Quasar Inviato 23 agosto Inviato 23 agosto (modificato) In questa discussione raccoglierò tutti i miei racconti (non solo a tema Pokémon). Potete commentare nella seguente discussione: Prossimamente, vedrò di redigere un breve indice in questo spazio. Vorrei inaugurare la raccolta con il mio racconto più recente, scritto in occasione dell'evento "Polvere di Stelle" (2° classificato): Spoiler In una delle più calde notti di luglio che io ricordi, la cittadina in cui abitavo rimase, inaspettatamente, senza elettricità: un guasto improvviso aveva fatto piombare il paese nel buio più totale. Tuttavia, alle luci dei lampioni e delle case, si sostituirono quelle delle stelle. Come le margherite che puntellano i prati in primavera, gli astri si disperdevano a perdita d’occhio su un vasto manto di velluto nero. Presi d’istinto la mia fedele bicicletta e pedalai in aperta campagna per poter ammirare indisturbata quel panorama, tanto meraviglioso quanto fortuito, a cui non ero avvezza, prima che le luci delle strade si accendessero di nuovo e rischiassero di far svanire la magia di quella notte. Ebbi l’accortezza di portare con me una coperta su cui stendermi per poter ammirare supina il cielo. Ricordo ancora lo stupore che provai non appena riuscii a scrutare la Via Lattea, una striscia irta di corpi celesti, fitta come una foresta. La meraviglia dinanzi a tale spettacolo si tramutò ben presto in una profonda pace interiore: cullata dal frinire dei grilli e dal fruscio degli steli d’erba, mossi dal vento serotino, cominciai ad assopirmi. Proprio quando le mie palpebre presero a cedere, un punto particolarmente luminoso catturò la mia attenzione. L’entusiasmo di avvistare una presunta stella cadente fece scomparire in me ogni traccia di sonno e tornai a scrutare il cielo con attenzione. Il puntino presentava un bagliore cangiante e dorato, ben diverso da quello delle stelle che lo circondavano. Si trovava proprio sopra di me, in prossimità dello zenit. Incuriosita, continuai a fissare quel puntino per diversi minuti. Constatai che la luce cresceva in intensità, assumendo una forma vagamente sferica. Quell’oggetto non accennava a cambiare traiettoria: sembrava che stesse precipitando proprio sopra di me, come se una stella avesse ceduto e stesse piovendo dal cielo. Ricordo che, in quel momento, nutrivo solo una genuina curiosità, che mi costrinse a giacere lì, immobile e assorta in una profonda contemplazione. Si sa, il tempo annebbia i ricordi. Mi riesce difficile stimare i minuti che trascorsi supina sul prato. So che, ad un tratto, compresi che l’enigmatico oggetto doveva trovarsi a poco meno di un chilometro sopra la mia testa. La forma sferica era diventata nitida e inconfondibile; la calda luce bronzea emanata dal corpo poteva competere con quella della luna. In pochi secondi, senza che potessi comprendere pienamente quanto stesse accadendo, la sfera sembrò accelerare e, in un batter d’occhio, precipitò poco più a nord del campo in cui mi trovavo. La sfera scomparve tra le fronde di un piccolo bosco di tigli. Non udii alcun boato, né vidi alcun bagliore. L’oggetto non aveva lasciato nemmeno una scia dietro di sé. Tutto avvenne nel silenzio più totale. Anche il tiglieto restava immerso nella sua usuale e silenziosa oscurità. Mi alzai in piedi e indietreggiai istintivamente, per poi tornare sulla coperta, scrutando il piccolo bosco e le fronde degli alberi, nell’attesa di avvistare delle presenze estranee o il bagliore di alcune fiamme generate dall’impatto, ma il buio restò impenetrabile. Fu allora che riacquistai un barlume di raziocinio: forse mi ero addormentata per davvero e la sfera non era altro che uno scherzo della mia immaginazione. Eppure, sembrava tutto così reale, così tangibile. Presi coraggio e mi addentrai adagio nel boschetto, calcolando ogni singolo passo che facevo e guardandomi intorno con fare sospetto. Fortunatamente, avevo portato con me una piccola torcia con cui potevo illuminare l’esile sentiero che si snodava tra i tronchi e il fogliame. Sfortunatamente, grazie al fascio di luce della mia pila, tutto ciò che mi circondava era consapevole della mia presenza. Finalmente, dopo alcuni minuti, riuscii a intravedere la sfera. La sua luce si era affievolita considerevolmente: emanava un pallido bagliore ambrato, a malapena sufficiente per illuminare gli steli d’erba sottostanti. Nonostante un sinistro timore, mi avvicinai, fino a mantenere una distanza di circa tre metri dall’oggetto. Fatico a rammentare con esattezza le emozioni provate in quegli istanti. So per certo che lo sgomento svanì quasi del tutto, ma ebbi ugualmente la precauzione di spegnere la torcia. Ero immersa nell’oscurità più totale, sola dinanzi alla misteriosa sfera. Fu allora