Vai al commento



[Vulpah] In morte del teatro


Vulpah

Post raccomandati

1. Fantaisie Impromptu

- Oggi non facciamo lezione-.

A quelle parole la borsa di Cristina cadde con un tonfo sordo. Le labbra tremanti, sorrette da un’espressione sofferta, cercavano di trattenere il pianto racchiudendosi tra i denti. Un dolore fisico che per un breve lasso di tempo le avrebbe fatto dimenticare la crudeltà  racchiusa in quelle quattro semplici parole che nel giro di una manciata di secondi erano state in grado di distruggerla psicologicamente. Avrebbe voluto fuggire dall'amarezza di quella frase, plasmandola a suo piacimento per chiudersi nell'inganno delle sue bugie, che riuscivano a rassicurarla.

"Sta mentendo" un sussurro nelle sue orecchie, forse portato dai gelidi spifferi delle finestre socchiuse.

"Sta mentendo" era quello che voleva sentirsi dire da lui.

Una bugia irrisoria, che l'avrebbe rassicurata, una bugia che non avrebbe mai detto perché non era in grado di ingannarla. A malincuore doveva accettare la realtà , senza scavalcarla.

Barcollò per un istante sulle sue gambe, ma riuscì ad evitare la caduta recuperando l'equilibrio grazie ai suoi talloni, ancora piantati a terra. Le sue mani erano serrate in dei pugni per trattenere l’irrefrenabile desiderio di comprimere il cranio dell’insegnante, mentre la schiena era contro il muro, quasi come a voler sopperire davanti ad un'accusa inesistente. Riusciva a sentire la scapola destra sfiorare lo stipite della porta, incastrandosi nell'interstizio che lo separava dal battiscopa.

Un dolore allucinante che ridusse le sue grida in un flebile sussurro, impercettibile. La bocca spalancata, nessun suono che usciva al di fuori. La sua volontà  chiusa in un mutismo inesprimibile, come il muro invisibile che si era eretto tra loro due. Un muro eretto dal suo timore di andare oltre a quel legame puramente professionale che si era creato in quei cinque anni di interminabili lezioni, dove aveva visto la sua pupilla maturare la sua visione fredda e realistica del mondo fin troppo velocemente. Non era più la bambina innocente che si nascondeva sotto la lunga gonna della madre per timore di incontrare, nove anni fa, quel viso severo che l'avrebbe accompagnata per tutta l'adolescenza in un raffronto legato solamente al vincolo della professionalità .

Solo per paura di spingersi oltre e arrivare a volerla bene.

In realtà  quel poco amore che gli era rimasto lo aveva dato a lei, ma era così poco che persino Cristina faceva fatica ad accorgersene. Rammentava che era cresciuta, anche se troppo in fretta. I lineamenti tondi e morbidi del viso sembravano alternarsi a tratti più rigidi e affilati, simili ai suoi, ma privi di quella sofferenza che aveva aggravato il carico delle sue spalle. Più inesperti, ecco.

Presto avrebbe dovuto lasciare quel volo che stringeva a sé, vedendolo sparire dalla sua vita in un battito d'ali. Si sarebbe ritrovato solo, con la sua gloria sfumata che gli rammentava di come al suo ritiro dalle scene nessuno gli chiese il motivo di questa sua scelta, nessuno si ricordò più di lui.

Lo lasciarono lì, da solo, a consumarsi tra le opere di Mozart e di Beethoven, o di qualunque compositore che aveva intrecciato la sua passione al sottile anello della follia, facendo che fosse la musica a dirigere la sua vita in una lenta danza verso la morte.

Cristina strinse i denti e piegò le spalle in avanti, riuscendo a liberarsi dal dolore che le attanagliava la schiena.

Doveva sopprimere la rabbia. Sua madre diceva sempre che la rabbia era cattiva consigliera, che non si doveva essere dominati dal desiderio di far del male a qualcuno, altrimenti ci avrebbero rimesso soltanto gli innocenti.

Ma in quella stanza l'unica che si sentiva sotto accusa era lei. Quegli occhi neri come due pozze di petrolio inespressive continuavano a guardarla in tralice, quasi come a cercare i suoi in un patetico scambio di emozioni. Uno sguardo non corrisposto dalla sua esitazione, che la stringeva con gli occhi incollati al pavimento. Riusciva a celare con una maestria impareggiabile le sue emozioni, che in verità  erano solo vigliaccheria.

Stava fuggendo da lui perché si sentiva delusa.

Ingannata.

Aveva chiuso i pugni velocemente, come se avesse qualcosa di importante tra le mani che non avrebbe dovuto lasciar cadere per nessuna ragione al mondo. Nonostante ciò, le braccia tremavano della consapevolezza di non poter far nulla contro di lui, perché troppo deboli, troppo inutili.

Non poteva fare più nulla, ormai.

Trasse un lungo respiro a pieni polmoni e chinò il capo, rassegnata. Stentava a crederci. Aveva accettato quell'amaro “no†per l'ennesima volta, senza aver provato a dissuaderlo.

Il quinto rifiuto in quel mese. Il quinto.

Non ricordava l’ultima volta che aveva sentito il sudore insinuarsi tra le sue tempie attraversando gli incavi delle guance, che il gesso delle punte si era scontrato con il parquet sotto le note frammezzate del vecchio registratore all'ombra di quello sguardo severo pronto a cogliere il minimo errore.

