno dopo seppellirono suo padre. Neville non si lasciò scappare nemmeno una lacrima. Pensava che gli stessero giocando qualche brutto scherzo. Aveva sentito la voce del padre appena qualche ora prima, era impossibile che fosse morto. Ad un certo punto si rifiutò di stare ancora con i suoi parenti stravolti dal dolore, e si ritirò in camera sua, mettendo il broncio.


Ci vollero due settimane perché qualcuno si decidesse a parlargli. Fu suo zio a venire da lui. Senza dire una parola lo prese e lo portò di peso in salotto, lasciandolo solo con la madre. Neville l'aveva guardata, e aveva stentato a riconoscerla. Le rughe si erano inspessite, aveva acquisito due grandi occhiaie e la luminosità  negli occhi era diminuita. L'aveva abbracciato, ed erano rimasti così per minuti interi, forse anche per un'ora, in silenzio. Si erano riappacificati così.


Suo zio gli spiegò cos'era successo solo una decina d'anni dopo, quando lo ritenne pronto per affrontare la dura verità . Suo padre non era morto dissanguato, come gli era stato detto, ma si era suicidato. Si era sparato in testa, per la precisione. Probabilmente non riusciva più a sopportare il dolore causatogli dalla ferita, e aveva preferito la beatitudine della morte ai tormenti terreni.


Neville non era rimasto sorpreso dalla spiegazione, se l'era immaginato. Aveva reagito con un'alzata di spalle, dicendo un laconico "potevate dirmelo prima". Quella fu l'ultima volta che disse qualcosa ai suoi parenti. Il giorno dopo era uscito per tutto il giorno, andando a vedere se le trappole piazzate avessero catturato qualche preda. Stava guardando sconsolato l'ennesima trappola vuota, quando sentì il fragore.


Corse a più non posso verso casa sua, ma arrivò troppo tardi. Dove un tempo c'era una villetta vecchia di quattro secoli, adesso c'erano soltanto macerie fumanti. E orme di pokemon, dappertutto. Ma non era quello che gli premeva maggiormente, in quel frangente.


Si era messo immediatamente a scavare con le mani tra le macerie, cercando i parenti. Dopo molto tempo venne a contatto con qualcosa di estremamente freddo. Cerco di tirarlo fuori, e dai calcinacci spuntò una mano. La mano di sua madre.


Neville la scosse più e più volte, ma non dava segno di vita. Doveva essere stata schacciata dal crollo, e il ragazzo aveva sperato che fosse morta sul colpo, e non per mancanza d'aria al di sotto delle rovine. E fu allora che, alzando lo sguardo, lo vide.


Inchiodato ad un albero non molto lontano, c'era suo zio. Neville vi si recò immediatamente, e quello che vide lo fece quasi svenire. Il suo corpo era stato crivellato, di colpi, ed era stato inchiodato per le braccia al tronco dell'albero con due grandi frammenti ossei. Dal collo gli pendeva un cartello, che recava una scritta in lingua Unown.


Neville aveva riconosciuto subito quella scritta, poiché la lingua dei pokemon era quasi uguale a quella umana. "Gli umani adesso sono morti. Tutti!" diceva. Neville si era accasciato a terra, in preda alla disperazione. In un solo giorno aveva perso quel che rimaneva della sua famiglia.


Solo dopo molto tempo si calmò. Ma fu per poco. Neville aveva stretto i pugni, e aveva guardato in basso. Adesso che la disperazione era scomparsa, stava arrivando qualcos'altro. Un'emozione che Neville non aveva mai provato prima di allora.


Una furia cieca lo pervase, una furia che lo spinse a cercare immediata vendetta. Seguì le tracce dei pokemon, ed arrivò verso tarda sera ad un piccolo paese di campagna abbandonato. Da un edificio più grosso degli altri proveniva un gran baccano, e Neville vi aveva sbirciato attraverso una finestra.


Dentro vi erano, attorno ad un fuoco, cinque pokemon. Neville non aveva saputo riconoscere le specie, non che gli importasse. Emettevano in continuazione versi dal tono ilare, quasi come se stessero facendo dell'umorismo su quanto accaduto quel giorno. E Neville non fece altro che infuriarsi sempre di più.


Aspettò pazientemente che si addormentassero, e una volta che fu sicuro di ciò si addentrò nell'edificio. Estrasse il suo coltellino, e si mise al lavoro. Squarciò la gola a quattro di quei mostri in men che non si dica, e quelli morirono senza quasi accorgersene. L'unico che ebbe una reazione fu l'ultimo, quello che aveva riso più di tutti quella sera.


Era una specie di drago blu dalla testa rossa, pieno di spunzoni altrettanto rossi e squamosi sul resto del corpo. Appena Neville gli ebbe poggiato la fredda lama del coltello sulla gola, quello si svegliò. Ma Neville fu più rapido, e gli mise una mano sulla bocca. Si soffermò per un attimo sui suoi occhi sgranati, e se ne compiacque. Poi affondò la lama.


Si mise in seguito a rovistare nelle borse che si portavano appresso. Non trovò nulla di utile, solo del denaro. Prese in mano una moneta, e la osservò. Da una parte era stato inciso un numero uno stilizzato, mentre dall'altra erano impresse un'ala, una zampa dall'aspetto felino, una zampa artigliata e una mano umanoide l'una sopra l'altra. Neville gettò via con disprezzo quella moneta. Non sapeva che farsene.


Da quel momento cominciò a vivere da solo, nascondendosi da una città  all'altra. Aveva vissuto così per quasi trent'anni, fin quando non aveva sentito di doversi fermare. Senza volerlo era tornato alla sua casa natale, e si soffermò sulle macerie. Le intemperie avevano scoperto molte cose all'apparenza andate perdute nella distruzione della casa, fra le quali Neville trovò una foto. La stessa che conservava ancora.


Essa ritraeva suo padre e suo zio in piedi, dando le spalle ad un piccolo edificio. A quel punto Neville si ricordò di quella casa. Aggirò subito le montagne vicine, e salendo di quota la trovò. Suo padre e suo zio la usavano come deposito per le carni, ma Neville fece presto a riconvertirla in abitazione, come in fondo doveva essere stata molto tempo prima. Da allora aveva sempre vissuto lì, senza spostarsi mai più. Almeno fino a qualche mese prima.


 


Per quanto ci provasse, Neville non riuscì a prendere sonno. Ripensare al suo passato non gli aveva fatto bene. Si rigirava in continuazione tra le coperte, senza mai riuscire ad addormentarsi.


Verso le sei e mezzo, quando cominciò ad albeggiare, si decise ad alzarsi. Guardò fuori dalla finestra, e il suo sguardo si soffermò sul bosco. Doveva togliere quelle maledette trappole di lì, a qualsiasi costo. Gli avevano già  procurato più danno che altro, quelle cose, e non aveva intenzione che qualcos'altro andasse storto.


Si armò di pala e vestiti pesanti e uscì. Mentre si dirigeva verso la foresta, prese a ripensare a quelle maledette trappole. Erano state piazzate lì oltre quarant'anni prima da suo zio, dopo che suo padre era morto. Da allora sua madre non aveva più voluto mandare nessuno a caccia, e suo zio era ripiegato su questa soluzione. E pensare che Neville era proprio andato a controllare quelle trappole quel giorno che cambiò la sua vita.


Da allora aveva smesso di mangiare la carne di pokemon. Aveva giurato, sui cadaveri di quelli che aveva ucciso, che non si sarebbe mai più abbassato ad una cosa del genere. E per anni aveva tirato avanti a frutta e verdura mista a dosi massicce di integratori, che l'avevano sì tenuto in vita indebolendogli però il fisico. E le trappole erano rimaste lì ad arrugginire, fino al giorno prima almeno.


Dopo una mezzoretta buona di cammino arrivò al limitare degli alberi, ed entrò cauto nel bosco. Passò accanto alle trappole in cui erano incappati i mostri suoi prigionieri il giorno prima, e si guardò con circospezione attorno, alla ricerca di qualcun'altro di quei marchingegni.


Dopo quella mattinata di lavoro Neville guardò il proprio operato. Aveva perlustrato una buona parte della boscaglia, trovando sì en no una quindicina di trappole, che aveva provveduto a gettare dentro una buca scavata poco prima. Ricoprì la buca di terra, e se ne tornò a casa.


Ne aveva avuto abbastanza delle trappole, e non avrebbe permesso che stessero ancora lì a testimoniare le vestigia di un passato ormai quasi del tutto dimenticato. Anche per Neville i giorni stavano finendo, e non intendeva certo lasciare che l'unico ricordo di lui fossero quegli stupidi ammassi di corde e metallo.


"Per questo quello è il mio libro preferito" pensò, entrando in casa.



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CAPITOLO 10


Memorie e cibo



Lloyd provò per diversi minuti a liberarsi dai legacci, ovviamente senza successo. Il problema consisteva nel fatto che non era ancora abbastanza lucido per riuscire a coordinare per bene i movimenti, anche se la sua costituzione non aiutava di certo. In fondo era risaputo che i quadrupedi potevano sollevare solo una zampa per volta e non tutte e due insieme a causa dell'angolatura totalmente opposta che avrebbero preso le ossa per favorire il movimento. E avendo le zampe legate assieme tale movimento era stato impossibile da effettuare. Non che non avesse ugualmente tentato, con l'unico risultato di farsi dolere ancor di più i muscoli delle gambe.


Ma quei vani tentativi non erano stati però completamente inutili. Lloyd aveva infatti scoperto una cosa, anzi, due cose alquanto interessanti. Si ricordava di essersi ferito, la prima volta la zampa con un pezzo di vetro mentre scappava dalla casa e la seconda quando un ramo gli aveva infilzato la coscia quando era caduto all'interno della buca.


Ebbene, le parti lesionate, che Lloyd ricordava sporche di terra e sangue, brucianti e faticose da muovere, adesso erano bendate. E le fasciature erano perfettamente bianche, segno che non erano state le prime ad essere applicate sulle ferite. Il Deino infatti se le ricordava mentre eruttavano sangue come se non ci fosse un domani, mentre invece adesso non facevano più male se non si provava a muovere molto, ed erano pure bendate. Qualcuno di sicuro l'aveva soccorso, ma non riusciva a spiegarsi né chi, né come e né perché. Se davvero chi li aveva soccorsi li aveva anche curati, che bisogno c'era di legarli in quel modo? Erano considerati una minaccia? Era forse l'umano ad averli presi? E se sì, perché mai li avrebbe dovuti curare? E se invece si fosse trattato di qualcun altro?


A Lloyd faceva male la testa a causa di tutte quelle preoccupazioni. Era sveglio da poco più di dieci minuti, eppure gli sembrava di essere là  da un'eternità . E già  si sentiva stanco. Era tentato di abbandonare di nuovo la testa sul freddo pavimento, ma cercò di resistere, senza nemmeno sapere veramente il perché.


Alla fine cedette, le palpebre si fecero pesanti e si addormentò di nuovo.


 


***


 


Neville venne svegliato dal fastidioso trillo della sveglia. Con un pugno schiacciò il pulsante di spegnimento dell'apparecchio e si girò dall'altra parte del letto, tirando su le coperte. Era stato un movimento quasi naturale, non se n'era neppure reso conto. Eppure un piccolo pezzo di lui sapeva quello che aveva appena fatto, e dopo qualche minuto di sospensione tra il dormiveglia e la realtà , Neville finalmente si decise ad alzarsi.


Avrebbe ardentemente desiderato rimanere a letto, quel giorno. Non si sentiva bene, la testa gli faceva male e non aveva chiuso occhio per quasi tutta la notte. Era riuscito ad appisolarsi solo un'oretta prima, ma quel breve lasso di tempo non era certo adatto a soddisfare il fabbisogno giornaliero di riposo di un uomo adulto.


Del resto si era ripromesso di badare meglio a quei mostri. Prima di tutto doveva pensare a nutrirli regolarmente, poiché l'ultima cosa che voleva era la loro morte. Per il momento. Poi doveva assicurarsi di trovargli un altro posto sicuro dove sistemarli. Ormai la cantina non era più adatta.


Neville aveva riparato alla bell'è meglio il buco causato dai pokemon. Nel capanno degli attrezzi dietro la casa aveva trovato qualche pannello di truciolato e di cartone, il tutto appena sufficiente a coprire, pur lasciando qualche buchetto dal quale penetravano spifferi d'aria, il buco. La caldaia per lo meno non si era danneggiata, e per questo poteva ritenersi molto fortunato. "Comunque" si era detto "devo metterli in un posto diverso".


Dopo aver lasciato vagare la mente per un po', Neville si alzò finalmente dal letto. Si stiracchiò, e andò alla finestra. Il catino appoggiato sul minuscolo balcone era pieno d'acqua fino all'orlo: doveva aver piovuto, quella notte. Lo prese, lo appoggiò sul comodino e prese una piccola brocca, che immerse nel contenitore fino a farla riempire d'acqua. Si affacciò di nuovo al davanzale della finestra e prese a lavarsi la faccia, attento a sprecare meno liquido possibile. Si asciugò la pelle con un lembo della coperta e ributtò l'acqua avanzata nel catino. Non era per niente facile sopravvivere in quel modo, ma oramai era tutta la vita che faceva così, e Neville si era presto abituato.


Con calma si sfilò il pigiama e si vestì. Ripose i leggeri tessuti di lana sopra il letto, ed indossò i pesanti pantaloni che era solito portare, abbinandoci un maglione verde morto e assicurando il tutto ad una cintura ben stretta alla vita. Non si tolse le ciabatte, era pur sempre in casa sua.


Prese con delicatezza il catino, e facendo attenzione a non far uscire nemmeno una goccia d'acqua lo portò di sotto, sforzandosi di non perdere l'equilibrio mentre scendeva le scale. Fortunatamente l'operazione riuscì, e l'uomo depositò il catino in cucina. Prese da sopra una mensola un panno di spugna, e fece per immergerlo nell'acqua, salvo poi ripensarci e abbassare piano la mano.


Da quando li aveva riacchiappati, nessuno dei mostri si era risvegliato. Ma nonostante ciò doveva pur sempre nutrirli. Aveva finora evitato il cibo solido, per paura che essendo incoscienti si potessero magari strozzare con un pezzo di qualcosa che non avevano avuto il riflesso di ingoiare, non essendo svegli. Era invece ripiegato su di un panno imbevuto d'acqua, che per una mezza dozzina di volte al giorno aveva strizzato quasi direttamente nella bocca dei mostri al fine di fargli assimilare il liquido senza che essi si svegliassero prima del dovuto. Ma ormai erano passati tre giorni da quando li aveva riportati lì, e forse era ora che il loro sonnellino finisse e che tornassero a mangiare qualcosa di più denso dell'acqua.


Neville posò il panno dove l'aveva preso, e si diresse al frigorifero. Lo aprì, e guardò cosa aveva. C'era un bel po' di frutta, come mele, pere, un paio di banane e qualche susina, oltre ad un grappolo d'uva. Ma la cosa più abbonante erano le bacche. Ma non le bacche che ad esempio crescono spontaneamente, come i frutti di bosco. Oramai il tipo di frutta più diffuso erano le loro bacche. Quelle schifezze erano giunte assieme a quei mostri, e non erano altro che brutte copie della frutta vera. Baccamela, Baccapesca, Baccaki e tante altre idiozie del genere. Nemmeno la fantasia di scegliersi un nome diverso. Almeno erano nutrienti, questo Neville doveva ammetterlo. Ma cercava di mangiarle il meno possibile, e per questo furono quelle la portata principale del piatto che preparò per i suoi "ospiti".


Le dispose malamente su di un vassoio, e si sedette infine a contemplare il suo lavoro. Guardò la piccola catasta di frutta, e quasi si rattristò di non poter continuare a nutrire i mostri con l'acqua. Purtroppo, nonostante ne disprezzasse, le bacche erano la sua principale forma di sostentamento, e rinunciarvi per nutrire degli stupidi pokemon non era certo facile. Ma stavano deperendo in fretta, e Neville non voleva che passassero all'altro mondo proprio in quel momento così delicato. Altrimenti cosa li avrebbe curati a fare? Non gli aveva certo ripulito le ferite e sprecato delle preziose bende solo per vederli spirare un po' più tardi.


Si alzò, prese in mano il vassoio e fece per dirigersi nella stanza dei prigionieri. E fu solo allora che si ricordò di averli legati. "C*zzo!" imprecò mentalmente, e fece marcia indietro. Appoggiò di nuovo il vassoio sul tavolo, prese un coltello dal cestello delle posate e cominciò a sbucciare la frutta.


Da legati i mostri sicuramente non potevano fare grandi manovre o movimenti eccessivi, e questo includeva lo sbucciare la frutta oppure prenderla in mano per mangiarla. E così a Neville erano rimaste tre soluzioni: slegarli, imboccarli oppure sbucciargliela e lasciare che se la cavassero da soli. La prima era assolutamente fuori discussione, era certo che avrebbero tentato di nuovo la fuga. La seconda era troppo umiliante per Neville. Ridursi ad imboccare anche solo una di quelle spregevoli aberrazioni sarebbe stato toccare il fondo. Per cui, anche se un po' titubante, l'uomo mise in atto la terza opzione.


Finì di togliere la buccia anche prima di quanto desiderasse. Fece attenzione a disporre il cibo sul vassoio, mettendo i frutti più pesanti sul fondo e quelli meno voluminosi in cima, in modo che non si spappolassero. "Ma che sto facendo?" si chiese mentalmente "Gli preparo anche dei piatti raffinati?".


Prese il vassoio, e si incamminò verso il corridoio.


 


***


 


Era di nuovo sospeso nel nero. Pareva che ogni altra forma di sogno fosse stata bandita al punto che nemmeno gli incubi si facessero più vivi, lasciando solo quell'atona oscurità . Non che a Lloyd dispiacesse, in fondo preferiva quello a chissà  cos'altro.


Eppure... avvertiva che non finiva tutto lì. C'era qualcos'altro oltre a lui e al nero. Qualcosa di molto più consistente. Capì al volo di cosa si trattava: la muraglia. Ed aguzzando la vista infatti la scorse, non particolarmente lontano. Distinse subito e con più chiarezza della volta precedente il movimento che pareva fare lo strano muro, anche se notò che adesso sembrava essersi fatto più frequente, ed ogni scossone diventava sempre più violento (anche se di poco) del precedente.


Questa cosa inquietò profondamente il Deino. Sentiva che c'era qualcosa di sbagliato, qualcosa di marcio in tutto ciò. Eppure era presente anche quella strana sensazione di calore, del tutto fuori luogo in una situazione come quella. Oltre ad esserne timorato, Lloyd si sentiva in qualche modo attratto da quel muro. Ma questo non lo realizzò subito.


 


Fu una luce, dapprima fioca e poi sempre più intensa a risvegliarlo. Il pokemon aprì stancamente gli occhi, e fu quasi accecato da tutto quel bagliore. Da quant'è che non vedeva la luce? Da almeno tre giorni, ovvero a quando risaliva il suo ultimo ricordo della cella dove era stato rinchiuso per circa una settimana.


Poi, in mezzo al bianco, distinse anche qualcosa di nero. E quel nero si muoveva. Lloyd provò a mettere a fuoco, ed intravide una forma umanoide avanzare verso di lui. Per un attimo il Deino si spaventò, credendo che quell'essere gli stesse venendo addosso. Vedendolo agitarsi, l'estraneo si fermò un attimo ad osservarlo, salvo poi chinarsi per appoggiare qualcosa a terra. L'essere si rialzò, lo guardò di nuovo per un istante e fece dietrofront, scomparendo di nuovo nella luce. La quale scomparve un paio di secondi dopo di lui.


Sulle prime Lloyd non capì cos'era appena successo. Fu l'odore che gli arrivò al naso a fargli riacquistare, seppur in minima parte, la capacità  di agire e di pensare con un po' di lucidità . "Cibo" pensò. Lo stomaco, quasi a confermare i suoi sospetti, emise un sonoro brontolio.


Affamato, cercò di allungarsi verso il punto dove l'essere aveva appoggiato qualcosa. E infatti più avanzava e più l'odore si faceva intenso, facendogli progressivamente riacquistare le sue energie. Finalmente riuscì a distinguere i contorni di un piccolo vassoio, e subito dopo le sagome di una manciata di bacche tutte diverse da loro accatastate su di esso.


 


***


 


Neville si lascio ricadere sulla poltrona del suo studio, chiudendo nel frattempo gli occhi. Lo sforzo, seppur blando, di portare da mangiare ai suoi prigionieri l'aveva completamente privato delle energie. Questo era un segnale. E l'uomo aveva capito anche cosa significava. La fine non era lontana, e più i giorni passavano più sentiva accorciarsi le sue forze e la sua voglia di continuare a tirare avanti. Ma doveva resistere, anche solo un'altra settimana sarebbe bastata.


Neville si portò due dita agli occhi, e se li strizzò, cercando di mandar via il fastidioso impulso a lasciarsi cadere in un sonno profondo. Si prese poi a massaggiarsi le tempie, borbottando parole incomprensibili di frustrazione tra sé e sé. Era tutto il giorno che stava venendo tormentato da un mal di testa martellante, a tal punto che gli sembrava che il cranio gli dovesse scoppiare da un momento all'altro. Aveva provato a preparasi una tisana calda e a stendersi un po', ma niente aveva funzionato.


Finalmente l'uomo aprì gli occhi, e lo sguardo gli cadde sulle due bandiere sopra il caminetto. Erano flosce e ripiegate su sé stesse, e dovevano stare a prender polvere da un bel po' di tempo. Neville ripensò a quando l'aveva raccolte nel mentre del suo peregrinare passato.


Una notte si era fermato in un castello in rovina, mezzo distrutto e invaso dalle erbacce. Doveva esserci stata una battaglia, altrimenti mai si sarebbe spiegato un tale macello. Ciò però doveva essere accaduto almeno una trentina d'anni prima, visto che non v'era traccia di cadaveri né di qualsiasi segno recente che potesse testimoniare lo scontro. Nell'aria però aleggiava un odore strano, un odore dolciastro, come di fiori appassiti. Un odore che sapeva quasi... quasi di morte.


Aveva esplorato un po' le sale del castello, ed effettivamente vi aveva trovato vari resti ossei qua e là , ma non avrebbe mai saputo dire se appartenessero ad umani o a pokemon o a qualcos'altro. Inoltrandosi in profondità  nelle rovine del maniero aveva trovato per terra uno straccio verde, che Neville aveva raccolto pensando si trattasse di un antico arazzo magari caduto dal muro. E invece no, era una bandiera di seta finissima, sulla quale era recata una spirale mezza bianca e mezza nera in campo verde. Se l'era portata dietro, pensando che un po' di stoffa forse gli sarebbe potuta tornare utile.


Poi, dopo qualche ora, mentre si accingeva a trovarsi un giaciglio per la notte, l'aveva vista. Su di un torrione Neville aveva scorto un qualche vessillo mosso appena dal vento, ma essendo sera non aveva saputo dire di cosa effettivamente si trattasse per colpa del buio. Ma una folata di vento improvvisa l'aveva sferzato al punto da farlo distendere in tutta la sua lunghezza. Il vessillo si era disteso per lungo nell'aria circostante, e si era messo proprio davanti alla luna di quella sera, che era piena. L'uomo aveva potuto così distinguere così ogni minimo particolare di quella bandiera: una croce bianca in campo blu scuro.


E solo allora aveva realizzato. Neville era corso subito verso il torrione, e ne aveva trovato l'ingresso non con poca fatica. Era in qualche modo riuscito a districarsi tra i corridoi e le varie sale, ed infine era arrivato sul camminamento dove aveva visto svolazzare la bandiera. Individuatala, l'aveva allora issata su, e l'aveva ammirata in tutta la sua bellezza. La distese per terra e tirò fuori dal suo zaino anche l'altra bandiera, e le dispose l'una di fianco all'altra. Quelle per lui erano due preziose reliquie. Erano il simbolo di una razza che sarebbe presto morta con lui, l'ultima testimonianza della battaglia in cui erano periti la maggior parte degli uomini sopravvissuti alle Grandi Guerre.


E finalmente capì: quel castello non era una rovina qualsiasi, bensì il teatro dell'ultimo scontro tra umani e pokemon per la supremazia sul pianeta Terra. Quello era il castello di Stirling, dove le ultime forze umane erano state assediate per giorni dalle armate di quei mostri ripugnanti prima di soccombere definitivamente. L'assedio dal quale suo padre e i suoi familiari erano in qualche modo riusciti a salvarsi, solo per morire miseramente pochi anni dopo.


Aveva preso allora una decisione: non avrebbe lasciato che le ossa dei suoi simili fossero lasciate a marcire all'aria, preda delle intemperie e di chissà  cos'altro. Aveva rinunciato a dormire per quella notte, e aveva passato tutte le ore piccole a raccogliere tutte le ossa che era riuscito a trovare e a separare quelle degli umani da quelle dei pokemon, per quanto le sue scarse conoscenze anatomiche gli permettevano. Aveva poi scavato una fossa con una piccola pala che si portava sempre dietro, e vi aveva riposto con cura i resti, per poi ricoprirli e compattare la terra al meglio che poteva onde evitare che qualcuno di quei mostri potesse accorgersi della terra smossa e magari spinto dalla curiosità  potesse profanare il luogo dell'eterno riposo degli ultimi coraggiosi combattenti umani.


 


Neville stava rivivendo quelle scene con sorprendente realismo, quasi fosse tornato indietro nel tempo. O quasi stesse sognando i suoi stessi ricordi. Ed effettivamente le cose stavano proprio così, in quanto l'uomo si risvegliò, grondante di sudore e lievemente eccitato al ricordare quei fatti lontani.