che, come per magia, una voce riecheggiò nella mia testa. “Ciao, qual è il tuo nome?” Si trattava di una voce carica di premura, dolce come l’aroma della vaniglia e corroborante come l’acqua di montagna. Notai che, proprio in quel momento, la sfera aveva iniziato ad assumere una sfumatura totalmente diversa, oserei dire iridescente. Capii che era proprio lei a conversare con me, telepaticamente. “Ciao. Io sono Elena”, mi presentai senza indugio, poiché rasserenata da quella voce. “E tu? Come ti chiami?” “Non ho un nome…”, rispose la sfera con una nota di malinconia. “Sono scesa qui apposta. Mi sentivo sola e desideravo che qualcuno si accorgesse di me. Ho visto te, Elena, con gli occhi attenti puntati verso il cielo. Vorrei anch’io avere un nome.” La spiegazione della sfera mi lasciò interdetta, sia per la situazione surreale in sé, sia per la solitudine che traspariva dalle sue parole. Evitai di soffermarmi troppo sull’assurdità della situazione e proseguii l’insolita conversazione. “Se vuoi, posso darti io un nome.”, proposi timidamente. “Gioia, potrebbe essere questo il tuo nome. Immagino che tu venga da molto lontano; devi aver viaggiato molto per giungere fino a qui...” “Gioia… È un bel nome. Ti ringrazio, Elena!”, esclamò la sfera assumendo una tonalità cerulea. “Sì, vengo da molto lontano. Ho attraversato diverse stelle e diversi pianeti, prima di atterrare qui. Sai, spero di non sembrare vanitosa, ma dopo tutte queste miglia percorse in totale solitudine, sentivo proprio il bisogno di incontrare qualcuno che mi avvistasse. Grazie, Elena.” Non potei fare a meno di provare una certa ammirazione per la perseveranza della mia nuova amica. Ciononostante, stranita dalle circostanze, non seppi proferire ulteriori parole o complimenti; lasciai che fosse Gioia a continuare. D’altronde, non sono mai stata una persona loquace. “Il tuo pianeta è molto bello”, riprese Gioia. “Mi piacciono queste piante che ci circondano, non ne ho mai viste di così belle.” “Si chiamano alberi; questi sono dei tigli, per la precisione. E sono d’accordo con te: sono alberi bellissimi. In questi mesi, ci regalano tanta ombra e ci riparano dal sole, soprattutto nelle giornate più calde”, spiegai. “Avete un pianeta meraviglioso, è sicuramente uno dei miei preferiti”, riconobbe Gioia, tingendosi di viola. “Vorrei trascorrere più tempo qui e scoprire questo mondo, ma, purtroppo, devo andarmene. Non posso restare qui a lungo: sono nata per viaggiare nello spazio e il mio pianeta è così lontano e diverso dal tuo. Elena, ti ringrazio. Sono felice di aver stretto amicizia con te.” Una forte tristezza mi pervase: non volevo che Gioia se ne andasse. Le poche parole che ci eravamo scambiate, seppur brevi, avevano risuonato in me in modo così profondo e sincero. Tuttavia, compresi la necessità di Gioia e lasciai che partisse, senza protestare. “Buon viaggio, Gioia. È stato un vero piacere anche per me. Non ti dimenticherò mai!” Gioia iniziò a tingersi d’oro, proprio come quando era atterrata nel bosco. Il bosco venne irradiato da un bagliore caldo, un soffice abbraccio di luce che avvolse me e tutto ciò che circondava la sfera. Osservai Gioia innalzarsi lentamente, pronta a decollare. “Ciao, Gioia! Fai buon viaggio! Non ti dimenticherò!”, gridai. Gioia salì in volo verso il cielo, tracciando una linea retta con la precisione di un geometra. La osservai salire e salire, fino a quando non la persi di vista, confondendosi tra tutte le altre stelle. Ero nuovamente sola, pure io. Ritornai sui miei passi, raccolsi le mie cose e salii in sella alla mia bicicletta. Notai che l’elettricità era tornata: i lampioni illuminavano le strade e i palazzi con una luce gialla e sfarfallante che ispirava un certo tepore, ma non quanto il bagliore di Gioia. Riflettei a lungo su quanto era accaduto quella notte. Ancora oggi ci penso, e non so con esattezza se si sia trattato di un semplice sogno. In ogni caso, rimane uno dei ricordi più preziosi che io possieda. Nelle notti d’estate, mi capita sovente di soffermarmi a contemplare il cielo stellato, come quando, in preda alla nostalgia, ci perdiamo ad ammirare una cartina geografica alla ricerca della città in cui abbiamo trascorso le più belle vacanze, o di luoghi remoti che vorremmo esplorare. Buona lettura! Modificato 23 agosto da Quasar E' stata aggiunta una reazione da Ribble, LadyDarkrai, Alemat e 2 altri 1 3 1