Una lacrima gli scappò da un occhio senza che lui se ne accorgesse, e la notò solo quando gli bagnò il labbro superiore. Neville assaporò per un attimo il sapore salato e poi si asciugò l'occhio con il dorso della mano.


Pensò di alzarsi, ma desistette quasi subito da quel proposito poiché le gambe non ne volevano sapere di farlo alzare. Cercò allora di rimettersi a dormire, ma si sa, il sonno quando lo cerchi non arriva mai mentre al contrario ti coglie quando è indesiderato. Rivelatasi fallimentare anche questa intenzione, Neville si mise a pensare. E fu allora che gli ritornarono alla mente le riflessioni del giorno prima sulla sua vita. A quel punto in testa prese a parlare una voce davvero fastidiosa, che lo torturava urlandogli "Str*nzo, non ci hai pensato abbastanza! Adesso paghi pegno!". Era tutto frutto della sua immaginazione, ma Neville non se ne rese conto subito.


E così, quasi come una forma di tortura autoimposta, all'uomo tornarono in mente tutti i ricordi più dolorosi della sua vita: la morte del padre prima e quella della madre e dello zio in seguito. In particolare l'immagine del decesso degli ultimi due gli tornò chiara e limpida, come se l'avesse appena vissuta.


E così come le immagini gli tornarono anche tali e quali le emozioni: dapprima una disperazione che non aveva mai provato. In un colpo solo aveva perso sia la madre che lo zio, gli unici che erano mai stati presenti per lui (oltre che gli unici ad essergli rimasti, si intende). Li aveva perduti per sempre, portati via dagli infami artigli del destino.


Neville era rimasto quasi l'intero pomeriggio a piangere sui cadaveri dei suoi parenti, finché realizzò che non erano stati gli artigli del destino a portarglieli via, bensì gli artigli di qualcos'altro. Qualcosa di molto più diabolico e crudele, oltre che animalesco.


E fu allora che alla disperazione era subentrata la rabbia. Una rabbia come Neville non l'aveva mai provata, e né come l'avrebbe provata di nuovo. Fu l'unica occasione in cui perse il controllo, lasciando che fossero i propri istinti a guidarlo, perché mai e poi mai avrebbe fatto quel che fece se avesse potuto rispondere delle proprie azioni.


Ma al rimorso per essersi lasciato così imprudentemente guidare dai suoi sentimenti presto venne sostituito dal piacere, il piacere provocato dal ricordo della dolce vendetta che si era preso sugli assassini dei parenti. Mai avrebbe dimenticato gli occhi sbarrati dell'ultimo mostro che la sua mano aveva ucciso, e mai si sarebbe pentito delle sue azioni passate. Né mai di quelle presenti.


Del resto, da quello che aveva inteso quando aveva spiato gli assassini, intendevano usare il corpo dello zio come attrazione turistica, una specie di luogo di pellegrinaggio. Forse intendevano lucrare sul fatto che tali resti potessero essere considerati una sorta di reliquia, vestigia dell'ultimo essere umano, ultimo degli odiati nemici della razza dei pokemon. Anche se Neville aveva due motivi per cui opporsi a tale cosa: primo, aveva conosciuto abbastanza a lungo suo zio per capire che non era in grado di arrecare sofferenza ad altri solo per il gusto di farlo, come invece sembravano comportarsi la maggior parte dei mostri. E secondo, suo zio non era l'ultimo umano, c'era ancora lui vivo.


La notte precedente Neville aveva pensato a queste cose assai di sfuggita, poiché è comprensibile il fatto di non essere, diciamo, completamente lucidi a quell'ora tarda. Ma adesso vi aveva rimuginato per bene, ed era ben intenzionato a non farlo mai più, poiché quei dolorosi ricordi gli facevano appunto male, molto più male anche di quanto egli stesso sospettasse.


- Adesso ci ho pensato per bene! Contento?! - urlò Neville a pieni polmoni, rivolto alla vocina che lo aveva istigato a rimuginare su quei fatti ormai dimenticati. Aveva preso una decisione: quella sarebbe stata l'ultima volta che ci pensava, e mai lo avrebbe rifatto fino al fatidico momento. Chissà , forse allora vi avrebbe dedicato l'ultimo istante di lucidità .


Si alzò dalla poltrona, e si diresse alla scrivania. Si sedette allo sgabello, e si rivolse verso l'angolo del tavolo. Adagiato lì c'era un libro non molto grande, rilegato in elegante pelle nera e con scritte vergate in un solenne carattere dorato. Edizione 2074, recava una piccola nota sulla costola. "Allora sì che li sapevano fare i libri" rifletté l'uomo.


Neville prese delicatamente in mano il libro, lo mise davanti a sé, accese la lampada fissata poco sopra la sua testa e prese, con fare quasi maniacale, a lisciare pagina per pagina il vetusto manoscritto. Ci teneva a che gli sopravvivesse, così che magari qualche postero avesse potuto comprendere il motivo delle sue azioni.



 


A sto giro dovrebbe essere esente da censure.


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CAPITOLO 11


Tornando a casa



Nonostante avesse realizzato subito, almeno fin quasi da quando si era svegliato, che era del tutto inutile tentare di liberarsi, Lloyd aveva voluto provare comunque. Aveva subito fallito miseramente, ma non si era dato per vinto. Il risultato era stato l'insorgere di dolorosi crampi ai muscoli delle gambe nel rimanere tesi nel cercare di piegare le ginocchia. Anche quelli del collo non erano da meno; il Deino, essendo adagiato su un fianco, doveva piegare la testa in un modo talmente innaturale per cercare di arrivare alle zampe che dopo appena mezzo minuto cominciava a fargli male il collo. E tale tempo si accorciava ad ogni nuovo tentativo, e presto il dolore smise di tornare ad intermittenza e si fece permanente. Eppure il pokemon non mollava.


Del resto doveva trovarsi qualcosa da fare mentre aspettava che gli altri si svegliassero. Doveva essere passato molto tempo dalla notte nella foresta, forse anche più di un giorno o due, poiché aveva dormito per svariate decine di ore e di questo ne era certo. Non che non avesse provato ad attirare la loro attenzione, visto che aveva passato una mezz'oretta buona a chiamarli mettendosi anche ad urlare. Senza successo ovviamente.


Ricordava di essersi svegliato altre tre volte da quando gli era stato portato del cibo. La prima aveva invocato vanamente i suoi amici, la seconda l'aveva passata a studiare nuovamente l'ambiente e la terza (ovvero quella più recente e quella da cui si era svegliato giusto poco tempo prima) la stava impiegando così, a tentare di liberarsi.


Non aveva idea di quanto tempo avesse dormito, ma sapeva per quanto era rimasto sveglio. Decisamente troppo poco. Sarà  stato forse l'ambiente ad influire su di lui. Si sa che ogni pokemon si trova a proprio agio col suo tipo, il quale però può avere effetti collaterali se rimanente in contatto per troppo tempo. Essendo l'ambiente completamente immerso nell'oscurità  più fitta Lloyd era indubbiamente nel suo ambiente, essendo per metà  di tipo Buio. E meno male che lo era solo per metà , altrimenti non era sicuro che gli sarebbe occorso solo il sonno come effetto collaterale.


Nonostante il fastidio causato dai crampi, Lloyd continuò a tentare di arrivare a mordere le corde per liberarsi, senza però riuscire nell'impresa. Alla fine decise di lasciar perdere, anche se solo per quel momento. Adesso doveva a tutti i costi evitare di addormentarsi di nuovo, sapeva che quel sonno non gli avrebbe portato nulla di buono.


Ma soprattutto non voleva per nulla al mondo rivedere il muro nero. Tutte le volte che aveva perso conoscenza e aveva sognato, la muraglia nera era sempre costantemente lì, ai limiti del suo campo visivo, a pulsare. Ed ogni volta che la rivedeva il pulsare si faceva sempre più veloce e più frenetico, quasi come fosse sul punto di esplodere. Ma questo passaggio era a malapena visibile, per cui Lloyd aveva dedotto che ci sarebbe voluto molto altro tempo prima che quella "cosa" si rivelasse effettivamente un pericolo. Eppure non la voleva vedere lo stesso. Gli infondeva calore, è vero, ma lo terrorizzava. Per la prima volta da quando se ne ricordava, il Deino alla sua vista aveva avuto paura.


Sapeva che sarebbe stato inutile tentare di chiamare i suoi amici, ma non voleva nemmeno pensare alla muraglia del sogno. Doveva a tutti i costi trovare qualcos'altro che lo tenesse impegnato.


"Ah, se solo Olston... " pensò rassegnato il Deino, per poi riscuotersi "Olston! Ma certo! Se fosse effettivamente passato tanto tempo da quando siamo stati presi dovrebbe già  essere tornato alla casa e aver visto che non ci siamo! Forse ci sta già  cercando." Lloyd era visibilmente eccitato "Devo a tutti i costi svegliare gli altri, forse insieme riusciremo a pensare ad un piano".


Lloyd così prese ad urlare più che poteva, incurante del baccano che stava creando.


- RAGAZZI! RAGAZZI! SVEGLIATEVI RAGAZZI!!!


Continuò a fare un frastuono del genere per un bel po' di minuti. Stava quasi per rinunciare, quando qualcuno effettivamente si svegliò.


- Hmmm...


La sagoma di Finley si mosse debolmente a poca distanza da Lloyd.


- Ah... che male...


- Finley! Sono qui!


- Lloyd? Che... succede...


- Beh... prova a muoverti e lo vedrai da solo.


Finley, anche se ancora un po' confuso, seguì il consiglio del Deino, provando ad alzarsi in piedi. Non ci riuscì, con l'unico risultato di aver strisciato di un po' verso l'amico sveglio. Lloyd così, grazie alla sua vista avvantaggiata dal buio, vide che aveva le zampe legate più o meno come lui, mentre le ali erano tenute aderenti al corpo da una specie di cintura stretta saldamente attorno a tutto il suo corpo. Finley si guardò e rimase di stucco. "Deve essere parecchio stretta, quella cintura" pensò Lloyd "Chissà  se ce la fa a respirare. Ma forse..."


- Finley - gli disse - Riesci a venire qui vicino a me?


- Perché?


- Voglio provare a slegarti.


Anche se con un po' (anzi, molta) fatica il Rufflet riuscì a portarsi di fianco al Deino.


- Ora potresti venire davanti a me, magari dandomi la schiena?


Dopo molto tempo Finley portò a termine anche quest'impresa, riuscendo a sdraiarsi proprio a ridosso della faccia di Lloyd. "Bene" pensò quello.


Prese immediatamente a mordere con forza il legaccio che teneva bloccate le ali di Finley, ma si rivelò più duro del previsto. Il materiale con cui era fatto era parecchio strano. In qualche modo gli ricordava il legno, ma era decisamente più morbido e di tutt'altra risma. Forse poteva ricordare una pelle parecchio dura, ma non era sicuro. Provò con tutte le forze residue a reciderlo a morsi, ma per quanto ce la mettesse tutta la cintura sembrava diventare ancora più dura. Alla fine rinunciò, anche perché Finley aveva cominciato a gemere per lo sforzo di tenere le spalle arcuate al fine di permettere al Deino di lavorare.


Lo allontanò con la testa di qualche centimetro al fine di riuscire a respirare. Non sembra ma le piume che Finley aveva attorno al collo erano decisamente fastidiose. Sentendo però il contatto del Deino sulla sua pelle, il pokemon Aquilotto si agitò un po'.


- N-no - disse debolmente - Non mi allontanare... caldo... si sta così bene...


Il Rufflet doveva essere ancora molto confuso, ma Lloyd indovinò subito dove voleva andare a parare.


- E va bene - disse un po' imbarazzato - Ma è solo per tua necessità .


Permise a Finley di adagiarglisi sullo stomaco.


- Che bello... - riuscì a pronunciare il Rufflet prima di perdere di nuovo i sensi. E meno male che successe, perché se avesse prestato un po' di attenzione in più all'amico avrebbe potuto notare che sulle guancie del Deino si erano formate due grandi gote rosse. "Ma in fondo" pensò Lloyd per riprendersi "Non sta succedendo nulla di male".


Guardò per un po' Finley dormire un sonno beato. Senza nemmeno accorgersene si ritrovò a pensare che gli voleva bene. Un bene proveniente direttamente dalla sua anima. Finley era il primo (e forse anche l'unico) amico che aveva mai avuto, e lo stesso valeva all'inverso. Era quanto di più vicino ad una famiglia potesse avere. E ciò lo rendeva felice.


- Ti voglio bene, Finley - sussurrò Lloyd, prima di cedere al dolce invito del sonno ed adagiare il capo a terra.


 


***


 


Neville continuava ancora a rigirarsi in mano il barattolo delle pillole. Era un bel po' di tempo che lo faceva, poiché non riusciva a trovare nessun'altra attività  che lo potesse tenere impegnato. Era seduto lì, su una sedia di fianco al tavolo della cucina, a giocherellare col piccolo contenitore con lo sguardo perso nel vuoto chissà  dove.


Era buffo in un certo senso. Sapeva che il tempo rimastogli era poco, eppure si ostinava a trovare dei momenti tipicamente umani di noia e dolce far niente. Anche se cose del genere non se le poteva assolutamente permettere le faceva ogni tanto, esattamente come in quel momento.


Quasi senza pensarci tolse il coperchio, infilò un dito dentro e ne estrasse una pillola. Se la ficcò in bocca e mentre la ingoiava sbirciò dentro al barattolo. Glie ne restava solo una. Solo allora si mise a pensare. L'ultima ingestione risaliva ad una settimana prima, per cui aveva fatto bene a prendere un'altra pillola, anche se era la penultima che gli restava. Aveva deciso di utilizzare quei pochi giorni rimastigli per rimettersi in pace con sé stesso, ma adesso che lo doveva fare lo trovava immensamente difficile semplicemente perché non aveva nulla da dirsi. Sapeva già  quello che aveva fatto e quello che non aveva fatto, sapeva quali fossero i suoi desideri realizzati e quelli che non lo erano stati. Ormai per quel breve lasso di tempo gli restava solo un obbiettivo: far sì che l'umanità  non fosse dimenticata tanto facilmente.


D'altro canto non c'era altra scelta. Sarebbe morto comunque di lì a poco, l'incedere dell'età  non gli avrebbe lasciato alcuno scampo. Era già  tanto se il cuore gli aveva retto per tutto quel tempo, e non credeva che comunque sarebbe sopravvissuto di lì a qualche anno, per cui aveva deciso per tempo che sarebbe stato lui a porre fine alla sua vita. Ma per farlo avrebbe dovuto avere dei testimoni. Ed era proprio su questo presupposto che si fondava il suo piano.


Aveva spiato a tal proposito per vari mesi quella "squadra d'esplorazione", com'era definita nei libri, al fine di individuarne i membri più deboli e che quindi gli avrebbero opposto meno resistenza. Non ci aveva messo molto a capirlo, gli era bastato vedere chi avesse la testa china e chi alta. Aveva poi atteso l'occasione adatta per fare la sua mossa. C'era voluto un po', ma alla fine la fortuna era venuta dalla sua parte e quasi tutti i pokemon abitanti della casa se n'erano andati, lasciando nell'edificio solo i membri più deboli. Era stato un gioco da ragazzi stordirli con il gas. Un po' meno legarli alla slitta e portarli alla sua dimora, visto che li aveva sbatacchiati abbastanza procurandogli numerosi lividi ed escoriazioni, ma questi erano dettagli. Gli serviva che fossero vivi, non vegeti, così che potessero vedere l'ultimo umano in azione.


E lì era iniziata la parte più snervante del piano: l'attesa. A quel punto doveva aspettare che gli altri membri del gruppo ritornassero e notassero l'assenza dei loro compagni. Avrebbero cominciato a battere tutta la zona circostante, e alla fine l'avrebbero trovato. Lo avrebbero visto morire, e con lui la specie umana tutta.


Solo che, per qualche strano motivo, tardavano ad arrivare. Neville era tornato un paio di volte alla loro casa, e l'aveva trovata sempre deserta. Non era rientrato nessuno, nonostante fossero passate almeno due settimane dal rapimento di quei mostri. E non era un fatto per nulla positivo, visto che aveva paura che i suoi problemi al cuore prevalessero su di lui prima del compimento dei suoi voleri. Alla fine Neville non poteva far altro che pregare che i mostri tornassero. Lo faceva sempre, e con tutto il cuore.


Per sicurezza gli aveva anche lasciato un messaggio scritto. Se lo volevano affrontare, voleva almeno che sapessero contro cosa andavano a combattere. Chissà , forse la rivelazione che un umano esisteva ancora li avrebbe spinti a cercare con più foga i loro amici. Tanto oramai era solo questione di tempo, prima o poi sarebbe comunque morto.


 


***


 


Lloyd si era incantato ad osservare il vassoio con la frutta. Adesso l'odore dolciastro si era fatto più pungente rispetto a quando era stata portata, segno che il processo di putrefazione stava iniziando. "Se non si svegliano andrà  a male e resteranno digiuni" pensò. Aveva lasciato un po' di cibo per i suoi compagni quando aveva mangiato, ma adesso se ne stava pentendo. Quella deliziosa frutta stava per andare a male ed era solo colpa del suo maledetto altruismo. Aveva anche impedito a Finley di divorarla tutta una volta che questo si era svegliato per la seconda volta. Fosse riuscito a pensare per sé una buona volta.


Aveva comunque pensato un paio di volte di mangiarla, ma aveva cambiato idea quasi subito. Lo disgustava il pensiero di dover mangiare del cibo avariato, e poi aveva lo stomaco chiuso. Ciò era dovuto alla sua preoccupazione per quella maledetta muraglia nera. Già , l'aveva sognata di nuovo. E pulsava sempre di più.


Credeva di impazzire, rinchiuso in quella stanza oscura, senza nessuno con cui parlare. Erano ore che era immerso nel più completo e deprimente silenzio, senza nulla a distrarlo dalla sua lenta discesa nella follia. L'unica cosa che gli faceva mantenere un briciolo di ragione di sé erano i gemiti che ogni tanto Finley emetteva girandosi nel sonno.


Era impegnato a studiare la parete davanti a sé, quando vide qualcosa che attirò la sua attenzione. Aguzzò la vista, e quasi gli si fermò il cuore. Dal muro sporgeva un singolo e appuntito chiodo.


 


***


 


Lasciarono Algish Inn all'alba. La compagnia era arrivata la notte precedente, ma aveva deciso di sostare lì fino a che non avesse fatto giorno a causa delle ferite riportate. Il morale era il più basso di sempre, e  non era decisamente il caso di viaggiare col buio dopo quello che era successo.


Avery quella mattina decise di tenersi in fondo alla fila. Non aveva voglia di parlare con nessuno, specialmente con persone come Sanford oppure Olston. Sanford dopo ciò che era successo era diventato ancora più intrattabile di quanto ancora non fosse già , mentre Olston aveva assunto un'aria cupa, ancora più cupa del suo solito. Questo quando era in silenzio, mentre se lo si chiamava fulminava l'interlocutore con uno sguardo furente. Era terribilmente brutta questa situazione. E visto che il Blaziken e il Gabite si posizionavano sempre in testa alla colonna il Machop preferì mettersi in fondo.


Quello che non sopportava era il fatto di essere stato colto di sorpresa. Quando erano stati attaccati era stato stordito da un attacco, e quando aveva cercato di rialzarsi era stato messo definitivamente KO da un calcio in faccia. Il naso ancora gli faceva male, e aveva l'impressione di essersi anche rotto qualcosa. Quando si era risvegliato, si era infuriato. I nemici erano stati sleali, ma era la banda di Kaiden, e i membri della banda erano capaci di tutto.


Erano arrivati alla città  marittima di Dingwall al quarto giorno di viaggio dalla partenza dalla casa. Lì si erano incontrati con i committenti per sistemare gli ultimi dettagli della missione, e si erano anche ricongiunti con Eloise. Erano ripartiti la mattina dopo diretti verso sud, e avevano costeggiato per altri due il lago di Ness. Si vociferava che la banda di Kaiden fosse stata avvistata per l'ultima volta al confine con la Repubblica, e per questo si erano diretti in maniera anche troppo spedita verso la città  di Fort William. Ma i loro movimenti non erano passati inosservati.


La sera dell'ottavo giorno erano arrivati al vecchio forte umano abbandonato all'estrema punta sud del lago di Ness. Ogni pokemon con un po' di buonsenso avrebbe scelto di passare la notte all'interno del forte, facile da proteggere e da barricare. Ma Olston si era detto sicuro di voler andare avanti. "Prima arriviamo a Fort William e prima scoveremo la banda" aveva detto. Così avevano continuato a marciare nella notte.


E poi vennero attaccati. Si erano da poco immersi nella foresta attorno al lago di Unagan, quando da ogni lato cominciarono a piovere attacchi. Sembrava che l'inferno fosse sceso in terra. Avery aveva fatto in tempo a vedere una palla di fuoco scagliata addosso ad Olston e a sentire qualcuno imprecare quando qualcosa lo colpì alla testa. Vide tutto rosso, e quando cercò di rialzare la testa vide una sagoma che correva a tutta velocità  verso di lui. Cercò di rimettersi in piedi per affrontarla, ma quella era stata più veloce e gli aveva sferrato un poderoso calcio in faccia.


Quando si era risvegliato non aveva potuto credere ai propri occhi. Tutti i membri della compagnia erano a terra. C'erano segni di una battaglia: sangue, fumo, qualcuno che gemeva. Qualcuno si era rialzato con lui, e insieme avevano cercato di far la conta dei feriti. E dei morti, naturalmente.


La mattina seguente, quando chi poteva era di nuovo riuscito a muoversi, avevano seppellito i loro caduti. Nella foresta erano entrati in ventitré la sera e la mattina successiva ne erano usciti in diciassette. Tra gli alberi erano andati, per non tornarne mai più, Fred, George, Millicent, Domnall e Bailey. Ed Eloise.


Erano in qualche modo riusciti a ritornare a Dingwall, anche se ci avevano impiegato il doppio del tempo rispetto all'andata, e lì si erano fatti medicare. Arti rotti e ferite superficiali più che altro, anche se l'occhio di Olston era stato conciato parecchio male, ed il braccio di Mason era a tal punto compromesso che richiese l'amputazione.


Avevano deciso di andarsene il giorno dopo da Dingwall. Si vergognavano di essere stati sconfitti in modo così stupido, e non volevano incontrare di nuovo chi li aveva commissionati. Ancora Avery non riusciva a capire come la banda di Kaiden li avessi sorpresi così facilmente. Forse qualcuno li aveva sentiti mentre contrattavano, oppure erano stati scorti dirigersi verso il sud, chissà . Sta di fatto che avevano fallito.


E la parte migliore di tutto era stata quando avevano incontrato Sanford, poco fuori Dingwall. Quando il Blaziken aveva saputo della catastrofe dire che era impazzito è dire poco. Aveva letteralmente fatto saltare in aria una baracca lì vicino per la rabbia, e aveva seguitato ad urlare per tutto il giorno "Se mi aveste aspettato non sarebbe successo!".


E così, dopo quattro giorni di faticosa e penosa marcia, erano giunti di nuovo ad Algish Inn. Nessuno per fortuna aveva rivolto loro domande. I pochi abitanti del paesino erano schivi e taciturni, e nessuno di loro aveva tanta voglia di parlare. Si erano fermati per la notte, erano partiti di nuovo e adesso volevano solo ritornare a casa. La loro amata casa, dove li attendevano i cinque che avevano lasciato indietro. "Almeno loro stanno bene" pensò Avery, mentre il gruppo si inoltrava all'interno della valle sul fondo della quale abitavano.


 


Sorpassarono il familiare lago quando il sole cominciò a scomparire dietro le montagne, ed arrivarono finalmente in vista della loro amata casa. Avery tirò un sospiro di sollievo nel rivedere i contorni squadrati dell'antica costruzione, anche se per qualche strana ragione non divenne felice come avrebbe dovuto.


"Non esce fumo dal camino" notò "Eppure fa abbastanza freddo qui fuori. Forse stanno aspettando che faccia buio. Bé, comunque sia adesso ritorneremo alla vita di sempre.". C'era una punta di tristezza nell'ultimo pensiero, forse a causa della brutta esperienza appena passata. Almeno rivedere le facce serene di Lloyd e Finley lo avrebbe rimesso su di morale.


Questo almeno pensò finché confuse esclamazioni di stupore si levarono dal gruppo davanti a lui. Di corsa si precipitò verso l'ingresso della casa, attorno al quale si era formata una piccola folla, e contemplò a bocca aperta la scena. La finestrella accanto alla porta era aperta, l'asse di compensato che era stata sistemata alla bell'è meglio ormai più di due settimane prima giaceva a terra. La porta era socchiusa, e dentro l'edificio era buio pesto.


- Presto, tutti dentro! - ordinò Olston - Lloyd! Finley! Hey, di casa!


Ma non c'era nessuno, nella casa.



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Me n'ero dimenticato!


CAPITOLO 12


Chiodi e memorie



Dapprima pensò ad un'allucinazione. Era rimasto in quella stanza buia per talmente tanto tempo che non si sarebbe stupito del fatto d'essere impazzito e di vedere cose che non esistono. Fu per questo motivo che inizialmente non fece molto caso a quello che aveva visto. Ma più pensava che il chiodo fosse un'allucinazione, più la sua coscienza diceva che non lo era. Lloyd da parte sua non sapeva proprio a chi credere, se alla sua ragione o alla sua vista.


Inizialmente era orientato verso la ragione, ma continuava a dubitare dei suoi stessi ragionamenti, e continuava a gettare occhiate nervose al piccolo arnese di ferro. E se fosse stato reale? Se non fosse stato solo il frutto della sua immaginazione e della sua pazzia? Se magari fosse veramente quel che sembrava e la mente non gli stesse giocando un brutto scherzo? D'altro canto se ci avesse voluto arrivare si sarebbe dovuto muovere, ed era un bel po' di tempo che non cambiava posizione. Le zampe non rispondevano più ai comandi, ed era un miracolo che riuscisse a muovere ancora la testa e il collo.


Alla fine decise di rischiare. Avrebbe sì speso preziose energie, ma sarebbe stato per una buona causa. Lentamente, faticosamente, cominciò a trascinarsi verso il pezzettino di ferro. Doveva essere veramente uno spettacolo penoso e umiliante, ma oramai aveva cominciato quell'impresa ed era intenzionato a portarla a termine, indipendentemente dal risultato che avrebbe ottenuto. Alcune volte le forze gli vennero meno e fu costretto a fermarsi, e la sua volontà  più volte vacillò all'infida idea di fermarsi e tornare a dormire.


Ma, nemmeno Lloyd riuscì mai a capire come, resistette. Resistette alle tentazioni e all'impulso di fermarsi. Resistette al buio che l'avvolgeva, resistette alla voglia di arrendersi. La sua forza di volontà  si rivelò abbastanza forte, e in qualche modo riuscì a muovere ancora per un po' le spalle, cercando di trascinarsi fino al muro.


E quando effettivamente arrivò a toccare la parete tirò un sospiro di sollievo e ringraziò Arceus per avergli dato la forza. Mosse il collo e la testa, cercando di individuare la posizione del chiodo. E lo vide, a meno di un metro di stanza, piantato nel muro a circa un metro e venti da terra. Adesso doveva solo toccarlo per vedere se era davvero consistente come la sua vista gli stava facendo credere.


Ed era proprio questa la parte difficile. Non aveva la minima idea di come fare a toccarlo. Prima di tutto era posto troppo in alto per la sua statura. Avrebbe potuto cercare di ergersi sulle zampe per provare a toccare con la testa il chiodo, ma aveva già  speso tutte le sue forze nel suo viaggio di poco prima. E non gli venivano in mente altre idee, per cui alla fine giunse alla conclusione che la soluzione migliore era aspettare che gli tornassero. Per cui si mise lì, adagiato al muro, e aspettò.


Presto la realtà  cominciò a confondersi con la fantasia, e si ritrovò nel mondo dei sogni. "Eppure non mi sembra di essermi addormentato". Ma in fin dei conti in quelle condizioni poteva fare poco o null'altro. E quindi eccolo lì, sospeso nell'oscurità . Si ricordava di averlo già  fatto, quel sogno. E ricordava anche la muraglia nera. Infatti era lì, non molto distante da Lloyd, e pulsava come suo solito. Ovviamente a un ritmo più veloce dell'ultima volta, ma questo il Deino lo sapeva già .


Dapprima non gli sembrò di provare niente, almeno finché non sentì il calore. Ebbe un fremito, ma poi riconobbe che gli piaceva quella sensazione. Si abbandonò allora al piacere, e pensò che in fin dei conti quella cosa non era poi così brutta come l'aveva pensata. Poi però il calore si fece più intenso fino a scottare. E decisamente questo non gli piaceva.


Provò a scuotersi e a muoversi in tutti i modi per scacciare il fastidioso calore, ma non sembrò funzionare. Anzi, si fece anche più intenso, e la percezione del pokemon da fastidio si tramutò in dolore. Si divincolò come un pazzo tentando di far cessare il dolore, ma più opponeva resistenza e più aumentava d'intensità . Fu così che cominciò ad urlare.


 


- L... Lloyd... che... cosa urli...?


La voce riscosse dal sono il pokemon Impeto. Strinse più volte gli occhi per riprendersi dall'incubo, poi cercò di muoversi. Ciò gli procurò un po' di dolore dovuto all'indolenzimento e anche allo sfregamento delle corde sulla pelle, ma con soddisfazione realizzò di essersi mosso di qualche centimetro.


Solo allora pensò alla voce. Non era stato di certo lui a parlare, non era la sua. E allora chi...


- Lloyd? Sei... sei tu?


Nellie. Allora era lei ad essersi svegliata. "Forse è un bene" pensò il Deino "Non so se Finley mi avrebbe potuto effettivamente aiutare". Non sapeva perché ma sentiva che il Rufflet non gli sarebbe potuto tornare utile.


- C-c... - provò a farfugliare Lloyd - C'è d... c'è d...


- Lloyd... cosa vuoi dirmi...?


Il pokemon Impeto non riusciva a parlare. Aveva totalmente esaurito le forze, o forse invece era solo l'euforia per aver trovato una possibile via di fuga a farlo balbettare. Decise di rinunciare in ogni caso. Pensando che magari l'amica potesse avere fame mosse ripetutamente la testa verso il vassoio col cibo. La Torchic seguì con lo sguardo i gesti e alla fine comprese, dirigendosi verso le Bacche.


Nellie provò a muoversi, ma realizzò presto la gravità  della loro situazione. Si trascinò allora fino al cibo e cercò di afferrarne col becco un po', masticando mentre il succo le colava sulla guancia. "Non è un bello spettacolo" pensò Lloyd, e chiuse gli occhi.


Nellie, vedendo che l'amico aveva chiuso le palpebre, si preoccupò e lo richiamò.


- No! - esclamò a bocca piena - Lloyd, non farlo! Non ti riaddormentare!


Il Deino venne riscosso dai suoi avvertimenti. Non si era nemmeno accorto di aver chiuso gli occhi. Se ne dovevano andare di lì al più presto. Ma prima avrebbe fatto finire di mangiare a Nellie, e solo dopo avrebbe tentato di farle capire le sue intenzioni.


Quando era arrivato al muro aveva pensato a come poter fare per arrivare a toccare il chiodo. Non ci sarebbe arrivato da solo, questo era certo. Vedendo svegliarsi Nellie aveva però avuto l'illuminazione, e forse poteva trovare una soluzione. Adesso che aveva recuperato le forze avrebbe potuto tentare di puntellarsi sulle zampe, e magari prendendo Nellie in groppa lei sarebbe potuta arrivare a toccare il metallo. E, chissà , magari quel chiodo sarebbe stato abbastanza acuminato da lacerare quel materiale che le teneva bloccate le ali.


- Prima stavi urlando.


Le parole di Nellie riscossero Lloyd dai propri pensieri. Non potendo parlare fece un gesto perplesso con la testa. La Torchic, probabilmente intuendo il problema dell'amico, glielo confermò di nuovo.


- Stavi urlando. Forse è stato merito tuo se mi sono svegliata. - . Si gettò un'occhiata intorno, e poi affermò che quel posto non le piaceva per nulla. "Bella scoperta" pensò leggermente infastidito Lloyd "Ah, le donne.".


Quando il Pulcino ebbe finito di mangiare Lloyd cercò di attirare la sua attenzione. Una volta che Nellie lo ebbe adocchiato, Lloyd prese a indicare con la testa sopra di sé, verso il chiodo. Vedendo che la compagna non capiva, il Mezzo Drago cercò di aiutarsi con il labiale.


- S-sopra... sopra d... d... di... sopra di...


- Cosa? Sopra di cosa? - chiese Nellie, leggermente preoccupata.


- Sopra di... me... sopra di me...


- Sopra di te cosa?


- Ch... Chi... chio... sopra di me... chio...


- Sopra di te chio?


- Chiodo... chiodo...! - sibilò il Deino, esasperato.


- Sopra di te chiodo? - e solo allora lei alzò la testa verso la direzione indicata dall'amico. Vide il chiodo e abbassò di nuovo la testa verso Lloyd. Sembrava ancora confusa. Lloyd non sapeva che Magikarp prendere per farglielo capire. Finché gli venne un'idea. Chinò il muso fino alle corde che legavano le zampe anteriori e le morse, facendo come per cercare di lacerarle. Poi indicò con la testa il chiodo. Lo fece ancora per due o tre volte, e finalmente Nellie comprese cosa Lloyd voleva farci con quel chiodo.


- Ho capito! Vuoi usare il chiodo per sciogliere le corde!


Il Deino disse di sì con la testa, gratificato. Ora doveva cercare di farla salire sulla sua groppa.


- S-sal... sali...


- Lloyd, ho capito che non ce la fai a parlare. Forse ho capito come fare per usare il chiodo. Ce la fai a prendermi in groppa?


A sentire queste parole il Deino sbatté la testa contro la parete.


 


***


 


Neville si svegliò dall'ennesimo sonno. Non se ne stupì affatto, anzi, oramai nemmeno gliene importava più. Di lì a poco sarebbe morto, e per quel che riguardava aveva risolto tutti i suoi affari in sospeso, se pur ne aveva mai avuti.


Si portò una mano agli occhi e se li strofinò, cercando di scacciare le ultime tracce di sonno. Si guardò attorno, e capì di essere nel suo studio. Si tirò su e si diresse verso la sua scrivania. Il libro era lì, con la sua lucida copertina nera e le sue scritte dorate e rilucenti. Si sedette, e prese a sfogliarlo.


Le pagine erano ingiallite dal tempo e molto sottili, quasi al punto che vi si poteva vedere attraverso. Le scritte vergate in inchiostro nero risaltavano su quella fragile carta, al punto che ogni volta che Neville vi posava gli occhi quasi vi si perdeva. Sorpassò il nome dell'autore, oramai sbiadito. Le uniche lettere rimaste leggibili erano la "R" iniziale del nome proprio e il "son" del cognome, ovvero la sua parte finale. A Neville in fondo non importava veramente sapere chi l'avesse scritto, gli bastava che lo fosse stato.


L'aveva trovato mentre era ancora intento a peregrinare, molti anni prima. Un giorno era entrato in una grande biblioteca, e aveva portato via con sé qualche libro giusto per passare il tempo. Ma tra tutti quelli che aveva preso era stato quello a colpirlo di più, in particolare la sua parte finale. L'aveva letto e riletto, e più lo rileggeva e più gli piaceva. E più gli piaceva e più ne diventata ossessionato. Ossessionato a tal punto da progettare la propria fine sul modello della morte del protagonista.


Richiuse il libro. Si sentiva ancora troppo frastornato per poter leggere. Due passi all'aria aperta gli avrebbero solo fatto bene.


 


***


 


La cosa che più suscitò orrore e sorpresa nel gruppo fu il momento in cui trovarono la scritta. Era stata fatta sul muro del salotto, in un punto spoglio da oggetti come quadri, mensole o cose del genere. Il materiale con cui era stata vergata sembrava vernice, ed era rosso. Quando ancora non si era asciugata del tutto delle gocce erano colate giù lungo l'intonaco, lasciando striature sanguigne in mezzo a quel giallo smorto, il che contribuiva a rendere la scena più desolante di quanto già  non fosse.


Gli umani non sono morti. Il messaggio recitava così. Nessuna possibilità  di fraintendimento, il suo significato era stato recepito forte e chiaro da chiunque l'avesse letto. Cioè praticamente tutti. I più colpiti sembravano essere Olston e Sanford, forse perché loro li avevano già  visti una volta, gli umani, visto che erano presenti alla Battaglia. Nessun membro della famiglia poteva vantare d'essere anziano quanto loro, e i trentaquattro anni di Darren impallidivano a confronto dei cinquantaquattro di Olston e dei cinquantatre di Sanford.


Per un po' nessuno seppe cosa dire. Olston si era portato l'artiglio destro sugli occhi e aveva stretto i denti. Sanford invece era rimasto fermo ed immobile ad osservare la scritta, gli occhi sgranati e la bocca leggermente aperta per lo stupore. La loro reazione in fin dei conti era comprensibile, sapere che gli umani non erano stati eliminati mezzo secolo prima era una notizia assai sconvolgente, e lo doveva essere soprattutto per i due membri anziani. Era normale che reagissero così.


Cominciarono allora a serpeggiare i primi mormorii.


- Esistono ancora umani?


- Cosa è successo mentre non c'eravamo?


- Che fine hanno fatto quelli che erano qui?


- E adesso, cosa succederà ?


Sanford si girò, un'espressione indecifrabile in volto. Si diresse verso la poltrona più vicina, vi si lasciò cadere a sedere, si chinò su sé stesso e portò le zampe in volto, coprendoselo. "Deve essere rimasto davvero traumatizzato" pensò Avery "Perdere una figlia non dev'essere per nulla facile". All'interno della loro famiglia erano pochi i legami di sangue veri e propri, e uno di questi era quello tra Sanford e la figlia Nellie.


Olston invece rimase dov'era. Nessuno osò nemmeno avvicinarglisi, poteva non essere sicuro farlo in momenti come quello. Il Gabite era sempre stato molto più controllato rispetto a Sanford, al quale non importava di nascondere la rabbia, e ben di rado Olston era stato visto perdere il controllo. Ma quelle poche volte era bastato a tutti. Lo testimoniavano le finestre rotte dall'ultima volta, e si era pensato che fosse entrato nello Stato Berserk, anche se fortunatamente si era ripreso alla svelta. Se fosse entrato nel Berserk avrebbe fatto molti più danni.


Dopo quello che parve un tempo infinito, finalmente il Gabite si voltò, uno sguardo pregno di determinazione impresso in volto. "Non l'ha mai avuto prima d'ora" pensò Avery, leggermente turbato. Di solito Olston manteneva sempre un portamento calmo ma allo stesso tempo intimidatorio, senza mai però eccedere in espressioni troppo convinte o movimenti bruschi. Questa faccenda doveva essere più grave di quanto tutti loro potessero lontanamente immaginare.


- Darren, John, Tohr, Mike, Pearl, andate fuori e cominciate a perlustrare la zona. Voglio che ogni fenditura, ogni sentiero, ogni roccia, ogni lago, ogni ruscello, ogni sasso di questa montagna venga controllato bene, e quando avrete finito passate al Benn Englar e all'Amochag. Voglio che siate qui entro domattina. Via, andate.


- Aspetta - ribatté John, uno Snover piuttosto slanciato per la sua specie - Come facciamo a controllare tutto per domattina? Potrebbero essere dovunque, anche non...


- Andate. - sibilò il pokemon Grotta, fulminando, anzi, incenerendo lo Snover con lo sguardo - Subito. E tornate entro domattina. I cinque non poterono far altro che obbedire, e uscirono nel silenzio generale.


- Beth, Cirian, Keith, Ioseph, andate a guardia degli ingressi. Roland e Devlin, sul tetto. Augustine, torna in infermeria e comincia a curare chi ne ha più bisogno. Tutti gli altri, aiutatela. Una volta che ci saremo rimessi andremo alla ricerca di Nellie e degli altri. Gliela faremo pagare eccome a chiunque li abbia presi, sia un umano un pokemon o quel che c*zzo Giratina ha deciso di metterci contro. Non permetterò che a nessun membro della mia famiglia venga torto un pelo. - . Detto questo uscì dalla stanza, dirigendosi presumibilmente verso la sua stanza. "Eppure siamo partiti in ventitré e siamo tornati in diciassette, escludendo Sanford. Forse è tardi per reagire." pensò Avery, un tantino amareggiato.


Tutti rimasero immobili per alcuni istanti, finché qualcuno incominciò a rompere le righe. Ogni membro della famiglia si diresse verso dove gli era stato ordinato da Olston. Almeno tutti fuorché Avery. C'era ancora qualcosa che non aveva intenzione di lasciare in sospeso.


Invece che andare verso le scale, le quali gli avrebbero permesso di raggiungere facilmente la soffitta e quindi il tetto, si diresse a grandi falcate verso Sanford, ancora seduto il poltrona. Con una forza che nemmeno il Machop pensava di possedere, sbatté violentemente le mani sui braccioli (il Blaziken non vi aveva appoggiato le braccia), e cacciò fuori un urlo poderoso, con una voce che Avery stesso stentò a riconoscere.


- Ci avete mentito! Ci avete sempre mentito! Avevate detto che gli umani erano morti, che erano stati uccisi tutti nella Battaglia, cinquant'anni fa, e invece ecco qua! Sarebbero morti, eh?! Pretendo una spiegazione! Perché ci avete mentito?! Eh?!? PERCHE'!?!


Per un secondo Sanford rimase in silenzio, chino su se stesso, nascondendosi la faccia con le zampe. Il secondo successivo la scoprì, rivelando un volto contratto, anche troppo. Quello dopo si raddrizzò sulla poltrona, facendo notare la differenza di altezza, pure più del doppio, rispetto ad Avery, guardandolo negli occhi. Quello dopo ancora si lasciò ricadere stancamente sul morbido schienale.


Nella stanza era ancora rimasto qualcuno, e la scena era stata vista da un po' di gente. Dalla fine dello sfogo di Avery c'era stato solo silenzio, che venne infine rotto dalla voce di Sanford.


- Hai ragione, vi abbiamo mentito.


Il tono era molto diverso da quello che il Blaziken possedeva solitamente. Di norma manteneva sempre un comportamento spavaldo, iracondo e superbo, degnandosi ben poche volte di ammettere i propri errori o comunque di darla vinta a chicchessia. Adesso invece il tono era molto più mesto, quasi rassegnato, e nei suoi occhi non era rimasto nulla di quell'espressione fiera che lo caratterizzava. Non c'era preoccupazione, rabbia o paura, solo... tristezza. Avery tutto si sarebbe aspettato, meno che quello.


- Adesso, se magari volete starmi a sentire, vi racconterò tutto. - . Si riaccomodò sulla poltrona, dando il tempo a chi lo voleva di avvicinarsi per sentire la storia.


- Come tutti voi saprete, io ed Olston combattemmo nell'Ultimo Esercito, quasi cinquant'anni fa oramai. Eravamo due giovani spavaldi, io ancora un Combusken e lui un Gible, e ci arruolammo come volontari non appena sapemmo della costituzione dell'armata. Ci unimmo per il gusto del combattimento, per la voglia di avventure e di nuove esperienze, ma anche per il Sacro Obbiettivo: distruggere gli umani.


Io e Olston al tempo abitavamo, o per meglio dire eravamo, nella Repubblica, giù a sud. Più di preciso eravamo a Londra, la grande città  umana che era un tempo, adesso capitale repubblicana. Eravamo venuti a sapere di questa guerra, ma inizialmente non ci interessava, almeno finché non sentimmo predicare. Tutta la città  si era riempita di religiosi, fanatici predicatori di Arceus e della liberazione dalla schiavitù umana. Anche se va detto che in realtà  erano almeno sessant'anni che nessun pokemon era stato più soggetto al volere di un uomo.


L'umanità  era una grande razza, questo va detto, ma fu messa in ginocchio da due grandi guerre, svoltesi nell'arco di meno di mezzo secolo. All'inizio dei conflitti erano numerosi, molto numerosi, ma le guerre furono talmente devastanti che le loro fila si assottigliarono drasticamente. E come se non bastasse, una volta finita la seconda guerra cominciarono le Guerre di Liberazione. Dapprima furono in pochi a insorgere, man mano sempre di più. I pokemon cominciarono a prendere il sopravvento, dapprima scacciando gli umani dalle loro case e depredandoli dei loro averi e possedimenti, poi passando direttamente a trucidarli. Così, quelle che dapprima erano cominciate come semplici scorribande, presto si trasformarono in Guerre Sante.


Furono quindici anni di sangue. Umani e pokemon si affrontarono i centinaia, migliaia di scontri, l'uno più sanguinoso dell'altro, e quasi sempre la vittoria arrideva a noi. Ritenendo i loro animali indegni anch'essi vennero trucidati, nonostante molti sapessero che gli umani per crearci si erano ispirati a loro. E così noi avanzavamo, e loro retrocedevano. Sempre di più, sempre di più, finché rimasero in pochi. La maggior parte di loro si raggruppò proprio nelle terre dove ci troviamo noi, forse un po' più a sud di qui, magari dopo il lago di Ness. Questi sopravvissuti fondarono un nuovo stato, e piuttosto che tentare di resistere con le armi cercarono di arrangiare una pace con la nostra specie, che nel frattempo si era impossessata della parte sud dell'isola (perché sì, la nostra è una grande isola).


Per tre o quattro anni la pace sembrò reggere, al punto che l'ultimo stato umano cominciò piano piano a stabilizzarsi. Ma fu allora che cominciarono le prediche e i fanatismi. Certi avevano paura che gli umani, una volta riorganizzatisi, cercassero di riacquistare il dominio su di noi, altri invece vedevano quella nazione come una minaccia da stroncare, e fu così che quei facinorosi trovarono un terreno fertile su cui coltivare.


Io ed Olston avevamo sempre vissuto per strada, e ci unimmo all'Ultimo Esercito per tre motivi: stava arrivando l'inverno e il cibo cominciava a scarseggiare, le motivazioni dette prima e infine perché rimanemmo affascinati dalle parole dei predicatori. Non so perché, ma c'era qualcosa nel loro modo di parlare, nel loro modo di trasmettere le proprie idee... Insomma, alla fine ci arruolammo, e partimmo verso nord.


Nel giro di un mese le poche difese che gli umani erano stati in grado di disporre furono annientate. Gli uomini si ritirarono a nord, sempre più a nord, mentre noi li incalzavamo, non lasciandogli tregua. Ne uccidemmo molti in svariati piccoli scontri, ma era robetta. Di uomini ne restavano ancora qualche migliaio, e scelsero come ultima soluzione quella di barricarsi all'interno della fortezza di Stirling.


Stirling era, ed è tutt'oggi, un vecchio forte umano risalente a molti secoli fa, dalle mura spesse e dalla posizione favorevole. Gli uomini lo scelsero proprio per questo come ultima dimora, e anche perché non avevano altri posti dove andare. Decisi a farli soffrire fino alla fine, assediammo la fortezza al fine di farli morire lentamente per fame.


Ma non avevamo fatto i conti con la loro determinazione. Una notte si levarono canti dal forte, quasi come se stessero festeggiando, e il giorno dopo ci fu tutti che quella chiamano la Battaglia, lo Scontro, l'Ultima Battaglia, lo Scontro Finale e cose del genere.


Ricordo bene quel momento. Io ed altri ci eravamo accampati in prossimità  di un bosco, e proprio lì, grazie ad una rete di passaggi segreti, emersero molti uomini dal terreno, assieme a delle strane macchine di metallo. Vi montarono sopra, azionarono i motori e ci caricarono. Ricordo di essere stato travolto e solo dopo di aver iniziato a combattere.


Quel giorno uccisi almeno una mezza dozzina di avversari, ma uno di loro mi restò particolarmente impresso. Era un umano basso, tozzo e vecchio, a giudicare dal suo aspetto. Ci ritrovammo l'uno davanti all'altro a causa della confusione e del movimento continuo della battaglia, e ci preparammo ad ingaggiare battaglia. Vedendo che assumeva la posizione iniziale delle arti marziali lo imitai. Da giovane le praticavo, dopo averle imparate nell'Ultimo Esercito. Me la cavavo anche discretamente, a dirla tutta.


Ma, nonostante fossi bravo, il mio avversario lo era di più. Nonostante fossi più alto, più atletico e più forte di lui, riuscì a farmi mettere sotto. Mi incalzava sempre, non mi dava tempo di riprendere fiato, mi stava col fiato sul collo e non mi permetteva di utilizzare appieno il mio potenziale. Allora ebbi paura, e feci una cosa che il codice d'onore prima e la mia coscienza poi mi hanno sempre rimproverato di aver fatto. Deciso a non farmi sconfiggere da un umano, caricai il pugno di fiamme, così - e eseguì la mossa per dimostrarlo - e, cercando di concentrarvi tutta la potenza che avevo in corpo, lo colpì.


Lo presi alla gamba, che si incenerì all'istante. Non mi dimenticherò mai lo sguardo che fece. Sgranò gli occhi e mi guardò per un tempo che parve infinito. Poi crollò a terra, morto. Lo uccisi slealmente, continuo a ripetermelo tutte le notti. Violai il codice d'onore delle arti marziali, e questo non me lo sono mai perdonato. Lì per lì non ci pensai, ma dopo qualche tempo decisi che non le avrei praticate più. Ne avevo abusato già  una volta, e non l'avrei fatto di nuovo.


Nel frattempo che io combattevo, altri umani erano usciti dal forte, tentando di rompere l'assedio. Ma ottennero solo l'effetto di spalancare le porte alla loro rovina. I miei compagni d'arme si riversarono all'interno della fortezza, chi passando attraverso la porta aperta e chi distruggendo sezioni di muro. Fu un massacro. Gli uomini di entrambi i sessi, i loro cuccioli, i loro animali, i loro oggetti, qualunque cosa si trovasse all'interno della fortezza, venne distrutto.


La mattina dopo venne accolta dai gemiti e dalle urla dei feriti, dal crepitio del fuoco e dall'odore du fumo e sangue. Niente né di eroico né di glorioso, checché ne dicano i libri. Avevamo ucciso gli umani, ma ad un prezzo altissimo, per cui per quel momento ci ritirammo.


Visto che né io né Olston eravamo rimasti feriti in modo grave nella battaglia, ci mandarono alla ricerca di cibo all'interno del forte. Non vi dirò cosa vidi lì dentro, vi basti sapere che la pietra che costituiva la struttura della fortezza da marrone era diventata rossa. Vi dirò invece quello che vidi quando mi affacciai alle mura. Tre uomini, a bordo di una di quelle macchine di metallo, che si allontanavano dal luogo della battaglia. Eravamo troppo lontani da loro per poter fare alcunché, e non avevamo per niente voglia di combattere, così non dicemmo niente.