Quasar Inviato Lunedì alle 18:01 Autore Inviato Lunedì alle 18:01 (modificato) Oggi, vi propongo un racconto breve scritto in occasione di un'edizione autunnale di Satoshi's Castle (settembre 2024; 2° posto), ispirato alla celebre fiaba I musicanti di Brema, secondo la versione dei fratelli Grimm. L'iniziativa prevedeva la riscrittura di una fiaba popolare, introducendo elementi e personaggi dell'universo Pokémon. Quella dei musicanti di Brema è una delle mie fiabe preferite e, di conseguenza, non potevo non ambientarla in una delle mie città preferite di Hoenn. Buona lettura! I musicanti di Mentania Spoiler La nostra storia inizia con un vecchio Rapidash nato e cresciuto nell’arido borgo di Brunifoglia, in uno degli angoli più desolati ed ostili della regione di Hoenn. Questo Pokémon svolgeva da anni mansioni affaticanti tra la sabbia pungente e la tetra cenere del Monte Camino. Lavorava sempre a fianco del suo allenatore, il quale, tuttavia, lo trattava di rado con riguardo e rispetto. Ciononostante, il povero Rapidash covava da anni un sogno: percorrere un lungo viaggio che lo avrebbe condotto fino al ridente paese di Mentania, noto per la sua aria corroborante, nonché per le rigogliose foreste che lo circondavano. Ivi sarebbe entrato a far parte della rinomata banda cittadina per guadagnarsi da vivere, ma soprattutto per dedicarsi alla musica, la sua passione più grande. In parole povere, era alla ricerca di una realtà totalmente diversa da quella che conosceva a settentrione, fatta di calura, polvere e solitudine. Fu in una mite mattina di marzo, in vista della primavera, che il nostro Rapidash partì alla volta di Mentania. Senza svegliare il proprio padrone, egli si incamminò all'alba con l’obiettivo di attraversare entro il tramonto l’aspro deserto che si estendeva ai piedi del Monte Camino. L’impresa riuscì e fu proprio all’uscita di quella temibile distesa di dune che trovò il suo primo compagno di viaggio, ovvero un vecchio Manectric. Questo Pokémon condivideva un passato alquanto simile al suo: dopo aver abbandonato il suo vile ed arrogante padrone, trascorreva la sue giornate scorrazzando liberamente tra Cuordilava e Ciclamipoli, ma pativa assai la solitudine. L’idea di raggiungere Mentania e di unirsi alla banda della città piacque assai al Manectric, che decise di seguire il nuovo amico da Brunifoglia. Ben presto la compagnia si allargò con l’arrivo di una dolce Delcatty di Petalipoli, tristemente trascurata dalla sua allenatrice, e di un simpatico Torchic di Cuordilava abbandonato dal proprio gruppo. Tra i quattro si sviluppò ben presto una splendida amicizia che permise loro di giungere fino alle porte di Mentania nel giro di pochi giorni, all'imbrunire. Ivi notarono la presenza di una casa abbandonata da tempi remoti e ammantata da una fitta parete di edera. Ad attirare la loro attenzione furono in particolare degli schiamazzi e delle luci provenienti dal suo interno. L’impavido Rapidash, il più alto della compagnia, si affacciò alla finestra, da cui potè scorgere una banda di Haunter e Gastly intenti a spartirsi una montagna di leccornie rubate agli abitanti di Mentania. I quattro musicanti, affamati e infreddoliti, pensarono che un simile rifugio provvisto di simili pietanze avrebbe fatto proprio al caso loro. Essi escogitarono celeremente un piano che misero in atto senza alcun indugio. Il Rapidash si avvicinò per primo al vetro, dopodiché il Manectric gli saltò in groppa. In seguito, l’agile Delcatty si arrampicò sul dorso di quest'ultimo; infine, il piccolo Torchic si appoggiò sulla sua amica. Compiuta l’opera, i quattro diedero vita ad un vero e proprio concerto con tutta la voce che avevano in corpo, per poi irrompere nella stanza sfondandone la finestra. Tale fu il terrore provato dagli spettri, convinti di avere a che fare con un Pokémon ancora più grande e cattivo di loro, che, nel giro di un minuto, abbandonarono la casa in preda allo sgomento. I quattro compagni poterono finalmente godere del bottino e ripararsi dalla gelida brezza serotina. Ma i Gastly e gli Haunter, nascosti sotto dei fitti cespugli per la paura e l’umiliazione, non si erano ancora dati per vinti: il gruppo di spettri era riuscito a convincere un Gengar a perlustrare l'edificio. Tale era la speranza di riacquisire il rifugio perduto e di riprendersi il tanto sudato bottino. I quattro Pokémon, avvertita la presenza di un estraneo, si prepararono ad accoglierlo nel buio più totale producendo un baccano ancora più assordante di prima. Inutile dire che pure il grande e perfido Gengar, colto alla sprovvista, si vide costretto alla fuga. Da allora nessuno osò disturbare nuovamente la casa ed i suoi nuovi abitanti. I quattro amici, accontentandosi di quel modesto rifugio e della compagnia reciproca, avevano deciso di trasformarla nella loro dimora. Dopotutto, avevano pur sempre raggiunto Mentania e avevano avuto l'occasione di dare sfogo alle loro doti canore. Modificato Lunedì alle 18:02 da Quasar E' stata aggiunta una reazione da evilespeon e Diamaxus 2
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