Dissero che dopo la battaglia di Stirling la razza umana si era estinta per sempre, ma io e Olston sapevamo che non era così. Ho sempre convissuto con la consapevolezza che c'erano ancora umani in giro, e ho sempre avuto la paura che un giorno ce l'avrebbero fatta pagare. E credo che quel giorno sia arrivato. Si sono presi la mia bambina, e non si fermeranno qui. - .


Il silenzio, che pure era stato presente sin da quando Sanford aveva cominciato a raccontare, si fece ancora più carico di tensione.


- Adesso, se volete scusarmi, devo andare. Devo parlare con Olston.


Si alzò, e uscì dalla stanza.



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CAPITOLO 13


Risultati



- Dai, ci siamo quasi. - disse la Torchic mentre atterrava con una capriola. Si rimise agilmente in piedi sulle zampe, mentre Lloyd si puntellò su una zampa, rialzandosi a fatica.


La voce di Nellie era incerta e tremolante, ma la soddisfazione in essa contenuta era percepibile. Se solo le gambe di Lloyd non avessero ceduto proprio in quel momento ce l'avrebbe anche fatta a liberarsi. Un pokemon normale si sarebbe arrabbiato, ma non Nellie. Sapeva quando una persona superava i propri limiti, e se essa lo faceva in buona fede lei non glielo faceva pesare. E in fondo il Deino la stava aiutando, e per questo lo doveva solo ringraziare.


Erano ormai ore che erano al lavoro, avevano iniziato subito dopo che Nellie aveva consumato la sua quantità  di cibo. Quel materiale era molto più duro di quando potesse sembrare. Forse nemmeno Lloyd, Nellie aveva realizzato dopo un po', se n'era reso conto quando l'aveva assaggiato. Ma per quanto fosse resistente finalmente il chiodo aveva cominciato a lacerarlo, e ovviamente gli stavano dando una mano, Nellie facendo più leva possibile con le ali e Lloyd morsicandolo con gli affilati denti.


"Dobbiamo fare in fretta" pensò la Torchic, guardando Lloyd. Nonostante cercasse di nasconderlo con sorrisi e battute, si vedeva che il Deino era provato, molto più provato di Nellie. Era anche per questo che volevano cercare di fare in fretta, almeno così uno di loro sarebbe stato libero per aiutare gli altri.


Guardando di nuovo Lloyd si decise: il Deino non doveva più prenderla in groppa. Erano caduti troppe volte, e il suo amico doveva essersi fatto parecchio male. Si intravedevano già  numerose chiazze violacee sulla sua pelle blu, e la ferita alla zampa gli aveva ripreso a sanguinare, lasciando una minuscola traccia di sangue per terra.


- Lloyd - gli disse - penso che per ora possa bastare.


Il Deino, che stava cercando di nascondere il proprio dolore con un sorriso non troppo convinto, tornò ad essere serio.


- Perché? Ce l'abbiamo quasi fatta!


Nellie restò in silenzio per un attimo.


- Senti, lo so che ormai ci siamo quasi, ma non mi sembra il caso che tu ti sforzi troppo. Cioé, guarda come sei messo, non voglio che peggiori ulteriormente. Mi sentirei in colpa con me stessa per averti lasciato danneggiare così.


Il Deino abbassò lo sguardo, demoralizzato. Vedendolo, Nellie si affrettò a farglisi incontro.


- N-non intendevo dire che fosse colpa tua. Anzi, è solo merito tuo se siamo a questo punto. Senza di te non ce l'avrei mai fatta. Ma questo mica solo adesso, è fin dall'inizio di questa faccenda che il tuo supporto mi aiuta tantissimo. Ti prego, non voglio che tu soffra anche per causa mia, sono convinta che tu stia già  male. Voglio solo che per adesso ti prenda una pausa, cercherò di liberarmi da sola.


Lloyd alzò lo sguardo, quel suo sguardo indecifrabile... Quella sua mascella pronunciata, squadrata ma dai contorni gradevoli alla vista... Quegli occhi, quei suoi occhi azzurro color del mare... Erano sofferenti ma esprimevano anche grande sollievo, sollievo misto al ringraziamento.


Le sue labbra si inarcarono in un sorriso.


- Grazie Nellie, grazie per tutto quello che fai. mi sei molto utile. Davvero.


La Torchic non poté far altro che ricambiare il sorriso. Nessuno le aveva mai parlato così, nemmeno Finley, il quale dopotutto era un suo carissimo amico. Lloyd invece... la stava ringraziando. Nessuno l'aveva mai ringraziata. Non in quel modo almeno. Le sue guancie arrossirono spontaneamente, ma il cambiamento di colore fu a malapena visibile dato il colore delle sue piume.


- Ma...


Quella sillaba per un attimo le venire un brivido.


- ...oramai siamo arrivati a questo punto, e non ci possiamo permettere di fermarci. Manca poco e saremo liberi. Liberi davvero stavolta. Me lo sento, noi DOBBIAMO continuare. Altimenti accadrà  qualcosa di brutto, me lo sento.


Nellie ebbe un altro brivido. Non era una che cedeva facilmente, soprattutto con chi conosceva, ma non sapeva il perché Lloyd stava avendo uno strano effetto su di lei in quel momento.


- Lo sento Nellie, lo sento...


- L-lo senti?


- Esatto Nellie, lo sento. Sento che il nostro momento è vicino. Sento che dobbiamo continuare. Sento che il momento in cui torneremo a casa non è lontano... casa mia. Casa tua. Casa nostra. Assieme alla famiglia. La mia famiglia. La tua famiglia. La mia famiglia. E staremo di nuovo assieme.


Nellie arrossì ancora. Lloyd era così... spontaneo, era questo il primo aggettivo ad esserle venuto in mente. "Massì" pensò "Del resto ha ragione. O la va, o la spacca.".


- Hmm, va bene - accondiscese, affrettandosi però ad aggiungere - Ma solo un'altra volta. Se anche a 'sto giro va male smettiamo.


Il Deino ci pensò un attimo, poi annuì. Motivati sicuramente più di prima, Nellie dalla "chiacchierata" con Lloyd e questo dalle parole di conforto dell'amica, si apprestarono a fare un ultimo tentativo per far sì che il chiodo staccasse definitivamente il legaccio dal corpo della Torchic.


Lloyd si chinò, permettendo a Nellie di salirgli di nuovo in groppa. Questa volta, sapendolo sfinito dagli sforzi precedenti, cercò di fare più piano stando bene attenta a dove metteva le zampe. Anche quando il Deino si rimise in piedi Nellie evitò di serrare gli artigli per mantenere l'equilibrio.


- Pronta? - chiese lui.


- Sì.


Il chiodo, essendo posto abbastanza in alto, sarebbe normalmente stato fuori alla portata di entrambi i pokemon, anche se Nellie fosse semplicemente salita sulla schiena di Lloyd. Si erano ingegnati per un bel po' su come risolvere la situazione, e alla fine era stata Nellie a trovare la soluzione. Lloyd si sarebbe dovuto rivolgere il didietro al muro, andando poi ad appoggiare le zampe posteriori più in alto che poteva, pur mantenendo un'inclinazione tale da permettere ad un pokemon minuto di potervi camminare sopra. E quel pokemon minuto era proprio Nellie. Portandosi nel punto più alto raggiunto dal fondoschiena di Lloyd probabilmente sarebbero riusciti ad arrivare al chiodo.


Va detto però che tale operazione era veramente scomoda, sia per chi faceva da ponte che per chi ci saliva. Per il primo infatti mantenersi stabile sulle sole zampe anteriori richiedeva una forza non indifferente, e contando che Lloyd aveva una ferita ad una zampa era proprio un miracolo di Arceus che fossero arrivati a quel punto.


Per quanto riguarda Nellie la Torchic era costretta a mantenere in continuazione un equilibrio precario sul didietro dell'amico, e non era per nulla comodo. Per cercare di non coinvolgere nella situazione i due punti deboli del Deino aveva cercato di appoggiarsi sulla coda. Sotto le zampe aveva avvertito un robusto legame osseo tra quel troncone che sembrava mozzato e il resto del corpo, per cui aveva preferito quel punto.


Avevano provato quest'operazione un numero infinito di volte, la maggior parte delle quali avevano portato ad un nulla di fatto. Ma era da un po' che tutti i tentativi stavano infine fruttando qualche risultato, e fu per questo che in quell'ultima occasione impiegarono tutte le forze e tutta la buona volontà  residue.


Lloyd si posizionò con le zampe, mentre Nellie si portò rapidamente alla posizione prefissata. Volevano veramente che questa fosse l'ultimo tentativo, per cui si ripromise che se avesse fallito ancora non se lo sarebbe perdonato.


Si girò, e provò a spingere le ali fino al chiodo. Ci mise un po', ma alla fine sentì la cintura che la bloccava impattare contro il duro metallo del pezzo di ferro. Cercò di infilare la punta dentro lo squarcio che era pian piano riuscita ad aprire nelle precedenti prove, e cominciò a strofinare malamente le due superfici l'una contro l'altra. Nonostante fosse un lavoro tedioso la Torchic aveva avuto la dimostrazione che esso avrebbe dato i suoi frutti.


Rimasero in quel modo un bel po', Nellie che si muoveva ritmicamente avanti e indietro, mentre Lloyd tremava leggermente per lo sforzo. Fu proprio quando la Torchic sentì la cintura cominciare a cigolare che avvertì un pericoloso sbandamento nel Deino. Egli doveva aver raggiunto il limite, dato che si sentiva che si stava mantenendo in piedi a fatica.


"Dai, ancora uno sforzo..."


Il tessuto cominciò a rompersi, ma fu proprio in quel momento che accadde. Una delle zampe anteriori di Lloyd cedette alla fatica, e il Deino ricadde malamente e definitivamente a terra, schiacciato dal suo peso.


Nellie restò per un attimo raggelata dove si trovava, poi il suo istinto ebbe la meglio. Senza nemmeno rendersene conto spiccò un gran salto non sapendo bene perché, ma quel che ne risultò fu senza dubbio una cosa positiva. Ricadendo infatti il chiodo di conficcò esattamente nello squarcio della cintura. Nellie inizialmente non capì cos'era successo, ma vedendosi sospesa in aria mosse freneticamente le zampe per tornare giù.


Improvvisamente slittò verso il basso, ci fu un rumore sordo e Nellie precipitò. Batté dolorosamente in fondoschiena, mentre qualcosa cadeva dietro di lei. Cercò di rimettersi in piedi, portandosi un ala alla parte ferita.


"Ahia, che male" pensò, massaggiandosi con un ala libera.


"Ala libera.".


Ce l'avevano fatta.


 


***


 


"Ah, che fresco..."


Neville si tolse i calzini e le scarpe per poi ripiegarsi i pantaloni fino all'altezza del polpaccio. Dopodiché immerse entrambe le gambe nelle acque del lago. Stava facendo sera, ma una volta che Neville aveva avuto questa bizzarra voglia niente aveva più potuto fermarlo. Non aveva mai provato a sentire le acque del lago sulla sua pelle, per cui voleva provare. E gli stava piacendo tanto, nonostante fossero gelate a causa della stagione prossima a mutare nell'inverno.


Cominciò a muovere gli arti inferiori ritmicamente avanti e indietro, godendosi l'acqua fredda che gli accarezzava la pelle. Era una sensazione strana ma piacevole, lo divertiva il solletico provocatogli dai peli smossi dalla corrente. E nel frattempo pensava.


Un fiume pensieri gli aveva invaso la testa. Succedeva sempre così ultimamente, ma mai come in quel momento. Non sapeva come mai stesse succedendo, forse era la consapevolezza che il filo della sua vita si stava rapidamente riducendo. Aveva talmente tante cose su cui riflettere che alla fine non approfondì nessuna, lasciando la sua mente libera di vagare in lungo e in largo, di sguazzare in quel mare colorato di parole informi mentre il suo corpo era immerso in un altro mare, anche se più piccolo.


Fu così che si trovò di nuovo a pensare ai mostri in casa sua. "Ma che cosa mi passava per la testa?" si chiese "Perché mai mi sono dovuto invischiare in questo casino?". Era da un po' che la sua fede nel piano vacillava, complici anche i danni causati alla sua amata casa dai mostri che aveva rapito. Nonostante amasse quel libro stava cominciando a pensare di essere andato troppo oltre nell'adorarlo.


Pensiero che fu messo subito a tacere dal fatto che la sua morte era vicina, troppo vicina. "Oramai sono andato troppo oltre, non posso fermarmi adesso. Non avrebbe senso, perché mai mi dovrei rimangiare i miei propositi?". Ripensò anche alla sofferenza che stava intenzionalmente arrecando a quei poveri pokemon. "Non pokemon, mostri.".


Sì, mostri, perché quello erano. Quei mostri avevano sterminato la razza umana, la sua razza. Ma quello che alimentava di più il suo odio era il fatto che avessero ucciso anche la sua famiglia, almeno quel che ne restava. Ciò era successo tanti anni prima, ma sembrava un fatto recente se confrontato con la piatta esistenza di Neville.


"Fanno bene a soffrire" concluse alla fine. Qualcuno doveva pagare per tutto il dolore che l'uomo aveva dovuto sopportare per anni. Non gli era bastato ammazzare i fautori del delitto dei suoi familiari, voleva di più. Voleva portare altra sofferenza, voleva vedere altri mostri versare sangue e lacrime, implorandolo di smettere.


Ma ovviamente lui non l'avrebbe fatto. Avrebbe continuato a tormentare i suoi prigionieri per il tempo che gli rimaneva, ma era comunque troppo poco. Ma se il suo piano fosse andato a buon fine allora il suo terrore sarebbe durato anche oltre la sua morte. sino alla fine dei tempi. Non sarebbe esistito un solo pokemon in grado di convivere col terrore che un umano calasse nella notte per prenderlo con sé, e allora la sua fama (o infamia in questo caso) avrebbe guadagnato gloria imperitura.


"Devono soffrire, già . Però, comincia a fare freddino.".


Si rialzò in piedi con un po' di fatica, sedendosi su una roccia per asciugarsi un attimo i piedi bagnati. Tolse un po' di terriccio che vi si era attaccato e li asciugò con uno straccio che si era portato dietro. Si rivestì completamente e infilò le mani nella tasca del giubbotto.


Inspirò a pieni polmoni per poi buttare fuori l'aria residua, la quale si condensò in una nuvoletta. Essendo rivolto verso il sole il vapore da lui prodotto fece tremolare la luce arancione del tramonto.


"E' giusto che soffrano. Mostri.".


Si voltò, diretto verso casa.


"Ora vi farò vedere io".


Un largo sorriso attraversò la faccia di Neville. Un sorriso sadico. Cominciò a camminare.


 


***


 


Tutti sul tetto stavano facendo tutto fuorché fare la guardia. Roland si mangiucchiava nervosamente le punte degli artigli, Devlin giocherellava con una pallina di neve e Orrin rompeva un piccolo strato di ghiaccio riducendo ogni singolo pezzetto in briciole. Avery dal canto suo se ne stava bene in disparte, rannicchiato in un angolo con le scapole schiacciate contro il muretto. Aveva rimesso le gambe al corpo, e si teneva le ginocchia con le braccia.


Le parole di Sanford l'avevano sconvolto. Per tutta una vita gli avevano detto che gli umani erano morti, che il loro giogo sui pokemon era finito, e invece adesso saltava fuori che ce n'era vivo ancora qualcuno. Con questo tutte le sue certezze erano crollate, e ora non era più sicuro di nulla. Continuava a pensare la stessa cosa: "Se qui fossi rimasto io invece di Lloyd o Finley adesso sarei stato preso". Lui dopo Augustine era il secondo designato per rimanere in quella casa mentre gli altri erano impegnati con la missione, ed era stata forse la provvidenza di Arceus a far sì che sopravvivesse ad entrambe.


Ripensandoci fece per ringraziare il dio, ma alla fine interruppe quel pensiero di gratitudine. "Dovrei ringraziare Arceus?" pensò sprezzante "Arceus forse nemmeno esiste, se è vero quel che ha detto Sanford.".


Ci hanno creato gli umani. Era questa la frase che aveva turbato di più Avery. Sanford, nel mezzo di tutta quella sua confessione, si era lasciato sfuggire anche questo. Nessuno sembrava averci fatto caso, ma Avery invece sì. Se ciò era vero allora i miti e le leggende su Arceus erano solo menzogne. Non esisteva nessun dio dei pokemon, come non esisteva un paradiso. Probabilmente non esisteva nulla di ultraterreno.


Gli umani per cosa li avevano creati? Per comodità ? Gli occorrevano nuovi servi dotati di poteri speciali che altrimenti non avrebbero trovato da nessuna parte? O l'avevano semplicemente fatto per divertimento, magari per testare tutto il loro potere e tutta la loro conoscenza? A queste domande non avrebbe mai avuto risposta. A meno che non l'avesse chiesto ad un umano stesso, ma avrebbe preferito evitare di trovarsi faccia a faccia con quelle creature spaventose.


Alla fine della fiera la faccenda era riassunta da una sola domanda: qual'era il senso dell'esistenza dei pokemon? Se era vero che erano stati creati dagli umani allora inizialmente non erano stati destinati ad assumere il dominio del mondo, e allora per cosa erano stati portati in vita? Perché quella razza dimenticata aveva deciso di dare vita ad un popolo multiforme come i pokemon, ben sapendo che grazie ai loro poteri essi avrebbero potuto soverchiarli facilmente? Anche questi quesiti sarebbero rimasti un mistero.


Quella che il Machop stava vivendo era una vera e propria crisi di identità . I pensieri più ricorrenti erano i classici che senso ha la mia vita? e cosa ci sarà  dopo?, i classici filosofeggiamenti che alla fine non approdavano a nulla di concreto.


Ma questi pensieri erano ben diversi da quelli classici che almeno una volta nella vita tutti ci avranno riflettuto. Queste idee erano spinte dalla disperazione, dalla consapevolezza che forse la propria vita non avrebbe mai avuto alcuna utilità  alla fine.


Avery oramai aveva cominciato a dubitare di tutto, cominciando la discesa in una pericolosa spirale. Dubitava delle sue azioni, e di tutto quello che aveva fatto nei suoi sette anni di vita vissuta. Dubitava di quello che stava facendo adesso, ovvero niente. Dubitava di quello che non stava facendo, ovvero fare la guarda dal tetto. Dubitava delle esperienze che aveva vissuto, come l'attacco nel bosco. Dubitava di quello che non aveva vissuto, come il rapimento dei suoi parenti. Dubitava dei suoi amici. Dubitava di Olston. Dubitava di Sanford. Dubitava della sua famiglia.


Una lacrima cominciò a scendere dall'occhio destro di Avery, ma il Machop se la asciugò rapidamente con il dorso della mano. Fu un gesto automatico, fatto quasi senza pensare. Solo dopo il pokemon si rese conto di quello che aveva fatto. "Perché mi sono asciugato la lacrima? Se la vita non ha senso tanto vale piangere. Anche restando seri non cambierà  nulla".


Eppure non versò una lacrima.


 


Stettero lì per chissà  quanto tempo ognuno a farsi i fatti propri quando sentirono un gran trambusto provenire dai piani inferiori. Solo allora si ricordarono del proprio dovere, e alcuni si sporsero dalla balaustra del tetto, guardando se magari stava arrivando qualcuno. Non vedendo nessuno Roland aprì la botola che portava alla soffitta e scese giù, andando a vedere cosa stava succedendo.


Gli altri rimasero in attesa per alcuni minuti, trepidanti. Avevano i nervi a fior di pelle, e la tensione era talmente spessa che si poteva tagliare con un Tritartigli. Era comprensibile date tutte le emozioni vissute negli ultimi giorni, e un altro fatto traumatico avrebbe probabilmente dato il colpo di grazia a tutti loro.


Quando, finalmente, la testa di Roland sporse di nuovo dalla botola, tutti gli si fecero attorno con gran nervosismo.


- Che sta succedendo? - gli chiese Orrin, ansioso come suo solito.


- Scendete giù tutti, presto!


- Perché, che succede?


- Sono tornati! Tohr, John e tutti gli altri, dicono di aver trovato una pista. Adesso venite, presto!


 


Tutti i membri della famiglia, trascurando le mansioni affidategli da Olston, si erano ammassati nel soggiorno. A causa delle dimensioni non proprio ridotte di alcuni di loro a malapena ci si entrava, al punto che le poltrone, le sedie e il tavolo erano stati accostati alla parete. Quando Avery entrò la stanza era percorsa da mormorii eccitati e da un vociare confuso. Tutto però si acquietò quando nella stanza entrò Olston, seguito dai pokemon che aveva precedentemente mandato in ricognizione sul monte e che adesso erano ritornati.


Avery e gli altri presero posto, aspettando che il Gabite parlasse. Come al suo solito Olston aveva un'espressione impeccabile, non lasciando trasparire alcuna emozione. Invece i pokemon dietro di lui erano visibilmente nervosi, Avery lo intuì dai vari tic che imperversavano.


Per assicurarsi una maggiore attenzione di quanta già  non ne avesse Olston si schiarì la voce, poi cominciò il suo discorso.


- Come potete vedere i nostri compagni sono tornati, e non a zampe vuote. Dicono di aver trovato una traccia, ma chi è più adatto a spiegare la situazione sono loro stessi. Avanti, qualcuno parli.


Tra tutti nessuno si fece avanti. Olston inarcò leggermente un sopracciglio a far intendere che la sua pazienta si sarebbe esaurita in fretta, e qualcuno spinse in avanti il povero Mike. Mike, un timido Heliolisk, sicuramente non era la persona più adatta per intavolare un discorso, ma Olston a questo non sembrava importare più di tanto, voleva solo che qualcuno spiegasse i fatti.


- Ecco... - cominciò Mike col suo solito fare tentennante - Alla fin fine non è stato difficile... - disse, spostando lo sguardo in basso e prendendo a giocherellare con le dita delle zampe - Non ci abbiamo messo molto a trovare la traccia, una volta usciti di qui... Era chiara, e sembrava anche abbastanza fresca, era lì da non più di tre giorni...


Un'occhiataccia di Olston folgorò Mike, mentre questi gli ordinava non verbalmente di stringere. L'Heliolisk sussultò, e distolse lo sguardo ancor di più.


- Insomma, alla fine... siamo arrivati al lago Benan Rahm... e... e...


- E cosa? Vai avanti! - urlò qualcuno dalla folla.


- L-l'abbiamo visto...


- Avete visto chi? - chiese qualcun'altro.


- Abbiamo visto... abbiamo visto l'umano.



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CAPITOLO 14


Ultimo atto



- Forza, sbrigatevi con quei legacci!


La voce di Irving si era fatta roca dal troppo tempo che aveva passato inerte, e ancora ciò alle orecchie di Lloyd suonava strano. Gli sembrava di non sentire di nuovo le voci dei suoi compagni da mesi, forse anche anni. Eppure sapeva che al massimo poteva essere trascorso qualche giorno, altrimenti sarebbero morti per la mancanza di cibo.


Alla fine tutti si erano svegliati. Perfino Gregory, addormentato da tempo immemore, aveva riacquistato i sensi e aveva preso a farsi slegare, pur bestemmiando sonoramente ogni volta che gli venivano toccati il braccio o la gamba rotti. Per quanto riguarda gli altri Nellie, una volta liberatasi, aveva prima sciolto le corde che bloccavano il Deino per poi passare a quelle di chi si svegliava. In sequenza erano stati Finley, Gregory ed infine Irving, il quale adesso era alle prese con Nellie nel tentativo di farsi slegare.


Non senza difficoltà  Nellie riuscì a tranciare le ultime costrizioni del Sableye, e furono tutti liberi. Spinsero i legacci tagliati al centro della stanza e, per fare un po' di luce, Nellie provò a soffiarvi sopra un po' di fuoco. La fiamma attecchì, e una volta costatato che le corde erano fatte di un materiale infiammabile per quanto a loro sconosciuto riuscirono a fare un piccolo fuocherello.


Nonostante fosse un tipo Buio Lloyd provò una sensazione più che piacevole quando l'ambiente fu rischiarato, anche se di poco, dalla fiamma del piccolo falò. Non si ritrasse quando la luce gli lambì gli occhi causandogli un pizzico di dolore a causa della troppa assenza in precedenza, e non lo fece nemmeno quando il calore gli scaldò la pelliccia. Poi se si aggiunge il fatto che non riusciva a vedere così chiaramente da molto, troppo tempo allora era intenzionato a restare lì sempre più a lungo.


Ma, si sa, oziare non era certo il modo migliore di agire in quel momento. Lloyd si stava crogiolando in quelle piacevoli sensazioni di dolce far niente quando la voce di Irving lo fece riscuotere. Quando aprì gli occhi vide che anche gli altri avevano sobbalzato, segno che probabilmente stavano facendo come lui.


- Forza, non possiamo restare qui. - disse il Sableye con voce ferma - Ce ne dobbiamo andare.


Pur sapendo che Irving aveva ragione, inizialmente Lloyd non fu molto incline a lasciare quel posticino confortevole. Ma ci pensò il Sableye a convincerlo a farlo muovere.


- Se l'umano scopre che ci siamo liberati saranno c*zzi amari. Dobbiamo filarcela subito, immediatamente.


A quelle parole la compagnia si scosse nuovamente, e immediatamente tutti si mobilitarono. Finley si precipitò a sostenere Gregory il quale stava cercando di alzarsi. Irving lo aiutò di malavoglia, mentre Nellie spegneva il fuocherello pestandolo con la zampa.


Lloyd invece andò ad esaminare la porta. La tastò col palmo di una zampa tanto per scoprire di che materiale era fatta. "Legno" pensò "E anche parecchio vecchio. Forse con una carica forte la potrei buttare giù". Nonostante tutte le ferite e gli acciacchi vari si sentiva in grado di farlo.


Si portò leggermente indietro al fine di prendere la rincorsa. La zampa posteriore gli dolette un po' nel punto in cui era stato ferito quando si mise in posizione, ma strinse i denti e si concentrò. Partì di gran carriera e sferrò una sonora testata contro il legno secco. Si sentì un gran scricchiolio, ma la porta rimase ben fissata ai cardini.


Lloyd si portò di nuovo indietro e caricò una seconda volta. Le viti che tenevano fissato il cardine superiori saltarono e quello perse di aderenza, mentre varie crepe cominciarono a farsi strada attraverso la superficie. Ma la porta resistette ancora. "Non vuoi romperti, eh?".


Questa volta, quando indietreggiò, chiamò a raccolta tutte le forze che gli rimanevano, sia fisiche che mentali. Era ancora troppo debole per usare una mossa, ma si sentiva in grado di compiere quel lavoro solo con l'ausilio delle proprie capacità  fisiche.


Inspirò ed espirò profondamente, chiudendo gli occhi. Lasciò che tutti i pensieri, sia negativi che positivi, scivolassero fuori dalla sua mente; doveva essere concentrato se voleva riuscire. Quando fu certo che la sua mente si fosse svuotata riaprì gli occhi tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, diretto contro la porta.


Ripartì di nuovo all'improvviso, e questa volta il lavoro diede i suoi frutti. La porta si spaccò a metà , e una marea di schegge riempì sia lui che gli altri. Irving si parò il viso con l'unica mano libera e Gregory bestemmiò di nuovo, mentre gli altri si limitarono a voltare la testa. In ogni caso non ci furono incidenti e quanto restava della porta si aprì cigolando, da sola.


 


Il Deino si passò una zampa sulla fronte, scrollandosi di dosso il sudore che gli si era formato nel frattempo. Finley, leggermente preoccupato per le condizioni dell'amico, affidò temporaneamente Gregory ad Irving e gli si avvicinò con l'intenzione di accertarsi della sua incolumità . Una volta ripresosi il Rufflet aveva capito subito la gravità  della sua situazione solamente guardandolo: era pieno di lividi e con addosso qualche macchia di sangue ancora fresco, che sicuramente era il suo. In fondo per Finley era stato più che lecito preoccuparsi per l'amico.


- Uff, che fatica - sentì che sbuffava.


- Tutto bene? - gli chiese.


- Sì, benissimo - fece l'altro sorridendo, anche se a Finley parve piuttosto forzato. Probabilmente stava cercando di nascondere la sua sofferenza.


- Sicuro?


- Certamente Fin. Senti, so che ti posso sembrare conciato male, ma ti assicuro che non è così grave come sembra. Credimi. - lo rassicurò, mettendogli pure una zampa sulla spalla e guardandolo negli occhi - Io non ti mentirei mai.


Finley fu un po' più sereno dopo queste parole, anche se gli occhi dell'amico lo inquietarono inspiegabilmente. Era già  da un po' che non lo guardava bene, e nonostante i suoi occhi l'avessero messo in allarme ancora non aveva notato un cambiamento. Un cambiamento che in seguito sarebbe stato determinante.


- Certo che ti credo, come potrei non fidarmi di te?


- Grazie Fin.


- Di nulla, figurati.


Il Deino si allontanò un attimo ed andò a parlare con Nellie. Conversò con lei per alcuni attimi e questa rise di gusto alla fine dell'ultima frase di Lloyd. Forse anche con troppo gusto. Non seppe bene perché ma Finley provò una punta d'invidia. A lui non era mai riuscito di far ridere così Nellie, mentre a Lloyd era bastata una parola. Ma scacciò immediatamente quei pensieri maligni quando Irving lo richiamò.


- Allora Finley, vuoi lasciarmi a sorreggere questo coso da solo?!


- Coso a chi!?! - chiese stizzito Gregory, il quale sembrava voler sfogare la sua aggressività  rimasta sopita per troppo tempo.


Mentre riprendeva il proprio posto a sostenere il Dewott Finley spostò un attimo lo sguardo sulla porta sfondata della stanza, e per un attimo vide Lloyd e Nellie che si apprestavano ad uscire. Stavano ancora parlando, e alla fine della frase lei rise di nuovo. Il Rufflet notò anche che stava leggermente arrossendo. Era diventato bravo a riconoscere le tonalità  dei colori, per cui si accorse immediatamente del cambiamento nel manto dell'amica.


"Possibile che...? No, non lo farebbe mai." pensò, almeno prima di sentire l'ultima frase di Nellie.


- Lloyd, tu sei una delle persone più fantastiche che abbia mai conosciuto.


Quando uscì dalla stanza Finley fu sicuro di una cosa: Lloyd stava cercando di soffiargli Nellie, e questo non gliel'avrebbe mai perdonato se fossero usciti vivi di lì.


 


***


 


Arrivò dopo non molto in vista della casa e si diresse immediatamente verso il capanno. Aprì la malandata porta e si fece luce con un accendino. "*censura*, questo buco non me lo ricordavo così buio" pensò Neville "Era da un po' che non ci ritornavo qui. Chissà  se gli attrezzi sono ancora utilizzabili.".


Si chinò a terra, e mentre con una mano reggeva la piccola fiammella per farsi luce con l'altra rovistava in mezzo agli attrezzi vari abbandonati a terra. "Eppure mi ricordavo di averla messa qui" pensò tra sé e sé innervosito.


Poi la sua mano toccò il solido manico, al cui contatto Neville fu sicuro del suo successo. La tirò fuori subito dal mucchio di attrezzi alla rinfusa e la eresse per dritto in tutta la sua altezza. Era una vanga abbastanza vecchia anche se portava bene i suoi anni, se si tralasciavano le venature di ruggine che attraversavano la sua parte in ferro. Il manico si era un po' ritorto a causa dei lunghi anni a languire in una posizione in cui non era previsto che fosse riposta (il capanno di Neville era veramente piccolo, tanto che a malapena ci sarebbe stato lungo disteso), ma sembrava reggere.


"Proprio quello che fa al caso mio".


Si avviò verso la casa.


 


***


 


Le parole di Mike non fecero che dare conferma al racconto che Sanford aveva fatto qualche ora prima. Allora Sanford non aveva mentito, forse in preda al delirio e al dolore per aver perso una figlia, ma se allora l'intera storia era vera allora...


"Se Sanford e Olston avessero detto allora che c'erano umani sopravvissuti oggi non saremmo a questo punto.". Fu questo il primo pensiero formulato da Avery, ma si guardò bene dal palesarlo, anche solo con un'espressione facciale. Olston infatti in quel momento non dava l'idea di uno tranquillo e di Sanford, nonostante non fosse presente in quella stanza, si sentiva ancora la sua opprimente presenza.


Molti, nonostante si potessero aspettare quelle parole, rimasero impietriti dall'ultima affermazione dell'Heliolisk. Qualcuno sbarrò gli occhi, qualcun'altro aprì la bocca, qualcun'altro ancora si lasciò sfuggire dei gemiti di preoccupazione. Dopo di ciò scese il silenzio e l'atmosfera si fece sin troppo pesante. Insomma, l'aria non era delle più allegre.


Olston però, nonostante fosse visibilmente nervoso, essendo stato informato in precedenza di tutta quella storia non cambiò più di tanto stato d'animo a risentirla. Anzi, parve farsi ancora più risoluto di quanto non fosse già  stato.


- La situazione mi sembra chiara - esordì alla fine - Fin troppo.


Sulla fronte del Gabite era fin troppo visibile una vena che pulsava, mentre la Pietrastante che portava al collo tintinnava al contatto col petto del pokemon, il quale dondolava leggermente avanti e indietro. Tutti sintomi dello stress, nessuno aveva dubbi.


- Partiremo stanotte stessa. Le tenebre ci copriranno nel caso quel bast*rdo sia in giro, e forse avremo anche l'effetto sorpresa. Non intendo perdere altri di voi.


Durante l'ultima frase un tic si manifestò sul suo occhio destro, il quale non sapeva più se richiudersi o rimanere aperto. Olston se ne accorse, e per contrastarlo decise di continuare a parlare.


- Immagino che Sanford vi abbia detto tutto. Avremmo dovuto dirlo ben prima, lo sappiamo, siamo tutti della stessa famiglia. Ma vedete, certe cose sono talmente intime da non poter essere dette a nessuno, nemmeno sotto tortura. E quando si cede alla tortura... vuol dire che è venuto a mancare qualcosa. - .


Sospirò dopo aver finito di parlare. Alcuni della folla fecero per chiedere qualcosa, ma Olston li zittì alzando una delle zampe artigliate.


- Niente domande, per favore. Posso capire quanto sia dura per voi, ma provate a calarvi nella mia parte e immaginate quanto lo sia per me.


In effetti, realizzò Avery, era veramente provato da tutta quella situazione. Pareva essersi fatto un po' più magro, e gli erano comparse anche un bel paio di occhiaie. Il suo naturale colore viola poi non appariva più così lucido come prima.


Sospirò, non di frustrazione ma di stanchezza questa volta. - Da adesso fino al calare del sole riposatevi, perché questa forse sarà  la notte più lunga della vostra vita.


Avery pensò che probabilmente aveva ragione.


- Metteremo la parola fine a questa storia, stanotte. Chiunque provi a torcere anche solo un pelo ai membri della famiglia la dovrà  pagare, indifferentemente dalla sua razza. Umano o pokemon non mi importa, chiunque si opporrà  a noi soccomberà .


Ma Avery intuì che dietro a questo c'era molto di più. Quella notte finiva un'epoca, finiva un'era, finiva un ciclo. Quella notte i pokemon sarebbero veramente diventati l'unica razza esistente sull'intero pianeta.


 


***


 


Esplorarono immediatamente il luogo su cui uscirono una volta fuori dalla loro stanza-prigione. La luce era molto intensa, almeno per loro rimasti al buio per chissà  quanto tempo, e fu per questo inizialmente faticarono a mettere una zampa davanti all'altra. Ma alla fine riuscirono a farci l'abitudine, e cominciarono l'agognata fuga verso la libertà . Di nuovo.


Rimasero in silenzio per un po', timorosi di cosa potesse succedere se l'umano li avesse sentiti. Nessuno, sorprendentemente nemmeno Lloyd, sembrò dare peso al fatto che per abbattere la porta era stato provocato un gran baccano. A Lloyd quell'attesa sembrò durare secoli, e alla fine si decisero ad avanzare non sentendo nessun rumore.


Erano sbucati in un corridoio non lunghissimo, anche se dalle molte porte. Per sicurezza decisero di ispezionare ogni stanza al fine di accertarsi di dove fosse l'umano e magari anche per metterlo fuorigioco, ma non trovarono nessuno. La maggior parte dei locali si rivelò molto poco interessante. Uno era un bagno, altre erano delle camere da letto.


In una delle stanze si erano affacciati ad una finestra, ed avevano appurato di trovarsi in una casa a due livelli. Non era molto dissimile dalla loro, forse più piccola e con molte stanze in meno. Avevano poi guardato il panorama, e Finley aveva riconosciuto i luoghi che aveva visto nel suo "volo di ricognizione" di qualche tempo prima. "Per Arceus, chissà  quanto tempo sarà  passato..." pensò Lloyd tra sé e sé.


A quel punto decisero di scendere le scale. Attenti a non fare il minimo rumore, nonostante avessero già  scoperto che almeno al piano superiore non c'era nessuno, cominciarono la lenta discesa verso il locale inferiore. Sobbalzavano ad ogni scricchiolio prodotto dai vecchi gradini di legno, ma riuscirono a non perdere mai la calma. Gregory cercò di reggersi come poteva alla ringhiera di ferro al lato della scalinata che dava sul vuoto, ma venne sempre aiutato da Irving e Finley. Ciò li rallentava non poco, e fu per questo che si ritrovarono gli ultimi della combriccola. Nellie stava in mezzo al gruppo, mentre Lloyd lo apriva andando in avanscoperta.


Nonostante tutte le difficoltà  arrivarono incolumi alla meta, e presero ad esplorare il resto della casa il più silenziosamente possibile. Videro un ripostiglio, un salotto e quella che sembrava essere una cucina, anche se alcuni strumenti ivi riposti erano ignoti al gruppo dei pokemon. Quello che attirò di più la loro attenzione fu una specie di vaso di vetro, sul fondo del quale erano posizionate due lame che sembravano anche piuttosto affilate.


Ma non persero ulteriore tempo. In nessuna delle stanze avevano trovato l'umano, e ciò poteva essere sia un bene che un male. Da un lato il nemico era assente, lasciandogli così la strada spianata per la loro fuga e il ritorno a casa. Dall'altro però la sua mancanza era qualcosa di davvero strano, e non avevano la minima idea di dove potesse essere. E se stesse proprio tendendo loro una trappola? Si erano di nuovo liberati per nulla?


Rimase così una sola stanza da verificare. La sua porta era chiusa, e per questo Irving per sicurezza accostò l'orecchio per sentire se dentro c'era qualcuno. Il Sableye aveva sempre avuto un udito piuttosto sensibile, e aveva ripetuto tale procedura ogni qualvolta dovevano entrare in una stanza. Quando si rimise in piedi scosse la testa, segno che dentro probabilmente non c'era nessuno. Ma per sicurezza vollero guardare lo stesso.


Fu sempre Irving ad aprire la porta, la quale si scostò con un cigolio inquietante poco adatto alla situazione che fece venire un brivido freddo a tutti. Il Sableye si azzardò ad entrare, e si guardò attorno con aria incredula. I diamanti sgranati tradivano le sue emozioni, e la sua bocca aperta lasciava supporre che fosse rimasto veramente colpito dall'ambiente in cui erano capitati.


Era davvero simile, se non quasi identico, alla biblioteca di Irving alla loro casa. Interi scaffali ricolmi di libri accolsero i pokemon, mentre Irving si era già  precipitato ad esaminare quello più vicino. Lloyd capì al volo che quella cosa non sarebbe finita bene se avessero perso tempo, e per questo cercò di fermare Irving. Quello però lo scacciò con un gesto irato della mano.


- E' da troppo tempo che non vedo un libro. Datemi due minuti. - e prese quello più vicino, un piccolo libricino dalla copertina marrone.


"No, no, questo non doveva accadere".


Lloyd si ritirò immediatamente a parlare con gli altri del gruppo. Sapevano della passione smisurata per i libri di Irving, ma non pensavano che fosse grande al punto da impedire a loro la fuga. Forse i libri per lui erano come una droga, e senza poterli leggere era entrato in crisi d'astinenza. In effetti negli ultimi tempi, forse complice anche il nervosismo, il Sableye era stato molto più sboccato e volgare di quanto già  non fosse. Forse questi sintomi si potevano ricondurre al fatto che non potesse leggere e che cercasse qualcosa con cui sfogarsi.


Ma crisi d'astinenza o no il gruppetto concordò che non si sarebbe fatto ricatturare per uno stupido libro, così si diressero tutti verso il loro compagno, che nel frattempo sembrava aver già  finito il libricino. Non era molto grosso in effetti, superava di poco il diametro del palmo della mano di Irving, e non sembrava avere molte pagine.


- Senti, Irving... - esordì Nellie.


- Voi - cominciò, senza curarsi delle parole della Torchic - non potete nemmeno immaginare cosa c'è qui dentro. - fece aprendo il libricino - Guardate la scrittura.


Nonostante avessero altro di meglio da fare la curiosità  ebbe il sopravvento, e una sbirciata alle pagine se la permisero tutti. Era simile ad uno qualsiasi dei loro libri, soprattutto la scrittura, ma non era la stessa. Le lettere erano infatti più piccole e nessuna presentava il cerchio centrale con il pallino di ogni fonema dell'alfabeto Unown, come nessuna possedeva i ghirigori caratteristici della loro scrittura. Eppure alcune sembravano così simili, se non uguali.


- Vedete la struttura?


- Si Irving, la vediamo - rispose Nellie con fare leggermente stizzito - Però...


- Vedete com'è simile?


- Sì, in effetti è simile alla nostra...


- Sapete cosa vuol dire? Che la nostra scrittura è derivata da quella umana, perché si tratta senz'altro di scrittura umana. Penso di poterla tradurre.


Le ultime parole del Sableye lasciarono stupefatti gli altri. Non era mai accaduto che un libro umano fosse tradotto nella loro lingua, poiché la maggior parte erano stati distrutti assieme a chi li aveva scritti. Nessuno fece caso all'aprirsi di una porta non troppo lontano dalla stanza in cui erano.


- Credo che... - ma Irving non riuscì a finire la frase, sgranando i diamanti e guardando alla porta.


Lloyd e Nellie davano le spalle all'entrata, per cui non videro quello che accadde. Ci fu un rumore sordo, come di impatto, seguito da un tonfo come di qualcosa che cade a terra. I due si girarono e si sentirono morire.


In piedi sullo stipite stava l'umano sorridente, con un grosso aggeggio di ferro stretto tra le mani. Gregory giaceva a terra, gli occhi chiusi e gli arti abbandonati una strana posizione, del sangue gli colava da dietro la nuca.


- Vi siete liberati, eh? - disse l'uomo, e rivolse uno sguardo a Finley.


Quello tentò subito di scappare nonostante fosse rimasto piuttosto scosso dall'accaduto. L'uomo però fu più veloce, e con un violento colpo del suo attrezzo fece letteralmente volare il povero Finley contro la parete più vicina. Il Rufflet si schiantò contro il muro e ricadde a terra, giacendo poi immobile. Fatto questo l'umano entrò dentro la stanza, deciso a colpire anche gli altri.


Gli altri in qualche modo seppero ricacciare il raccapriccio e lo smarrimento iniziale, reagendo prontamente. Lloyd si scansò a destra e Nellie a sinistra, puntando tutti e due verso la porta. Irving invece rimase impietrito sul posto, lasciando cadere il libricino a terra e prendendo a tremare.


Il Deino e la Torchic mentre correvano non si voltarono, ma sentirono benissimo un altro colpo provenire da dietro di loro. Anche Irving era andato. Lloyd non se ne accorse subito, ma mentre correva aveva preso a piangere.


Non sapendo dove andare fecero il giro del pian terreno, col solo risultato di ritrovarsi di nuovo l'umano davanti poco dopo.


- Presto, scappa! . urlò Lloyd alla compagna - Io penso a distrarlo!


Nellie entrò così in una stanza vicina, mentre Lloyd si piantò davanti all'umano digrignando i denti e con uno sguardo crudele per intimidirlo. Ma non funzionò, in quanto l'umano si limitò a scavalcarlo ed entrò nella stanza. Un breve urlo di Nellie, un rumore sordo e poi di nuovo silenzio.


Lloyd prese a correre di nuovo in preda al terrore, e senza nemmeno rendersene conto imboccò le scale e si diresse verso il piano superiore. Nella velocità  della sua corsa gli parve di udire una domanda provenire da dietro di lui.


- Lo sai... come siete nati voi?


Era la voce dell'umano. Lloyd non vi diede più di tanto peso ed entrò nella prima stanza che gli capitò. Si accucciò in un angolo e prese a piangere. Decisamente troppe emozioni per lui tutte assieme, e non ce l'aveva fatta a trattenersi. Mandò letteralmente affanculo tutte le precauzioni del caso e si lasciò andare alla disperazione più sfrenata.


- Voi pokemon intendo?


La voce dell'umano si era fatta più vicina. Stava salendo le scale.


- Bé - cominciò l'umano, mentre Lloyd sentì il rumore di una porta che si apriva - All'inizio eravate solo un gioco. Divertivate i bambini e loro si divertivano con voi, che stronz*ta.


Un rumore di chiusura. Evidentemente aveva guardato in un'altra stanza.


- Ma non eravate reali, no. Solo dati, animazioni, fattori casuali dentro ad un insulso schermo. E finché restaste lì fu tutto tranquillo.


Un'altra porta, solo più vicina della precedente, venne aperta.


- Poi a qualche idiota venne in mente di tirarvi fuori. Era diventato ossessionato da voi e diventò pazzo a forza di trovare un modo, ma alla fine ce la fece. Un idiota davvero.


La porta si richiuse.


- Per un po' andò tutto bene.


L'ultima porta si aprì, e stavolta Lloyd sentì una folata d'aria investirgli la faccia.


- E poi il resto credo che lo sappiate.


Se Lloyd avesse aperto gli occhi lacrimosi avrebbe visto che l'umano sorrideva. A sentirsi la voce in faccia socchiuse leggermente le palpebre, quel tanto che gli permise di vedere qualcosa sfrecciare velocissimo contro di lui. Un violento colpo in faccia, un'esplosione di dolore e poi si fece tutto buio.


 


***


 


Neville si sedette su una sedia accanto al tavolo di cucina. Si dovette aiutare con la mano appoggiandola sul tavolo, aveva faticato davvero tanto a riacciuffare i mostri prima e a rinchiuderli di nuovo poi. Si sentiva spossato, aveva bisogno di bere qualcosa.


Quando aprì il frigorifero con la mano sinistra non fece caso al dolore che provava a quel braccio, né al fastidio nel respirare mentre si sedeva di nuovo con qualcosa di fresco in mano.


Mentre sorseggiava il suo premio sentì una fitta al cuore. Posò la lattina e fece per prendere un'altra pillola, ma un'altra fitta molto più forte lo fece desistere. Si portò una mano al petto e cercò di respirare profondamente. Era solo una crisi passeggera, ne aveva già  avute in passato.


"Devo sciacquarmi la faccia" pensò, e si diresse verso il lavabo. Si aiutò con le mani reggendosi ai mobili.


Solo che il peggio accadde proprio allora. Stava per arrivare al lavandino, quando gli sembrò di non saper più respirare. Boccheggiò e si strinse la mano al petto, sentendo che qualcosa non andava. Sentiva che qualcosa che avrebbe dovuto funzionare aveva smesso improvvisamente. Tutte le sue paure si concretizzarono quando perse l'equilibrio, e cercò qualcosa con cui tenersi in piedi.


Non funzionò. Tutto il mondo sembrò vorticargli attorno, e Neville si ritrovò a guardare il soffitto. Il rumore del barattolino con le pillole che gli rotolava vicino lo fece riprendere un po', e provò ad afferrarlo con la mano. Solo che nessuna mano si mosse per questo.


"Non..." pensò terrorizzato "Non riesco a muovermi...".



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CAPITOLO 15


La fine di tutto



"Ho caldo.".


Lloyd riusciva a pensare solo a questo, e ogni qualvolta provava a cambiare discorso subito la sua mente lo rimetteva su quell'indirizzo, talvolta anche in modo non proprio delicato. Provava una calura insostenibile e si sentiva oppresso, quasi come se fosse schiacciato da qualcosa di vivo e pulsante. Eppure attorno a lui non si scorgeva niente e nessuno, solo un tetro paesaggio nero come la pece.


Almeno pensava di non vedere niente, perché forse era proprio lui a volere così. In realtà  sapeva benissimo cosa avrebbe visto se solo si fosse sforzato, ma era proprio questo il punto: non lo voleva fare. Aveva ripensato anche troppo a quella maledetta cosa, gli metteva un'ansia spaventosa addosso della quale non riusciva più a liberarsi. E sentiva che in quel momento ripensarci era la cosa meno indicata da fare.


Ma era più forte di lui, più tentava di ignorarla e più quella tornava prepotente dagli angoli più remoti della sua mente. Era fin troppo allettante col suo strano ma piacevole calore, col suo colore scuro che non faceva male agli occhi e con quel suo pulsare sgraziato eppure ritmico. Più si intimava di resistere e più acquisiva consapevolezza che avrebbe ceduto di lì a poco.


"Fanc*lo" pensò frustrato da quel continuo tira e molla "Tanto vale che la guardi e la faccia finita. Poi non ne voglio più sapere niente!".


Così volse lo sguardo dove lo strano muro si era sempre trovato. E infatti eccolo lì, sempre occupato ad emettere quel calore alieno e a pulsare vistosamente. A Lloyd questa volta sembrò molto più intensa delle precedenti, come se da un momento all'altro la parete si dovesse squarciare. E a giudicare dall'inclinazione che assumeva ogni qualvolta che "bussavano" non doveva mancare molto alla sua rottura.


Il Deino avvertì quasi subito il suo richiamo. Nonostante sentisse un minimo della sua influenza già  prima adesso che ne riconosceva la presenza era diventato un peso quasi insostenibile. La sua volontà  gli diceva di resistere a quel richiamo ingannatore - perché sicuramente cedere avrebbe significato pagare un prezzo altissimo - ma qualcos'altro lo spingeva verso quel calore. Lloyd non riusciva a capire cosa fosse quella forza che lo stava pian piano divorando, ma ne aveva paura. Molta paura.


L'invocazione non aveva né parole né suoni, ma Lloyd la sentì benissimo quando arrivò. Si sentiva assediato da tutti i lati, oppresso da quel moto invasore che mirava a fargli perdere il controllo di sé stesso, ed era una sensazione orribile e molto piacevole al tempo stesso. Da una parte infatti sentiva la morsa del gelo che quella trappola gli avrebbe potuto riservare, mentre dall'altra avvertiva quell'insidioso caldo. Non sapeva di chi fidarsi, di sé stesso oppure della tentazione.


Questa battaglia psicologica durò per quelli che a Lloyd sembrarono anni. Era dilaniato dal dubbio. Se avesse ceduto quali conseguenze ci sarebbero state? E se invece avesse resistito cosa si sarebbe perso? Era meglio agire in un modo o in un altro? A queste domande non riusciva a trovare risposta, e ogni volta che pensava di aver trovato la soluzione ritornava la tentazione a stroncare ogni certezza.


"Cosa devo fare?" si domandava disperato "Cosa devo fare? Non lo so, non lo so. Accettare o rifiutare? Si tratta solo di questo, sarebbe anche una scelta facile. Seh, magari.".


Alla fine della fiera i suoi pensieri risultarono piuttosto ridondanti, senza approdare a nulla di concreto. Continuava a ripetersi le solite due o tre frasi, e alla fine anche lui si stancò di quella specie di farsa auto creata. La verità  era una sola, e sarebbe stata visibile anche ad un cieco: stava per cedere, e qualcosa gli diceva che doveva. Sentiva che quello che stava per fare era sbagliato, terribilmente sbagliato, ma non riuscì a resistere oltre.


Alla fine il Deino dovette riconoscere la sconfitta, e si lasciò andare. Chiuse gli occhi e cominciò a camminare verso il muro. Il tragitto sembrò durare interi eoni, ma alla fine giunse di fronte ai blocchi di pietra. La osservò meglio: non sembrava avere inizio né fine, e si estendeva senza limiti in quel paesaggio tetro.


Gli basto poggiarvi sopra una zampa che le pietre cominciarono a cadere. La muraglia finalmente crollò, e ciò che vi si trovava oltre si riversò verso di lui. Sentì il suo corpo essere avvolto da una marea di sensazioni indefinibili e oltre ogni immaginazione.


Avvertì una vampata di fuoco e di energia senza precedenti. Non aveva mai sperimentato nulla di simile, quasi si spaventò. Ma immediatamente arrivò il calore tanto millantato in precedenza, e anche di più. Sentì di starsi fondendo col fuoco e che il suo sangue fosse sostituito come da lava liquida tanto lo sentiva ribollire. La testa prese a pulsargli, e tutti i muscoli del proprio corpo si contrassero. Respirò a scatti, e quando tentò di aprire gli occhi non vide nulla.


Capì troppo tardi di aver preso del tutto il controllo di sé stesso.


 


***


 


Non riusciva più a muoversi, e a malapena formulava qualche pensiero sconnesso. I suoi occhi erano spalancati e gli facevano male, ma non riusciva a chiuderli. Tutti i muscoli erano contratti e sentiva di star leggermente tremando, ma per quanto ci stesse provando non poteva fare nulla per impedirlo.


Rimase a fissare il soffitto sopra di lui per un tempo indefinito. Mentre rimaneva immobile dentro Neville era in corso una lotta: da una parte lui, che lottava per riacquisire il controllo di sé stesso seppur debolmente, e dall'altra... qualsiasi cosa ci fosse. Neville non aveva idea di quel che era successo, anche se gli pareva di aver letto in un libro di una cosa del genere molto tempo addietro.


Ma di una cosa era terribilmente certo: se si fosse lasciato sopraffare sarebbe sicuramente morto. Non sapeva da dove questa conclusione era arrivata, ma era come se fosse un presentimento. Non sarebbe stato di certo strano, con tutti i problemi fisici che aveva. Solo che non se l'era aspettato per quel momento. Non si era preparato, e il malore lo aveva colto totalmente alla sprovvista. E adesso rischiava di soccombere prima di aver portato a termine il proprio scopo.


"Non deve succedere!". Questo limpido pensiero fu uno dei pochi ad avere un senso formulato dalla mente di Neville in quel frangente critico. Risuonò forte come una campana in mezzo a tutta la confusione che dilagava, e sembrò che il suo eco dovesse presto dissolversi. Ma tanto fu sufficiente a dare all'uomo la forza per resistere. Era stato capace di realizzare in un pensiero l'obbiettivo della sua forza di volontà , così non si arrese.


Ogni tanto riusciva ad acquisire quel tanto di controllo da consentirgli di emettere un respiro o un gemito strozzato, anche se era perfettamente consapevole che nessuno sarebbe accorso in suo aiuto. L'aria dalla bocca passava a malapena, e i polmoni facevano uno sforzo disumano per pompare quel filo di ossigeno che gli aveva consentito di non morire per mancanza d'aria.


Finalmente, quando la lotta interiore durava già  da un bel po', riuscì ad avere temporaneamente la meglio e a guadagnare alcuni attimi di pausa. Quando avvertì la sua mano sinistra che si muoveva leggermente decise di provare a recuperare il barattolo delle pillole, il quale si trovava a non molta distanza dal suo arto.


Le dita si mossero dapprima con una lentezza opprimente, man mano con maggiore coordinazione e velocità . Con esse artigliò letteralmente le mattonelle del pavimento per trascinarsi dietro anche l'inerte braccio, e con molta fatica si portò a poca distanza dal barattolino. Giaceva aperto, e una pillola era rotolata non molto lontano. A Neville sembrava che ce ne fossero due, ma probabilmente la seconda si era persa chissà  dove.


Con uno sforzo inconcepibile anche a lui stesso riuscì pian piano prima ad avvicinarsi e poi a prendere la pillola. Quando sentì che la "cosa" stava riprendendo il sopravvento portò lentamente la mano alla bocca, e si lasciò scivolare la pillola in gola. Deglutì con molta fatica, e non poté far altro che aspettare.


Nel mentre dell'attesa gli sembrò di sentire una dolce melodia. Probabilmente erano i deliri partoriti dalla sua mente malandata, ma non potendo fare altrimenti l'ascoltò. La voce che l'intonava era celestiale, e lo invitava a lasciarsi andare al torpore che sentiva vicino. L'uomo fu quasi tentato di accettare, ma qualcosa dentro di lui gli consigliò di non farlo, e Neville gli diede ascolto. Gli sembrava fin troppo sospetta quella cosa, ed essendo sopravvissuto lui per molti anni in quel mondo selvaggio decise di fidarsi di sé stesso.


Capì di aver vinto, almeno per quel momento, quando riuscì a sollevare il braccio destro e a portarsi la mano alla faccia. Se la stropicciò, tentando di scacciare la stanchezza che lo attanagliava, e vi riuscì in parte.


Riuscì, non seppe nemmeno lui come, a rimettersi in piedi. Prima rotolò malamente su un fianco, poi muovendo le braccia e inarcando le gambe si creò dei solidi appoggi sul pavimento, attraverso i quali provò con successo a risollevarsi. Si sostenne al tavolo per tirarsi su, e quando ce l'ebbe fatta con una mano tremante si asciugò il sudore dalla fronte. Se la passò leggermente anche tra i capelli corti, e li sentì fradici.


Guardò la finestra e notò che era scesa da tempo l'oscurità , in quanto sembrava notte fonda. Si mise a respirare profondamente, e sedette su una sedia, prendendo a pensare. "M*rda, è già  passato tutto questo tempo. Era l'ultima pillola, l'altra chissà  dove c*zzo è finita. Oramai manca poco.".


Poi gli sembrò vedere dei movimenti al di fuori della finestra. Sospettoso, si portò di soppiatto alla finestra, e si sporse leggermente. Dapprima i suoi occhi faticarono ad abituarsi al buio, ma appena ci riuscì ecco la rivelazione. Gli sembrò di vedere delle sagome muoversi ad alcune decine di metri di distanza. Delle sagome mostruose. Ed erano dirette verso l'abitazione.


In quel momento capì che era finita. Si doveva sbrigare.


 


***


 


La casa era illuminata, ciò voleva dire che dentro vi era qualcuno. Solo al piano terra si intravedevano delle luci, mentre al piano superiore c'era solo buio. Ma anche con la luce nessuna figura si stagliava contro il vetro delle finestre.


- Restate immobili, e soprattutto allerta.


Gli ordini di Olston si erano limitati a questo, in attesa che desse il segnale per attaccare. Si erano appostati sul lato ovest della casa, al riparo di alcune rocce e piccoli cumuli di terra. Pensavano di essersi mossi abbastanza cautamente, e non credevano di essere stati visti da chicchessia, per cui si sentivano sicuri nelle loro postazioni. Però stavano costantemente sul chi vive, in attesa che il Gabite desse il via libera.


Avrey si trovava assieme ad Olston, John e Pearl, appostato dietro una collinetta. Tutti stavano scrutando intensamente la casa, cercando di captare il minimo segnale di vita, anche se fino a quel momento non avevano avuto molto successo. Pearl aveva congiunto le zampe a mo' di binocolo, nella vana speranza che ciò potesse agevolarle la vista.


Avevano corso per due ore buone, forse tre. Erano partiti appena era calata la sera, ed erano arrivati lì una decina di minuti prima. Quei venti chilometri erano indubbiamente stati i più lunghi delle loro vite, soprattutto per Avery. Non si era mai ritrovato a correre così, nemmeno durante lo scontro con la Banda di Kaiden. Era un'esperienza nuova, emozionante e al tempo stesso terrificante. Nessuno sembrava rendersene conto, ma probabilmente in quel preciso istante stavano tutti rischiando la propria vita. Di nuovo.


Restarono lì in attesa per minuti interi, forse anche ore. Olston continuava a scrutare la casa, risoluto ed imperturbabile al tempo stesso. Nessuno fiatava per paura di scatenare in lui una reazione del tutto inaspettata. Anche Sanford se ne stava zitto nella sua postazione. Nonostante ciò la tensione impregnava l'aria della propria nauseabonda presenza.


Finalmente, apparentemente senza che fosse successo nulla di particolare, Olston si alzò e con un cenno dell'artiglio sinistro indicò agli altri di avanzare piano. Allora tutti gli altri si alzarono, cominciando a dirigersi lentamente verso la casa, cercando di appiattirsi col terreno il più possibile. Mentre avanzava, Avery non poté fare a meno di gettare occhiate ai suoi compagni. Gli rimasero impresse soprattutto le loro espressioni, in alcuni risolute, in altri colleriche, in altri insicure, in altri imperturbabili. Il Machop si stupì della grande varietà  di volti che vide quella notte. Non aveva mai visto una cosa del genere, chissà  che quella nottata cruciale non gli riservasse ancora qualche sorpresa. Essendo ancora relativamente giovane doveva imparare a scoprire il mondo di lì a poco.


Arrivarono tutti a poco più di dieci metri dalla casa, Olston in testa. Sembravano quasi degli Stunfisk, tanto erano piatti. Anche chi aveva il ventre prominente cercava di farsi il più piccolo possibile, pur non avendo molto successo. Questo ad Avery riuscì meglio dato il suo fisico minuto da forma base.


Accadde all'improvviso. Un'esplosione, una sfera viola volò via, e al gruppo piovve addosso una marea di mattoni staccatisi dal tetto e pezzi di legno. Qualcuno si alzò in piedi, spaventato.


Subito dopo una seconda esplosione e un altra sfera viola sferzò l'aria, perdendosi chissà  dove nel cielo. Questa volta tutti si rimisero in piedi, ed osservarono stupefatti quello che stava accadendo. Altri mattoni caddero sul gruppo, e qualcuno venne colpito. Si udì un ruggito provenire dall'interno della casa, e ad Avery parve di riconoscere vagamente la voce che lo aveva emesso.


Ma il colpo fatale fu il terzo. Dopo un'altra esplosione metà  della casa crollò letteralmente addosso al gruppo. Qualcuno fu in grado di scansarsi o di fare un balzo e di atterrare al di fuori della portata dei detriti, frutto di anni di addestramento e pratica. Ma la maggior parte del gruppo, Avery compreso, non fu così fortunata.


Investiti in pieno da un fiume di travi e pietre, la maggior parte di loro scomparve sotto le macerie. Accadde tutto talmente in fretta che quasi nessuno ebbe il tempo di urlare. In men che non si dica Avery si ritrovò oppresso da un peso forse eccessivo per lui, trovandosi schiacciato sotto uno spesso strato di pietre e anche al di sotto di un pezzo di trave.


Per sua fortuna non era stato sommerso dai detriti più grossi. Non perse tempo. Nonostante ci avesse impiegato molta fatica alla fine che la fece a riemergere. Quando fu fuori per metà , fino alla vita, vide che non era il solo ad essersi parzialmente liberato. Olston erano già  quasi del tutto fuori, mentre John, Thor, Cirian, Ioseph e qualche d'un altro stavano lottando per uscire fuori dalle rovine.


Avery alzò per un attimo lo sguardo. La casa giaceva sventrata davanti a loro, come se fosse stata malamente tagliata in due. Si vedevano perfettamente gli interni delle stanze, con tutti i mobili, gli utensili e quant'altro. Ma era vuota.


All'improvviso l'aria fu squarciata dall'urlo di Olston.


- Laggiù!


Indicò una direzione con l'artiglio.


- E' là ! Sta scappando!


Molti, tra cui Avery, seguirono con lo sguardo la direzione indicata dal Gabite. E quando la vista si posò sulla cosa indicata il Machop e molti altri non poterono fare a meno di trasalire. Una figura alta e slanciata, seppur non di molto rispetto a loro e anche più minuta di corporatura, stava correndo via. O per meglio dire arrancando, anche se si trovava già  ad una considerevole distanza da loro.


- Presto, chi può venga con me! Augustine - si rivolse adesso alla Audino, appena liberatasi dalle macerie - Entra dentro e trova gli altri. Tutti gli altri, prendetelo!


 


***


 


- Hmm... ah...


Quando riprese i sensi Finley si sentì oppresso. Era come se stesse venendo schiacciato da qualcosa, e con quella poca energia che si ritrovava riuscì a far scivolare di lato quel qualcosa che gli stava sopra. La cosa scivolò come un sacco di patate sul fianco, giacendo immobile a terra.


Finley si portò un'ala alla testa. Gli faceva male, e non solo quella, e non era per niente una bella sensazione quella di svegliarsi e di sentirsi tutto dolorante. Appena si sfiorò il collo con una piuma ritrasse immediatamente l'arto, atterrito. Già  solo sfiorare il collo gli faceva male, figuriamoci.


- Ahia...


Appena sveglio si ricordò tutto. Rammentò degli ultimi momenti di "libertà ", quando l'umano aveva colpito Gregory alle spalle. Ricordò il corpo che cadeva malamente, e ricordò di aver provato a scappare. Il tentativo di fuga era stato seguito da un violento colpo alla schiena e dal muro che si avvicinava ad una velocità  vertiginosa. Poi il buio.


Curioso di sapere cosa lo stesse schiacciano il Rufflet gettò un occhiata alla sua destra, e si accorse che la cosa che lo opprimeva era il corpo di Gregory. Non aveva avuto la minima reazione ai suoi movimenti, e giaceva ancora immobile dove Finley l'aveva costretto a scivolare. Il Rufflet, preoccupato, si avvicinò al compagno per accertarsi delle sue condizioni.


- G-gregory?... T-utto bene?


Nessuna risposta. E soprattutto nessuna reazione di nessun tipo da parte del Dewott.


- Gregory?


Stavolta Finley si chinò verso il Dewott senza sapere nemmeno perché. Poi capì il motivo di quello che stava facendo, e avvicinò l'orecchio al petto del Dewott. Lo appoggiò nella parte sinistra, dove stava il cuore. Ma per quanto si sforzasse, il pokemon Aquilotto non riuscì a sentire nulla. Possibile che...


"N-no, non può essere..." pensò incredulo "C-ci deve essere per forza un errore... non può essere...".


E solo allora si accorse di Lloyd. Il suo migliore amico era in piedi nel lato opposto della stanza in cui si trovavano, e gli dava le spalle. Era perfettamente immobile sulle quattro zampe, e nulla sembrava turbarlo. Sembrava non respirare da quanto era apparentemente calmo, e a giudicare dalla postura doveva essere in quella posizione già  da un bel po'.


- L-lloyd?


Il Deino rimase immobile, e non diede nemmeno segno di aver sentito.


- Lloyd? Amico mio? Lloyd?


Lloyd questa volta sembrò aver sentito, e cominciò lentamente a girarsi. Finley sorrise di sollievo, almeno il suo amico stava bene.


Ma il sorriso gli morì presto sul becco. Notò subito che c'era qualcosa che non andava, lo capì dai movimenti stranamente meccanici, come se l'energia stesse venendo a stento repressa all'interno del corpo. In definitiva non sembra che si stesse movendo di volontà  propria, quasi fosse solamente un burattino nelle mani di un burattinaio alle prime armi.


Ebbe la conferma che c'era qualcosa di terribilmente sbagliato nell'amico quando vide la sua espressione: la bocca contorta in un orribile ghigno, il quale metteva in mostra tutti i suoi denti. Da un angolo del "sorriso" gli colava un rivolo di sangue, mentre i denti dovevano essere sottoposti ad una pressione fortissima visto il rumore stridente che producevano. I muscoli della faccia erano tutti contratti e sottoposti ad uno sforzo notevole a giudicare dal loro pulsare.


Gli occhi di Lloyd poi non c'erano nemmeno. La pupilla sembrava essere sparita, lasciando il posto solo al bianco del resto del bulbo. Erano ben evidenziate le venette rosse che lo attraversavano, dandogli un aspetto a dir poco spaventoso. Sembrava totalmente fuori di sé. E fu in quel momento che Finley capì.


"No, dimmi che non è vero, dimmi che non è vero, dimmi che non è...".


Lloyd non fece nulla, e la sua espressione non mutò minimamente. Era come se nessuno gli avesse parlato, e continuò a mantenere quel portamento inquietante. L'unica che fece fu quella di abbassare il capo per qualche strano motivo. Rivolse la testa in direzione di Finley, come fosse pronto per caricarlo, e prese a grugnire verso di lui. Prese a respirare regolarmente, anche se si sentiva che lo faceva con fatica. I suoni gutturali riecheggiavano nella stanza, e il suo respiro si condensava in nuvolette quasi come se fossero all'aperto.


- Lloyd?


Finley si avvicinò molto lentamente al Deino. Voleva verificare che fosse per davvero entrato nello Stato, ma non voleva stimolarlo a diventare distruttivo. Cercò di limitare i propri movimenti il più possibile, cercando di non essere né brusco né avventato.


- Lloyd? Stai bene?


Nessuna risposta. Allungò un'ala verso l'amico, nella speranza che il suo tocco lo potesse far rinsavire in qualche modo da quella strana condizione in cui era caduto. Sfiorò appena il ciuffo di pelo che andava a coprire il volto del Deino, e a giudicare dalla sua reazione fu un grossissimo errore.


Lloyd alzò bruscamente la testa ed eruppe in un violento ruggito, pregno di odio e di furore. Una cascatella di bava e sangue gli fuoriuscì dalla bocca assieme alla gutturale minaccia, conferendogli un aspetto ancora più grottesco. La fuoriuscita di liquidi imbrattò anche le piume di Finley, che si ritrasse disgustato ed impaurito.


"Per Arceus, è veramente nel Berserk.".


Ebbe appena il tempo di formulare quel pensiero che una sfera viola gli sfrecciò accanto, schiantandosi con fracasso contro la parete dietro di lui. Lloyd era stato talmente veloce ad attaccare che Finley nemmeno l'aveva visto. Una densa nube di polvere si sollevò da dove il Dragopulsar si era andato a schiantare, oscurando parzialmente la visuale tutt'intorno e coprendo Lloyd agli occhi di Finley.


La prima cosa che il pokemon Aquilotto fece fu cominciare a muoversi. Non doveva assolutamente restare fermo, altrimenti sarebbe stato un bersaglio troppo facile da colpire. Eppure riuscì ad evitare per un soffio un altro Dragopulsar che squarciò la nube dietro di lui. Lo evitò saltando di lato, e il fragore del colpo risuonò forte e chiaro davanti a lui seguito dal rumore di qualcosa che crollava.


Nonostante tutto Finley continuò a muoversi. Doveva assolutamente cercare di individuare Lloyd per fermarlo. Non voleva fargli del male, era pur sempre il suo migliore amico, anche se il suo essere nello Stato Berserk glie l'avrebbe reso molto difficile. Coloro i quali erano nello Stato non ragionavano più, abbandonandosi ad una furia cieca contro tutto e contro tutti, senza distinzioni. Per l'Aquilotto sarebbe stata un'impresa titanica tentare di farlo ragionare senza doverlo combattere.


Finley tese le orecchie. Lloyd si stava muovendo incredibilmente piano per essere nello Stato Berserk, dato che di solito coloro che vi erano avvinti non erano proprio silenziosi. Nonostante ciò non fece fatica ad individuare un rumore alle sue spalle. Si voltò di scatto e cominciò a sbattere le ali il più velocemente possibile e con quanta forza poteva.


"Scacciabruma" pensò. Se la mossa avesse avuto l'effetto sperato avrebbe avuto due conseguenze: il diradarsi della fastidiosa polvere e l'accecamento di Lloyd. Finley sperava così di poter prendere tempo, doveva assolutamente escogitare un piano al più presto.


Per sua fortuna entrambe le cose accaddero. La nube si diradò in un battibaleno, mentre il furente Lloyd grugniva infastidito chiudendo gli occhi e scuotendo selvaggiamente la testa per scacciare la polvere che lo stava impedendo.


Finley lo vide e non perse tempo. Si fiondò più velocemente che poteva verso l'amico, evitando con cura di venirci a contatto e aggirandolo, portandoglisi proprio alle spalle. Appena il Deino fu nella giusta posizione Finley si gettò contro la sua schiena, cingendogli le ali al collo e reggendosi con tutto il suo esiguo peso addosso a lui. Era stata una mossa istintiva, non programmata, ma Finley aveva deciso lo stesso di rischiare.


Lloyd non sembrò per nulla contento di ciò. Cominciò immediatamente a dimenarsi, sempre ad occhi chiusi, e a muoversi freneticamente per cercare di staccarselo di dosso. Si mosse alla cieca, andando a sbattere contro tutto ciò con cui poteva scontrarsi: prima il Deino cozzò contro un voluminoso soprammobile, mandandolo in mille pezzi, poi contro un mobile schiacciando anche un'ala a Finley.


Ma per sua fortuna il Deino cambiò quasi immediatamente direzione, schiantandosi contro il muro. Nonostante Finley fosse rimasto senza fiato a causa del violento urto non mollò la presa, anzi cercò di serrarla ancor di più.


Strinse i denti. Anche se avesse continuato a resistere non avrebbe potuto per molto, era palese che Lloyd aveva una forza superiore alla sua. Non doveva perdere ulteriore tempo, doveva assolutamente farsi venire un'idea per porre fine a tutto ciò. Ma non riuscì ad escogitare nulla, così fece la prima cosa che gli venne in mente.


- Lloyd! - urlò Finley direttamente nelle orecchie dell'amico - Lloyd, ascoltami!


Il Deino sembrò sordo, continuando il suo vagabondaggio furente.


- Lloyd, smettila! Non puoi ridurti così, devi riprendere il controllo! Ti prego!


Le sue invocazioni servirono a ben poco. Probabilmente il Deino nemmeno lo aveva sentito, forse a causa del completo blocco dei sensi dello Stato Berserk o forse per tutto il frastuono da lui stesso causato. Per contro sembrò farsi ancora più furente, prendendo a sbatacchiarsi malamente e mettendo ancor più in difficoltà  il malridotto Finley.


"Non ce la faccio più" pensò quello disperato. Oramai le forze gli stavano venendo meno, non sarebbe rimasto aggrappato ancora per molto. Le ali non avevano un appiglio solido e stava perdendo la presa, era solo questione di secondi prima del suo inevitabile crollo.


- Lloyd!


All'improvviso il Deino si fermò. Non perché fosse tutt'a un tratto uscito dal Berserk, bensì perché venne distratto da qualcos'altro. Dal richiamo che era stato appena lanciato per la precisione. A parlare non era stato Finley, ma il pokemon Aquilotto riconobbe comunque chi lo aveva fatto. A sentire la sua voce un respiro di sollievo gli venne spontaneo. Qualcuno era finalmente arrivato per salvarli.


- Lloyd.


Adesso che aveva attirato l'attenzione del Deino, Augustine aveva parlato con più calma. Si era ritrovata molte volte a che fare con soggetti simili, pensò Finley, e di certo sapeva cosa fare in un caso come quello. Forse lo poteva far rinsavire senza ricorrere necessariamente all'uso della forza, e sarebbe stata la cosa migliore che potesse accadere.


La Audino prese ad avvicinarsi lentamente a Lloyd. Tese cautamente una zampa verso di lui, come a rassicurarlo, nonostante dovesse essere perfettamente consapevole che sarebbe servito decisamente a poco.


- Lloyd - cominciò - Calmati. Siamo i tuoi amici. Non devi fare così, qui non hai nemici, qui siamo tutti dalla tua parte.


Il Deino sembrò effettivamente calmarsi un po'. Smise di grugnire, e abbassò il capo, lasciando che la frangia di pelo tornasse a coprirgli il volto.


- Bravo, Lloyd. Così, da bravo.


Augustine, vedendo che le sue parole sembravano aver sortito l'effetto sperato, tese la zampa verso il muso di Lloyd, prendendone delicatamente sul morbido palmo il mento. Ma a giudicare dalla sua reazione fu un grosso errore.


Lloyd alzò bruscamente la testa ed eruppe in un ruggito di puro furore. Augustine ritrasse la zampa di scatto e fece un balzo indietro, mentre Finley trovò in quel frangente il tempo di staccarsi dal collo dell'amico. L'Aquilotto si portò velocemente accanto alla Audino.


- Situazione? - chiese lei sbrigativa.


- Grave - rispose lui con voce roca - Molto grave.


I due furono costretti a separarsi quasi subito a causa di un altro attacco Dragopulsar da parte di Lloyd, che abbatté quel poco di struttura della stanza che la teneva ancora in piedi. Una pioggia di mattoni e ferro fuso si abbatté su di loro, e Finley sentì che alcune delle sue piume bruciavano. Si buttò a terra e si coprì con un'ala, sperando che tale gesto fosse di sufficiente protezione.


Se davvero lo fu lo dimostrò ben poco. Il Rufflet venne travolto da un grosso pezzo di intonaco, finendo lungo disteso per terra. Cercò quasi subito di rialzarsi, ignorando la polvere che gli era finita negli occhi e sorreggendosi faticosamente sulle punte delle ali. Gli fece parecchio male quel tentativo, e cosa ancora peggiore fallì miseramente facendolo ricadere nella stessa identica posizione di poco prima.


Mentre faceva un secondo tentativo di rimettersi in piedi vide di sfuggita il combattimento tra Lloyd e Augustine, i quali sembravano non essere stati colpiti dalle rovine come lui. La Audino riuscì ad evitare un altro Dragopulsar, rispondendo con Doppiasberla. Audino possedeva questa mossa relativamente debole per il suo lavoro da infermiera, e sovente la utilizzava per far rinsavire i malati quando questi dimostravano di avere un sonno pesante.


- Lloyd! - urlò, provando a farlo riprendere mentre lo colpiva - Lloyd, svegliati! Ti devi riprendere! Lloyd!


Ma non funzionò. Lloyd semplicemente scosse violentemente la testa e rispose con un possente ruggito. Augustine fece un balzo indietro, atterrando poco lontano da Finley. Questi cercò di farsi sentire, pensando di poterle dare una mano, ma riuscì ad emettere solo un flebile gemito.


Il pokemon Ascolto ripartì quasi subito con un attacco Sdoppiatore. A quanto pare aveva rinunciato ad usare le buone, passando infine alle cattive. L'attacco andò a segno e Augustine colpì Lloyd poco sotto la spalla, rimanendo anche lei ferita. Il Deino ruggì, furioso, e con tutta la forza che aveva morse la Audino nel piccolo incavo tra la testa e il collo. Lei gemette e provò a tirarsi indietro, ma Lloyd la tenne fermamente immobile stringendo ancor di più la sua morsa. Del sangue cominciò a colare da dove i denti affondavano nella carne.


In seguito Finley non ricordò bene cosa successe. Seppe solo di aver spiccato il volo e di essersi ritrovato a pochi attimi da loro mentre caricava un attacco Lacerazione sulla sua ala destra. Era stato un gesto più che istintivo, forse istigato dallo stato di difficoltà  della compagna. Si ricordò anche di aver chiuso gli occhi in quel momento, e l'atmosfera attorno a lui si era tramutata in un'accozzaglia di colori e macchie confuse.


 


***


 


Un'ondata di dolore alla mandibola fece in minima parte ridestare l'io cosciente di Lloyd.


- Che... che Giratina...


Si sentiva strano, molto strano. Si sentiva leggero, incorporeo, quasi come se non fosse stato costituito da carne e sangue ma da aria. Non aveva mai provato una cosa del genere, era la prima volta. Non vedeva nulla, ma sentiva di starsi muovendo. Non faceva nulla, ma sentiva di star combattendo. Non diceva nulla, ma sentiva di star ruggendo. Chissà , magari era quello che provavano le persone bloccate nello Stato Berserk senza possibilità  di uscirne.


Fu quel pensiero fugace che lo fece riprendere del tutto. "M*rda!" pensò "Il Berserk! Ecco cos'era che mi rompeva le palle! C*zzo, non devo mollare adesso".


Fu così che Lloyd lottò per riprendere il controllo di sé stesso. Si impiegò in questa battaglia anima e corpo (più anima visto che il corpo non lo poteva usare), e cercò di raccogliere tutte le proprie forze per sconfiggere quello stato fisico intruso che aveva soverchiato il suo volere.


Lottò e lottò, non fece altro che lottare, intensamente.


 


***


 


Il corpo di Lloyd ondeggiò paurosamente, mentre questi continuava a ruggire furioso. Aveva gli occhi chiusi, e si sbatacchiava alla cieca a destra e manca. Il colpo subito alla mandibola da Finley l'aveva fatto imbestialire, e mordeva facendo schioccare le fauci per tentare di contrattaccare.


Solo che la sua bocca non voleva saperne di chiudersi. La mandibola gli penzolava, inerte, e lui non era in grado di comandarla. La lingua giaceva penzoloni, e sentiva persino l'ugola ondeggiare ogni qualvolta si muoveva.


Il fiato gli venne meno. Faceva fatica a respirare, sentiva la saliva andargli di traverso. Pian piano i ruggiti scemarono fino a diventare grugniti, poi diminuirono fino a divenire borbottii fino ad esaurirsi del tutto.


Alla fine il corpo del Deino si accasciò malamente a terra.


 


***


 


Lloyd sentì di aver vinto la sua battaglia quando i suoi occhi si aprirono, seppur solo leggermente. L'ambiente attorno a lui sembrava esser fatto solo di luce, tanto era bianco. Inizialmente non capì né dov'era né cosa stava succedendo, ma pian piano gli parve di distinguere delle macchie di colore in mezzo all'atono bianco. Una macchia rosa e una celeste.


- Lloyd...


Riconobbe la voce di Finley. Provò a rispondere, ma uscì solo un rantolo strozzato dalla sua bocca malamente spalancata. Questo assieme ad un fiume di bava e sangue.


- Presto!


Questa invece era la voce di Augustine, Lloyd la riconobbe dal tono gentile ma deciso allo stesso tempo. E sembrava molto preoccupata.


- Non riesce... respirare... ley... ta...


Le forze di Lloyd vennero subito meno. Non riuscì a rimanere cosciente per più di quei pochi secondi, e si abbandonò infine all'oblio.


- Lloyd...


Si fece tutto buio.


 


***


 


Corse a più non posso, almeno per quel che gli permettevano le sue membra stanche. Si era a malapena ripreso dallo shock precedente che già  si era ritrovato in una situazione ancora peggiore. Ma probabilmente era anche l'ultima cosa che avrebbe fatto, per cui si era deciso fin da subito a farla sino in fondo.


A uno che l'avesse guardato senza prestargli particolare attenzione Neville in quel momento avrebbe potuto sembrare un uomo che corre in preda al panico in una direzione totalmente casuale. Ma non era affatto così, sapeva benissimo dove stava andando e che cosa avrebbe fatto una volta arrivato. Se tutto fosse andato bene sarebbe stata la fine del suo dolore.


Nonostante fosse buio aveva percorso quella strada così tante volte da saperla fare anche ad occhi chiusi. Virò verso sinistra dopo pochi minuti, lanciandosi a capofitto tra i crepacci di quella parte della montagna. Tenne gli occhi bene aperti, al fine di evitare di cadere nella forra sbagliata. Quella giusta era quasi alla fine di quella rientranza nel monte, e non doveva sbagliare.


Mentre evitava con cura le buche che non gli interessavano sentiva un bel po' di trambusto dietro di sé. Vide il terreno davanti a sé rischiararsi di rosso e tremolare, quasi come se qualcosa stesse bruciando alle sue spalle. Neville sapeva benissimo cosa dovesse essere, ma cercava di non pensarci. Si voleva concentrare interamente sul suo scopo principale.


Si girò un paio di volte giusto per vedere le lo stavano seguendo. Sarebbe stato tutto inutile se fosse riuscito a scappare, perché il suo obbiettivo non era assolutamente questo. Una volta appurato che almeno una mezza dozzina di pokemon, diversi da quelli che aveva preso prigionieri, lo stavano inseguendo a diversi metri di distanza, Neville sorrise, continuando però a correre e tornando a rivolgere la testa in avanti. Stava andando tutto secondo i piani, ma non si doveva distrarre proprio ora, non voleva certo farsi prendere adesso.


Nonostante gli acciacchi corse più veloce che poteva, conscio che i pokemon, grazie alle loro capacità  fisiche superiori alle sue, avrebbero presto coperto la distanza che li separava. Ma non lo dovette fare per molto, visto che infine arrivò di fronte alla erta parete rocciosa che si inerpicava sino alla cima del monte. E appena sotto la buca prescelta.


Neville guardò giù tanto per verificare che nulla fosse stato toccato. Una volta che ebbe appurato il fatto che tutto era al proprio posto sospirò. Mancava poco alla sua morte, lo sapeva, eppure non aveva paura. Sentiva piuttosto una sorta di euforia, non sapeva nemmeno di che tipo. Sapeva solo di non essersi mai sentito così. Stesse a pensare a ciò per poco, dopodiché appena percepì che i suoi inseguitori lo avevano raggiunto si voltò per affrontarli.


Di fronte a lui, a meno di dieci metri di distanza, si trovavano sette pokemon. Si erano disposti lungo tutto il fronte che andava dalla parete rocciosa al crepaccio, tagliandogli ogni via di fuga. Avevano tutti sguardi d'odio e di rabbia impressi sui loro volti, e Neville poteva benissimo capire il perché. Alcuni mostravano i denti, altri strusciavano i propri artigli per terra, desiderosi di affondarli nelle sue carni e fargliela pagare.


"Bene, si comincia.". Neville si schiarì la voce con noncuranza, quasi come se tutto ciò fosse assolutamente normale.


- Immagino di sapere cosa volete.


A sentire queste parole qualcuno grugnì rabbiosamente, segno che era stato capito. Un esemplare particolarmente grosso che recava lame su tutto il corpo fece per avvicinarglisi, ma un altro, una specie di drago bipede senza ali dall'aria del capo, lo fermò con una zampa. A quanto pare era riuscito a catturare la sua attenzione, ed era una buona cosa, lo avrebbero lasciato finire da solo senza ucciderlo.


- Volete uccidermi, nevvero?


I grugniti cessarono, e scese un silenzio di tomba.


- Vi capisco, anche io l'avrei fatto al vostro posto. E l'ho fatto in effetti. Non è una bella sensazione quando delle persone care ti vengono portate via, io lo so bene.


Il pokemon che sembrava essere il capo lo squadrava, non del tutto convinto se li stesse prendendo in giro oppure se le sue parole fossero sincere. Dondolava leggermente, e ogni vola che la pietra che portava al collo batteva contro il suo coriaceo petto tintinnava.


- Ma - continuò Neville - Non ho intenzione di lasciarvelo fare. Non mi ucciderete.


I grugniti ripresero e qualcuno di loro fece qualche passo avanti, costringendo Neville a retrocedere leggermente. Anche il capo lo squadrò torvo, forse stava perdendo la pazienza. Si doveva sbrigare.


- Non che non stia per morire, non temete, è questa la mia ora. Anche se non mi foste venuti a cercare sarei morto comunque, probabilmente da qui in capo a un anno non sarei più stato su questo mondo. Ma piuttosto che lasciarmi morire lentamente preferisco decidere io quando andarmene.


Fece un altro passo indietro, saggiando il terreno dietro di sé con la punta del piede per assicurarsi di starsi avvicinando all'orlo del baratro. Nel mentre, davanti a lui i pokemon stavano lentamente avanzando verso di lui.


- Voglio però dirvi una cosa, prima.


Gli altri sembrarono non prestargli particolare attenzione, continuando la loro avanzata.


- Anche se oggi la mia vita trova la sua fine, non vuol dire che morirò.


L'ultima frase lasciò interdetti i pokemon, che smisero di camminare per alcuni attimi.


- So che voi mi potete capire, mentre io non vi posso comprendere. Perciò lascio a voi quest'ultimo mio messaggio da comunicare al mondo intero. Lo dico in nome di tutta la razza umana, di tutta la mia specie che ora non esiste più.


Adesso tutti lo ascoltavano con attenzione.


- E' chiaro che adesso il mondo è vostro. Una volta poteva anche appartenere agli uomini, ma dopo averlo conquistato con la forza è giusto che il trofeo resti nelle mani del conquistatore. Adesso sono io a rappresentare la mostruosità , l'abominio, l'ultimo esponente di una razza in procinto di scomparire. Ma chi esce dalla storia poi entra nella leggenda.


Non una foglia si muoveva, non un alito di vento produceva rumore facendo da sottofondo alle parole di Neville, il quale indietreggiò di un altro passo. L'orlo del burrone si stava pian piano avvicinando.


- Ebbene sì. Volete sapere perché ho rapito i vostri amici? Non perché mi abbiate fatto qualcosa di male, o perché porti rancore verso di voi nello specifico. Io odio tutte voi spregevoli creature, indistintamente.


Qualcuno grugnì all'ultima affermazione. Per sicurezza Neville indietreggiò ancora.


- L'ho fatto per un unico motivo. Voi adesso siete venuti a riprenderveli, e mi avete visto. Era questo il mio obbiettivo, che mi vedeste ed ascoltaste quello che avevo da dire. Del resto è bene che le ultime parole dell'ultimo uomo vengano ricordate, è quasi un fatto storico.


Fece un altro passo indietro.


- Sappiate che con la mia morte l'umanità  concluderà  la sua storia, ma comincerà  la sua leggenda. Non voglio che la mia razza tra dieci, venti, cinquanta, cento anni sia già  caduta nell'oblio, ma voglio che venga ricordata. Anche se ciò vuol dire essere demonizzata a un punto tale da farla apparire come il male assoluto. Ho inferto molte sofferenze ai vostri amici, ne sono consapevole, mi pento solo di non averlo potuto fare di più e per più tempo.


All'ultima frase i pokemon ebbero una reazione furiosa, ruggendo e scalpitando, pronti a saltargli addosso per finirlo. Neville seppe che era venuto il momento di porre fine a tutto. Fece un ultimo passo indietro, sentendo finalmente il vuoto sotto di sé. Si decise, era ora di porre fine al discorso. Affrontò i suoi avversari a testa alta, aprendo le braccia e facendo un largo sorriso.


- E' finita. - disse con la voce che trasudava per l'emozione - Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore nasce questa sera dalla mia morte, e una nuova superstizione penetra nell'inespugnabile fortezza dell'eternità . Perché finché ci sarà  persino unicamente un pokemon che trema di terrore a sentir anche solo pronunciare la parola "uomo" allora l'umanità  non sarà  mai veramente morta. L'umanità  è leggenda. Io sono leggenda.


Si lasciò cadere all'indietro, e dopo un attimo si vide superare il bordo del burrone, cadendo verso il basso ad una velocità  vertiginosa. Mentre scompariva nella forra alzò la testa, e vide che i pokemon avevano cominciato a correre inutilmente verso di lui. Sorrise, e fu l'ultima cosa che fece.


Il volo fu lungo e allo stesso tempo breve, e non gli lasciò il tempo nemmeno per pensare. L'impatto col terreno fu violentissimo, e tutto scomparve.


 


***


 


- M*rda! - tuonò Olston - M*rda, m*rda e ancora m*rda! Presto, qualcuno vada a vedere!


Avery non se lo fece ripetere, fiondandosi verso l'apertura del burrone. Guardò giù, e vide la sagoma dell'uomo malamente ripiegata su sé stessa sul fondo della buca. Qualcosa, oltre al sangue, sembrava fuoriuscire dal suo corpo.


Cercò subito qualche appiglio per potersi calare fin giù. Per sua fortuna alcuni gradini rozzamente intagliati nella roccia erano posizionati in un punto semi nascosto che non fece fatica a trovare. Cominciò una rapida discesa, pur tenendosi con la mano sinistra al muro per non cadere giù. Era pur sempre un bel volo, e non voleva di certo fare la fine dell'umano.


Mentre scendeva si ritrovò a pensare alle parole dell'umano. Ma era troppo scosso per poter formulare anche solo un pensiero di senso compiuto, per cui si riservò le elucubrazioni per un momento successivo.


Quando finalmente arrivò giù quasi rimase scioccato. L'umano giaceva per terra, la metà  delle sue budella fuoriuscite dalla pancia e sparse per il terreno circostante. Ma la cosa peggiore erano le sbarre di ferro che lo trapassavano, facendolo sembrare un grande spiedino con tutti i buchi che gli avevano fatto e col sangue che ancora colava. Quasi vomitò a quello spettacolo.


Ma seppe trattenersi. Si avvicinò all'umano per verificare se fosse ancora vivo. Si portò a livello della testa, e la osservò. Una chiazza di sangue aveva impregnato la pietra sotto il capo, e un occhio era semi aperto e ripiegato all'interno della cavità . Avery lo toccò leggermente, quasi curioso dall'umano morto.


Quasi cadde a terra quando questo tossì. Grumi di saliva resa rossa dal sangue fuoriuscirono dalla sua bocca, andandogli a sporcare la maglia già  lorda del suo stesso sangue. L'altro occhio si aprì, anche se di poco, e la pupilla andò ad inquadrare Avery.


- Vi ho rubato il lavoro, eh? - disse con fare ilare. Un altro colpo di tosse lo scosse da cima a fondo.


- Scommetto che mi avresti voluto ammazzare tu, non è così, piccolo bast*rdo?


Tossì di nuovo. Avery era senza parole.


- Chissà ... - chiese, più a sé stesso che ad Avery - Se esiste ancora Portobello Road...


Fece un altro colpo di tosse, poi l'occhio si chiuse. L'umano smise di muoversi. Per sempre.



 


Fine della storia. Ringrazio tutti per averla letta, in particolare The Only One per esserci stato (quasi) sempre. La settimana prossima comincerò a caricare l'altra mia fanficion, "A Game of Pokémon - The begin of the end", di cui si intuisce facilmente l'argomento.


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MEGAANNUNCIONE!!!

Grazie all'aria inglese (e alle minacce di morte di un'UNICA persona) mi è venuta l'ispirazione per il prequel di "I am legend" (e anche per il sequel, ma magari è un po' presto per parlarne). Comincerò a scriverlo appena tornato in Italia, si chiamerà  "Born of a legend" (altresì BOAL) e non dico di cosa tratterà , ma so già  che qualcuno la potrebbe trovare una figata pazzesca. Posterò i capitoli qui, così da non creare un'altra discussione.

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Sono un po' (tanto) in ritardo, sei mesi per scrivere un prologo non sono pochi. In realtà ci ho messo due giorni, ma dettagli...

Per gli altri capitoli... vedrò che posso fare. Uno per volta a minacciarmi, laggiù c'è la biglietteria, e non spintonate!

Ed ecco a voi, finalmente direte, il benedetto prologo di BOAL. (Faccio la storia qui per evitare di aprire un'altra discussione.).

 

 

PROLOGO

 

 

Il primo giorno del 2266 vide l'alba levarsi faticosamente sopra gli sterminati spazi abitati della città di Londra. La luce del sole, pigra, illuminò man mano tutti i principali luoghi della città: Greenwich, Buckingham Palace, il British Museum, il Parlamento, la Torre di Londra, Richmond Park.

Fu proprio in quest'ultimo posto che qualcuno si svegliò, destato dall'improvvisa illuminazione. Sanford non avrebbe voluto aprire gli occhi, ma ormai il sonno se n'era andato un pezzo e di certo non sarebbe tornato al suo comando. "Fanc*lo, va bene, tanto non dormirò più.".

Si alzò, e lasciò che il calore del sole nascente lo inondasse. Si trovava sulla cima di una bassa collina brulla, che contrastava nettamente col resto del paesaggio del rigoglioso parco. Il Combusken lasciò che la sua vista spaziasse per tutte le distese sottostanti, e notò che visto dall'alto il parco sembrava un grande dormitorio. C'erano centinaia, se non migliaia di pokémon ancora addormentati all'aria aperta. C'era chi russava, chi dormiva con sonno leggero, chi si era rintanato in qualche buca nel terreno per non essere disturbato. Tutti aspettavano.

Sanford era ancora a rimirare il panorama quando udì le campane. Dapprima fu un lontano tintinnare, che però si fece via via sempre più vicino. Egli si voltò nella direzione da dove proveniva il suono, avendo anche già intuito cosa lo provocava. E difatti da una cresta poco distanze emerse, percorrendo un piccolo sentiero nell'erba, uno dei Profeti.

Ormai Londra ne era infestata. Anche quando erano arrivati lui e Olston ne avevano visti a decine predicare, ma avevano scelto di seguirne uno in particolare. Adesso lui era lì, che si stava dirigendo verso il gruppo di pokémon addormentati sulla cima del rilievo. Si chiamava Jameson, ed era un Furret. Indossava un drappo bianco sulle spalle, com'era usanza dei Profeti di Arceus. Avanzava ritto solamente sulle zampe posteriori, in quanto in una delle anteriori teneva un'acquasantiera che sprizzava liquido da tutte le parti, con l'altra invece faceva a gesti la ruota crociata, il simbolo sacro di Arceus. E nel frattempo intonava un canto.

- E' l'alba, fratelli, è l'alba! In piedi, lodiamo Arceus, in piedi, lodiamolo! E' l'alba, fratelli, è l'alba! In piedi, lodiamo Arceus, in piedi, lodiamolo!

Man mano che si avvicinava il volume della cantilena incrementò il proprio livello, e i primi pokémon presero a svegliarsi. Alcuni parvero confusi, altri imprecarono, ma la maggior parte prese a pregare a propria volta. Tanto grande era la loro fede che alzarsi la mattina prestissimo era il minimo da fare per loro. Quando Jameson passò vicino alla massa dei corpi addormentati senza fermarsi qualcuno si mise in fila dietro a lui.

Sanford si sentì urtare una delle zampe. Abbassò lo sguardo, e vide che Olston si stava agitando e che era in procinto di svegliarsi. Difatti...

- Ah, che male alla schiena. E' già mattina? - domandò appena ebbe ripreso coscienza.

- Già - fece scocciato l'altro.

- Che palle. Ma questo Profeta non avrebbe potuto aspettare ancora un'oretta prima di venire a svegliarci? Si stava così bene qui.

"Tanto non avrei dormito comunque" rispose mentalmente Sanford. Rimase in silenzio a meditare, mentre il Gible accanto a lui si alzava in piedi. No, decisamente era troppo emozionato per poter dormire ancora. Le voci ormai giravano per Londra da qualche giorno, e se ciò era vero allora sarebbe stato il caos. Se in città stava per arrivare uno di quelli... "Devono solo provare a farsi vedere" pensò risoluto il Combusken "Ci penserò io a sistemarli!" e tirò un pugno all'aria.

- Che si fa? - chiese Olston, ancora mezzo addormentato.

- Seguiamo il Profeta, così almeno quella stupida preghierina ti sveglierà a forza di ripeterla e ripeterla.

Nonostante non fremesse dalla voglia nemmeno lui di mettersi in coda, Sanford e un riluttante Olston cominciarono a seguire il corteo che si era formato dietro a Jameson. Quello, che pareva non essersi accorto di nulla, continuava imperterrito la sua cantilena, e cominciò a discendere la collina, avanzando verso una delle uscite del parco. Mentre camminavano Sanford si chiese se avrebbe mai più dormito in quel magnifico posto.

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Ed ecco il secondo capitolo! Se volete commentare non fatelo qui ma a questo link:

 

 

 

 

 

                                                                 CAPITOLO 1

                                                                 TRATTATIVE

 

 

San Yi non era mai stato a Buckingham Palace. Non era mai stato a Londra prima di allora, era sempre vissuto nelle città del nord dell'Inghilterra come York oppure Newcastle, non aveva nemmeno mai visto in foto l'ex-capitale del Regno Unito. Ma aveva realizzato appena arrivato che di sicuro in origine non doveva essere stata così.

La città portava ancora gli evidenti segni di devastazione dovuti alla guerra: edifici distrutti, macerie sparse ovunque, strade invase dal puzzo acre e dolciastro della morte, saltuari incendi qua e là. Il centro città poi non era nemmeno la parte peggiore. Nei sobborghi esterni, come Harrow e Barnet, le fosse comuni a cielo aperto impedivano di respirare adeguatamente a causa del loro odore nauseabondo.

E poi loro ovviamente, i pokémon. Le bestie avevano completamente invaso l'abitato, strappandolo con la forza ai precedenti occupanti e cancellando ogni traccia di presenza umana nei dintorni. Ciò era accaduto già vari anni prima, ma ancora sembrava che non fosse passato nemmeno un giorno. Centinaia, migliaia di quelle creature vivevano lì, in mezzo ai vicoli, mangiando, dormendo, accoppiandosi e facendo i loro bisogni a cielo aperto, davanti a tutti. "Una città medievale sarebbe stata infinitamente più vivibile" era stato il primo pensiero di San Yi appena era arrivato in quel posto.

Anche gli altri la pensavano così, l'uomo l'aveva intuito dalle loro facce. Il più facile da decifrare era stato Gavin Chamberlain, colui che guidava la spedizione. Era sempre stato fin troppo espressivo per i suoi gusti, e lui sinceramente non l'avrebbe mai scelto per guidare una nazione. Anche gli altri comunque, come l'interprete Johnson e Clarks e Graham, le due guardie, non avevano saputo nascondere granché bene le loro emozioni. Per lui erano come un libro aperto, e di certo anche altri l'avrebbero notato.

Erano arrivati assieme a tutta la scorta fino a qualche chilometro a nord di Londra, poi avevano dovuto necessariamente proseguire da soli. Un gruppo eccessivamente nutrito avrebbe dato troppo nell'occhio, e quella era l'ultima cosa che volevano. Il governo di Londra era stato così gentile da accogliere la richiesta di rinnovo del trattato di pace, ma non aveva garantito adeguate condizioni di sicurezza, così gli uomini si erano dovuti arrangiare da soli.

Poi, verso Edgware, finalmente avevano incontrato un rappresentante del governo che li aveva condotti fin lì. Mantenendo un'aria schifata per tutto il tempo, ma comunque aveva svolto il suo dovere. "Queste bestie si comportano sempre più come noi. Siamo stati responsabili del nostro stesso disastro, e ora siamo ripagati con la nostra stessa moneta." era ciò che aveva sempre pensato di tutta quella situazione disastrosa.

Erano arrivati fino a Buckingham Palace nascondendosi tra le macerie degli edifici per evitare che qualche esaltato li vedesse e li attaccasse, e in seguito la guida, pur sempre molto riluttanti, gli aveva fatto strada nel parco che circondava la reggia. Per tutto il viaggio San Yi era rimasto più o meno tranquillo, ma Chamberlain e Johnson avevano continuato ad asciugarsi la fronte madida di sudore e gli altri due soldati a stringere il proprio fucile talmente forte che ad un certo punto gli era parso persino di sentire lo scricchiolio del calcio che cominciava a cedere sotto la morsa di chi lo brandiva.

Finalmente, quando erano emersi dal verde, San Yi era rimasto stupito da ciò che aveva trovato. Onestamente si era aspettato qualcosa di spettacolare, che contrastasse con lo squallore della città circostante. Del resto a Buckingham Palace avevano alloggiato generazioni e generazioni dei re d'Inghilterra. E invece si era ritrovato davanti un vecchio maniero con una metà diroccata e una metà distrutta da un incendio, anche se semi-coperta da delle specie di impalcature. A quanto pare si stava provando a ricostruire Londra, anche se in piccole dosi. Era rimasto molto deluso.

Il loro arrivo non doveva essere comunque passato inosservato, visto che comunque davanti ai cancelli del palazzo si stava raccogliendo una piccola folla inferocita di pokémon. Tutti loro emettevano strani versi rabbiosi, che con tutta probabilità stavano a significare cose come "A morte gli umani!", "Fateci entrare!", "Dateceli!" e così via. Di certo il gruppo non ci teneva a fare la loro conoscenza.

Si avvicinarono di soppiatto al palazzo, tenendosi quasi rasenti a terra e correndo sul ghiaino per togliersi il più rapidamente possibile dalla zona scoperta che c'era tra il bosco e la reggia. Fortunatamente per loro tutto andò bene, e vennero fatti entrare da due guardie posizionate a sorvegliare un ingresso laterale.

Entrarono in quella che una volta era la corte reale inglese. San Yi non poté fare a meno di provare un minimo di... dispiacere per ciò che vide all'interno, e anche il primo ministro Chamberlain non sembrava contento. Un grosso corridoio che un tempo doveva essere stato luminoso e ornato ai lati con splendidi quadri e raffinati arazzi adesso si trovava immerso nella semioscurità, le tele e i tappeti laceri sparsi un po' ovunque. A condire il tutto c'era anche un sottile velo di polvere a permeare l'aria, probabilmente era dovuto all'incendio che aveva consumato il posto.

Calpestando ciò che un tempo aveva un valore immenso San Yi non poté fare a meno di gettare un'occhiata al suo superiore, Gavin Chamberlain, colui che "guidava" l'ultima nazione umana sulla terra. L'uomo era visibilmente a disagio. "E a ragione" pensò l'altro. Il politico discendeva da un altro primo ministro inglese, Neville Chamberlain, che probabilmente tre secoli prima aveva percorso quello stesso corridoio. Faceva un certo effetto pensare una cosa del genere, del resto. "Di sicuro sono entrambi degli inetti a governare. Tale avo, tale discendente.".

Per tutto il tempo che percorsero i corridoi semidistrutti di Buckingham Palace vennero seguiti dalle due guardie che li avevano fatti entrare, una specie di drago e un quadrupede peloso multicolore. San Yi non aveva mai imparato a distinguere bene le varie specie di pokémon, non ne era mai stato interessato più di tanto. "Queste bestie sono tutte uguali, anche se sembrano diverse l'una dall'altra. Esattamente il contrario degli umani.".

Finalmente, dopo vari minuti di camminata, il gruppo fece il suo ingresso in quella che un tempo doveva essere stata la sala del trono. Dalle grandi vetrate che un tempo conferivano luminosità all'ambiente penetrava appena un raggio di pallida luce, ostacolato dalle travi sconnesse che tentavano di coprire le imposte. L'ambiente, che un tempo aveva dovuto essere sfarzoso all'inverosimile, adesso appariva buio e tetro. E per giunta in quell'ambiente non erano soli.

In uno spazio rialzato, dove un tempo probabilmente doveva esserci stato il trono, stazionava un gruppo di pokémon che conversavano tra di loro in quella loro strana lingua fatta di versi incomprensibili. Ma appena si accorsero dell'arrivo dei loro "ospiti" si girarono verso di loro, osservandoli attentamente. "Ecco chi comanda qui" realizzò San Yi "Questi sono quelli con cui Chamberlain dovrà trattare. Una parola sbagliata, e siamo morti.".

 

- Fatevi vedere, codardi!

Era questa una delle cose più comuni che erano urlate dalla folla. Ogni tanto s'udiva anche un "A morte gli umani!" o un "Uscite fuori che vi ammazziamo!", ma più o meno il senso delle frasi era sempre quello. Sanford d'altro canto era pienamente d'accordo col resto dei pokémon lì presenti, e non aspettava altro se non il polverizzare qualche essere umano.

La notizia che un gruppo di uomini fosse arrivato a Buckingham Palace aveva fatto in breve tempo il giro di tutta la città. Immediatamente Jameson, pressato dai fedeli, aveva interrotto la processione che aveva fissato per quel giorno e aveva dirottato il suo corteo verso il palazzo diroccato. Non era stato l'unico ad avere la stessa idea, e in breve tempo davanti all'edificio si era radunata una folla immensa di pokémon, tutti a schernire, maledire e minacciare gli umani. Ma per il momento non se n'era visto nemmeno uno.

Sanford non pensava che fosse solamente una voce, era sicuro che a poche centinaia di metri ci fosse qualche umano. Me lo sento, aveva detto a Olston mentre proseguivano dietro al Profeta, In città ci sono davvero umani. Ormai erano diventati una rarità, dato lo sterminio a cui erano stati votati dai pokémon. Sanford aveva sentito dire che una volta ce n'erano stati tantissimi sulla Terra, addirittura miliardi, ma che adesso erano ridotti a poche migliaia. "E a ragione" pensava sempre. I pokémon avevano il diritto di possedere quel mondo, loro erano gli unici abbastanza potenti per conquistarlo e abbastanza degni per possederlo. Degni almeno più dell'umanità di sicuro.

E fu così che il Combusken si ritrovò schiacciato assieme all'amico in mezzo ad un'orda disordinata, puzzolente e urlante. Non che lui fosse meglio, anzi; urlava, puzzava e si dimenava più di tutti gli altri, anche lui voleva far sentire la sua voce agli umani all'interno. Anche se magari, in mezzo a tutta quella cacofonia, avrebbero potuto sentire sì e no qualche vaga parola scollegata.

 

Earl Johnson era un ragazzone grande e grosso, si sarebbe potuto pensare non proprio il tipo di persona adatta a parlare coi pokémon. Quel dono si manifestava spesso e volentieri in persone del tutto impensabili, e Johnson era una di quelle. Era stato San Yi stesso a notarlo, mentre ancora frequentava la scuola di addestramento. Aveva chiesto espressamente che fosse immediatamente integrato nell'esercito inglese, la gente come lui stava diventando introvabile, e averne un "esemplare" sarebbe stato come possedere migliaia di litri d'acqua nel deserto. Anche se col senno di poi coi pokémon decisi a far fuori tutti gli umani, parlargli non sarebbe stato molto d'aiuto.

San Yi aveva il grado di capitano, e comandava su Johnson, Clarks e Graham. Formalmente era il primo ministro Chamberlain a dover dare gli ordini lì, ma il comando in pratica era suo. Sapeva che quella missione era molto delicata, ed era per questo che si era portato dietro Johnson assieme a due dei migliori soldati che aveva. La pace istauratasi tra umani e pokémon era talmente fragile che sarebbe bastata anche un'alitata per farla crollare, e nessun uomo di certo lo voleva. Di miliardi di umani ne erano rimaste appena poche migliaia, e San Yi aveva la fortuna (o la sfortuna) d'essere tra questi, e non aveva intenzione di morire proprio in quel momento e in quel modo. Quantomeno, se le trattative fossero fallite, si sarebbe portato all'altro mondo qualcuno di quei mostri.

Stringendo nervosamente la pistola nella fondina, prese a guardarsi attorno alla ricerca di pokémon in agguato nei bui anfratti del salone. L'ambiente era tetro e minaccioso, ma a parte macerie e resti delle ricchezze un tempo situate lì non c'era nulla di interessante. "Chissà, forse loro bastano e avanzano per farci fuori" pensò, guardando i pokémon davanti a lui.

Guardò le creature che gli stavano davanti. Uno, che tra tutti sembrava avere l'aria più importante, era una specie di gatto bipede mezzo bianco e mezzo viola, rassomigliava ad una creatura del folklore cinese. "Mi... mi-qualcosa... accidenti ai giapponesi quando ebbero questa brillante idea. Ecco dove ci ha condotti.".

Chamberlain si mise a parlottare con Johnson, comunicandogli cosa aveva intenzione di dire. Una goccia di sudore scese dalla fronte di San Yi, arrivandogli fin quasi dentro un occhio. Anche Clarks e Graham erano nervosi, il primo stava facendo tamburellare la gamba e il secondo fremeva dalla voglia di accendersi una sigaretta, rigirandosi nervosamente l'accendino in tasca. San Yi dal canto suo si portò la mano alla fondina, pronto a tirare fuori la propria arma nel caso si fosse resa necessaria.

- Molto piacere - fece il primo ministro avanzando di un passo - Io sono Gavin Chamberlain, nuovo primo ministro dello Stato Scozzese. Sono giunto qui in pace, intenzionato a rinnovare il trattato d'amicizia siglato tra le nostre nazioni dal mio predecessore.

Il professor Otto Ernest von Beckman era stato uno dei fautori della sopravvivenza dell'unico stato umano ancora in piedi. Di indubbie origini tedesche, era fuggito dalla Germania per l'Inghilterra durante la Terza Guerra Mondiale e vi era rimasto anche durante la Quarta. Era diventato un eminente studioso e professore universitario, amico e confidente del principe Andrew Mountbatten, poi re come Andrea II. Dopo la sua morte nella Quarta Guerra Mondiale era stato lui a raccogliere le redini della nazione, e ancora lui aveva fondato il Regno di Scozia quando i pokémon avevano invaso Inghilterra e Irlanda.

Non si sapeva ancora bene come, Beckman era stato l'unico umano in grado di instaurare una specie di dialogo coi pokémon. Si diceva che sapesse parlargli, ma probabilmente era solo una voce. Fatto sta però che, nei dodici anni in cui aveva governato la Scozia, era stato in grado di mantenere rapporti se non buoni perlomeno stabili con la Repubblica, il sedicente stato pokémon instauratosi nel sud dell'isola con capitale i resti di Londra.

La sua morte l'anno precedente era occorsa nel momento più sbagliato che potesse capitare. Non era vecchio, aveva "appena" sessantasette anni, ma non si poteva dire che la vita fosse stata clemente con lui. Zoppo, col diabete e sofferente di reumatismi, s'era ammalato un giorno di fine settembre e se n'era andato nel giro d'una settimana. Dopo i suoi funerali s'erano riuniti i Rappresentanti del Re, che avevano eletto come nuovo primo ministro Gavin Chamberlain. San Yi era rimasto molto perplesso dalla nomina, personalmente lo riteneva un buono a nulla, come l'antenato. "Sarà in grado di portarci fuori di qui?" si era chiesto spesso da alcuni giorni a quella parte. Comunque la mettesse ne dubitava.

Il capo dei pokémon si consultò brevemente con gli altri, poi rispose con una serie di versi al primo ministro. A San Yi parvero grugniti totalmente senza senso, ma ad un metro di distanza Johnson ascoltava attentamente le "parole" del pokémon. Il soldato si prese un attimo per tradurre, poi riferì ciò che aveva inteso a Chamberlain.

Io sono Shan, Primo Console della Repubblica Pokémon Inglese, era stato più o meno la risposta dell'altro, Vorrei potervi dire che siete i benvenuti, ma non è così. "*censura*". San Yi strinse nel pugno il manico della pistola. Aveva già i proiettili caricati, sarebbe bastato estrarla, sollevarla e sparare. Il tutto avrebbe richiesto meno di un secondo.

Il pokémon continuò a parlare, e Johnson tradusse di nuovo. Avrete sicuramente visto la moltitudine di fanatici qui fuori. Non possiamo tenerli a bada per molto tempo, ci soverchierebbero. Sono eccitati per la vostra presenza, vi vogliono morti. O ci comunicate in fretta le vostre proposte oppure non potremo più garantire la vostra sicurezza. Le probabilità che San Yi dovesse estrarre la sua pistola si facevano sempre più concrete.

- Ve l'ho già detto - disse allora Chamerbalin - Noi vogliamo rinnovare il trattato di amicizia tra il vostro strato e la Scozia. Sia il professor Beckman che il vostro predecessore avevano trovato accordi ragionevoli, quindi non vedo perché...

Il primo ministro fu interrotto dal pokémon, che lo zittì con un gesto. L'altro poi riprese a parlare. Il sudore di San Yi cominciò a farsi più intenso dopo aver visto Johnson sbiancare e deglutire alle parole del pokémon. Quando tradusse un po' già si aspettava quel che venne detto. Non siamo interessati a rinnovare il trattato. Noi personalmente non abbiamo più interesse nel mantenere contatti con il Regno di Scozia. Non vi attaccheremo se è questo che temete, ma se non lo faremo noi lo faranno altri. Se è tutto qui quel che dovevate dirci ve ne potete anche andare.

- Mi scusi, noi... - provò a continuare Chamberlain.

Ho detto potete?, lo interruppe nuovamente il pokémon, Scusate, non mi sono espresso bene. DOVETE andarvene, o questo posto sarà presto preso d'assalto.

Detto ciò il Primo Console si voltò e cominciò ad andarsene. San Yi restò immobile sul posto, indeciso se estrarre la pistola oppure no. I soldati erano rimasti sconcertati da quelle parole, mentre Chamberlain sembrava essere sprofondato nel colletto della sua giacca. Era bianco come un cadavere. Tutti non poterono fare a meno di guardare il pokémon riunirsi al suo gruppo e uscire da una delle porte laterali del salone.

Il primo a riacquistare la parola fu proprio San Yi, che aveva già intuito la pericolosità della situazione. Se non si fossero immediatamente mossi per loro sarebbe stata di sicuro la fine.

- Andiamo. - disse, facendo anch'egli dietrofront.

- Ma... ma... non possono rifiutare così... - piagnucolò Chamberlain.

- Primo ministro, se non ce ne andiamo adesso rifiutare le nostre proposte sarà la cosa meno peggiore che ci faranno. Se volete sopravvivere dobbiamo ritornare in Scozia, e anche in fretta. Clarks, Graham, Johnson, seguitemi.

Così, anche se titubanti, i membri del gruppo ritornarono suoi propri passi. San Yi, camminando sulle macerie, si ritrovò a passare sopra i resti di un quadro. Riconobbe i lineamenti della regina Elisabetta II, la faccia mezza annerita dalle fiamme e il magnifico abito di gemme strappato in più punti. Guardando quella regina morta da due secoli e mezzo si chiese se sarebbe arrivato vivo fino a sera. Probabilmente no, comunque.

 

Quando il Primo Console Shen uscì da Buckingham Palace tutta la folla di pokémon si zittì, quasi come fosse stato impartito un ordine. Tutti, Sanford compreso, sapevano che c'erano degli umani dentro il palazzo, ma stranamente nessuno sembrava essere a conoscenza del fatto che vi fosse anche il Primo Console. Questo sì che era strano.

Immediatamente il pokémon e il suo gruppo vennero presi d'assalto, e tempestati di domande tipo "Dove sono gli umani?" o di poco diverse. Sanford si trovò quasi a ridosso dell'importante personalità, e non gli finì addosso solo per lo scudo che crearono le sue guardie del corpo per impedire alla folla di sommergere la loro guida.

- Gli umani ci sono, sta a voi prenderli. - gli parve di udire dalla bocca del Primo Console, ma poteva anche essersi sbagliato. In tutta quella confusione si poteva udire di tutto e di più.

- Sto soffocando, andiamocene - gli fece Olston ad un certo punto. Anche Sanford non ne poteva più di stare in mezzo a quell'inferno, così acconsentì a seguire l'amico e se ne andarono dalla folla. Appena uscirono i due pokémon non poterono fare a meno di riprendere fiato e respirare aria a pieni polmoni.

Fu proprio mentre si stava riprendendo che Sanford vide gli umani. Uscirono all'improvviso dal retro di Buckingham Palace, fu una vera fortuna per il pokémon vederli sgattaiolare da un'uscita verso il riparo del bosco vicino. Erano in cinque, ed evidente non volevano dare nell'occhio. Prima di pensarci Sanford aveva già respirato a pieni polmoni prima di erompere in un possente grido.

- Gli umani! Gli umani! Eccoli, ho visto gli umani! Sono laggiù, dietro il palazzo!

Sentendo questo grido, migliaia di teste si voltarono prima verso Sanford, e poi verso il punto che il Combusken stava indicando. Ancora prima di rendersene conto il pokémon si ritrovò a correre verso il gruppo di uomini, prendendo parte all'assalto generale scatenatosi. Perse di vista Olston, ma non poté che esultare sapendo di stare per combattere per la prima volta.

 

- *censura*, ci hanno visti capitano! - urlò Graham voltandosi indietro.

San Yi si era già preparato psicologicamente ad un'evenienza simile, ma fece comunque il suo bell'effetto destabilizzante. Per un attimo si bloccò, non sapendo cosa fare, poi riprese a correre. Gli altri lo imitarono. Nella sua lunga carriera di militare l'uomo aveva imparato a farsi guidare dall'istinto, e l'istinto gli stava dicendo di continuare a correre. E lui si fidava del suo istinto.

Percorsero a perdifiato tutto il parco dietro Buckingham Palace mentre un'orda di mostri che li inseguiva stava formando alle loro calcagna. Uscirono dal parco e continuare a correre, entrando in un isolato di edifici semi-distrutti. Continuarono lungo una lunga strada, schivando di tanto in tanto scheletri di macchine e grosse macerie, sparando di tanto in tanto dietro di loro. Qualcuno dei mostri che li inseguiva cadeva oppure andava a schiantarsi da qualche parte colpito dai proiettili, solo per essere sostituito immediatamente da un'altro. La moltitudine che li inseguiva non accennava minimamente a fermarsi.

Arrivati ad un incrocio svoltarono un angolo e San Yi diede ordine di fermarsi. Graham, Clarks e Johnson si appostarono allo stipite dell'edificio dietro cui si erano riparati e lo usarono come postazione per bersagliare la massa che continuava ad avvicinarsi. Non potevano fare in tempo a ricaricare che le grida di furore si facevano sempre più vicine. Chamberlain si era messo a piagnucolare.

Erano passati di lì anche all'andata. San Yi si ricordò di aver intravisto poco più avanti un gruppo di biciclette a pagamento ancora legate alle proprie postazioni. A piedi non ce l'avrebbero mai fatta, ma forse usando quelle sarebbero riusciti perlomeno a seminare temporaneamente i propri inseguitori.

- Clarks, Graham, Johnson, copritemi!

Tirandosi dietro il primo ministro Chamberlain e seguito a poca distanza dai soldati, che nel frattempo continuavano a sparare, proseguì per quella strada. E dopo un centinaio di metri eccole lì, un gruppetto di bicicli vecchi ma apparentemente ancora in buone condizioni.

- Bingo! - gridò Graham, estasiato da quella visione.

In preda all'emozione, mentre Clarks e Johnson continuavano a coprirli con ripetute raffiche di mitra, San Yi e Graham ruppero i lucchetti che le legavano con dei calci ben assestati. Del resto erano vecchi di anni, era facile che potessero cedere anche ad una minima spinta. C'era però un problema. Le biciclette erano quattro, mentre loro cinque.

- *censura*... - fece Graham, rendendosi conto delle implicazioni.

Uno di loro doveva restare indietro. Quegli aggeggi non erano omologati per due, una volta San Yi aveva visto due commilitoni provare a montare assieme sullo stesso tipo di bicicletta. Gli si era disintegrata sotto i fondoschiena, facendoli finire doloranti a terra. Assolutamente non c'era altro modo, qualcuno si sarebbe dovuto sacrificare.

Clarks e Johnson continuarono a sparare mentre si avvicinavano. Adesso l'orda era riuscita a svoltare l'angolo, ed era a poche decine di metri da loro. Meno di mezzo minuto e sarebbero stati raggiunti. Se non avessero fatto in fretta invece di uno sarebbero morti tutti.

- Uomini... - cominciò San Yi.

- Al diavolo, comandante - eruppe Clarks, interrompendo il lavoro della propria arma - Non stia a fare discorsi del cavolo adesso, non è il momento. Andate voi, io rimango a coprirvi.

- Clarks... - fece Graham, insicuro.

- Graham, *censura*, vuoi morire? - gli urlò l'altro. - Vattene finché puoi! La mia famiglia è morta, io sono l'ultimo di tutti i Clarks, non me ne importa più nulla di vivere. Andatevene, dannazione! - e riprese a sparare.

San Yi non poté fare a meno di ammirare il coraggio di quell'uomo. Normalmente si sarebbe offerto lui, ma il sottoposto l'aveva preceduto. Non l'avrebbe dimenticato, questo no.

- Grazie, soldato - disse Chamberlain - Il tuo sacrificio non sarà stato vano.

- Fottiti, *censura*. - fu la risposta del soldato, che non si voltò nemmeno.

Johnson smise di sparare e si precipitò a prendere la sua bicicletta. Tutti montarono in sella e posizionarono i piedi sui pedali. Partirono dopo pochi secondi, Clarks a fianco a loro che sparava. Cercarono immediatamente di acquisire velocità, e i palazzi cominciarono a scorrere ai loro lati. Gli spari di Clarks si fecero sempre più lontani, anche se il loro eco continuava a rimbombare per le strade vuote. Nessuno si voltò indietro a guardare.

 

Un altro pokémon cadde davanti a Sanford, e lui finalmente si ritrovò in prima fila. Per ora nella carica era sempre rimasto un po' più indietro della prima linea, ma le armi degli umani avevano falciato almeno qualche decina di malcapitati. Non si era mai ritrovato così vicino alla morte in vita sua, eppure non era mai stato così euforico come in quel momento.

Allora lo vide. Era solo un unico umano a sparare contro di lui e gli altri pokémon, eppure bastava per tenere testa ad un'armata di quelle dimensioni. Un'altra raffica di proiettili partì dalla sua arma, e due pokémon vicini a Sanford, uno accanto a lui e uno dietro, vennero e colpiti e caddero. Sanford riuscì a saltare quello che gli era caduto di fianco, ma quelli dietro di lui lo calpestarono senza nemmeno rendersene contro. Se non era stato ucciso dai proiettili, il poveraccio era morto schiacciato. Di certo non una bella fine.

Quando l'orda distava poco meno di venti metri l'uomo dovette interrompere la sua attività di morte per ricaricare. "Ecco, è la nostra occasione!". Sanford si decise ad effettuare uno sprint, e si portò leggermente più avanti del resto dei pokémon. L'umano, vedendo la propria morte sempre più vicina, si lasciò sfuggire il nuovo caricatore dalla mano, che cadde e rimbalzò lontano. Gli sembrò che imprecasse, ma la confusione era talmente tanta che non ne fu sicuro.

I pokémon lo raggiunsero pochi attimi dopo. Sanford fu il primo a farlo, e si beò di questo. Poter essere il primo a colpire o addirittura uccidere un umano tra tutti loro... "Hmm, che gioia! A morte gli umani!". Un attimo prima che il Combusken gli saltasse addosso l'uomo sollevò il braccio in un vano gesto di protezione.

L'impatto lo fece cadere all'indietro, e Sanford gli fu sopra. Non aveva pensato esattamente a cosa fare, così fece la prima cosa che gli venne in mente. Inarcò il braccio e caricò il pugno, e nel gancio destro che sferrò in faccia all'umano aveva messo tutta la violenza che non era mai riuscito a sfogare. Quello girò la testa di lato e sputò un dente insanguinato.

Avrebbe voluto tirargliene anche un secondo e un terzo, ma fu spinto via dalla folla. Si sentì lanciare via, e un attimo dopo si ritrovò sdraiato sul duro asfalto poco più avanti. Una foresta di zampe, corpi e code aveva coperto la sua visuale dell'umano, ma gli schizzi di sangue furono abbastanza pronunciati da fargli intendere che fosse stato fatto a pezzi. Non poté fare a meno di unirsi anche lui all'isteria generale quando si levò un liberatorio grido di vittoria. Tutta Londra sembrò erompere in quel giubilo. Durò qualche attimo, poi tutto si tacque.

 

Quando udì l'immonda cacofonia di versi, San Yi ormai stava già ad un paio di chilometri di distanza da dove avevano lasciato Clarks. Dietro di lui pedalava il resto della compagnia, chi con fatica e chi spinto dall'alto livello d'adrenalina in corpo. Preferì non pensare a cosa potesse essere successo al soldato - che sicuramente ormai era morto -, gli sarebbe piaciuto ricordarlo per come era stato. Una persona volgare e sboccata, ma non tutti sono perfetti del resto.

 

 

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