La paura di andare fuori tempo per estraniarsi dalla musica, l'ansia di non farcela, la stanchezza, e la felicità  di aver superato i propri limiti come conseguente naturale a tutte le sue sensazioni.

Troppo tempo passato senza sentire sulla pelle quelle emozioni.

Erano trascorse settimane da quando si erano spenti i lamenti degli archi e l’incessante crescendo del pianoforte che precedentemente dominava l’intera sala, attraversando le barriere invisibile del cuore di qualcuno che nutriva un odio immotivato per la musica classica, come lei.

Troppo silenzio in quella stanza.

Un silenzio riempito dallo sbattere nervoso delle sue ciglia e dal contorcersi immaginario del suo stomaco.

Era stata cresciuta come una delle tante bambine di questo mondo, dietro programmi televisivi volti ad educare i bambini, che dopo un paio di puntate parevano sortire l'effetto contrario, costringendo le madri a dilapidare il loro patrimonio nei gadget più disparati. Aveva trascorso gli anni dell'infanzia senza mai provare la gioia di vedere un libro con delle figure o di vedere un cielo stellato sussultando di meraviglia quando riusciva a tracciare nell'aria figure apparentemente prive di significato per gli altri. Un'infanzia vissuta senza mai essersela goduta a pieno.

Era sempre stata una bambina apatica che si era rivelata una ragazza di altrettanto schiva.

Fino a pochi anni fa aveva una visione magica e misteriosa della vita, come ogni fanciullo con grandi sogni per il suo futuro. Aspettative che con il passare del tempo erano appassite per colpa della sua stessa curiosità , che l'aveva portata a conoscere aspetti della realtà  celati volontariamente dai suo stessi genitori per timore di vederla soffrire.

Grazie a quel vecchio pianoforte a coda, tutto prendeva vita. Era lì che iniziava la vera magia, grazie alle dita dell’insegnante che con gesti fulminei faceva pressione sui tasti, producendo un’ampia gamma di suoni differenti a seconda della forza esercitata.

Quel pianoforte doveva essere stato suonato da dita ben più agili del maestro, e forse anche più importanti.

Una leggera patina di polvere gli conferiva una veste misteriosa, come un eremita in totale solitudine al limitare di un’esistenza tutta da raccontare. Dentro la tavola armonica, il rimpianto di non avere più nessuno da incantare con le sue storie, la frustrazione di tenerle tutte là  dentro, come se fossero destinate a consumarsi in un cupo silenzio. Era rimasto muto, a marcire tra la polvere dei suoi spartiti, senza avere nessuno da accompagnare con le sue melodie. Stava per morire, come stavano per tacere in quel modo i violini, i fagotti, le trombe. E non se ne sarebbe accorto nessuno.

Perché i pochi superstiti della musica classica erano destinati ad una fine del genere?

Perché doveva finire così?

Le vene iniziarono a marcare i suoi pugni, come il delta di un fiume che a momenti sarebbe straripato. Avrebbe voluto avere tra le mani qualcosa che fosse stato in grado di lacerarle la pelle. Provare dolore rilassava i nervi e la distoglieva dai problemi che non riusciva a risolvere prontamente.

Il registratore della sala non lo usavano mai, perché lui preferiva l’accompagnamento musicale alle basi registrate. Si trovava lì in un angolo della stanza, e ogni giorno assumeva una veste diversa a seconda delle necessità . La volta in cui Giulia venne ad assistere alle sue lezioni, venne trasformato in una perfetta casa delle bambole grazie ad una tovaglia dipinta per l'occasione.

Il Maestro voleva che Cristina riuscisse a sentire le note una per una, a scandire bene il ritmo per danzare in perfetta simbiosi con esso. Una di quelle poche cose che dopo tutti questi anni, non padroneggiava ancora alla perfezione. Non aveva il dono dell’orecchio assoluto, distinguere il Do dal Do diesis si rivelava un’azione più difficile di quanto sembrasse. Sarebbe bastato un altro paio d’anni di esercizi per padroneggiare alla perfezione il suo orecchio musicale, anni che sembravano triplicarsi, scorrendo con una lentezza inesorabile.

Voleva tornare a ballare, a sentire i piedi camminare tra gli interstizi di un filo spinato, voleva sentire quel dolore che la rendeva felice.

Le punte si scontrarono col parquet, fuggendo via dalla loro prigione e rotolando fin sotto i suoi piedi. I lacci in raso cercarono disperatamente di avvinghiarle le caviglie, di stringerle in quella morsa spesso compromettente per la circolazione, per loro ragione di vita. Sentivano l’impellente bisogno di fare quello per cui erano state create.

Non accennò una sola parola. Era inutile sprecarsi più di tanto, dopotutto. Non aveva più senso opporsi alle sue decisioni.

Ormai era da un mese che andava avanti così, nascondendosi dietro quel rifiuto, forse per paura di dirle che si era fatto troppo anziano per continuare a seguirla, che gli occhi si erano stancati a seguire ogni singolo movimento della sua amata allieva mentre danzava sulle note inflessibili del Don Chisciotte, che non riusciva più a mostrarle come dovesse eseguire i passi correttamente. Cercava di mimarli con le mani, ma nonostante le sue capacità  interpretative – indubbiamente superiori rispetto alla norma- ci volevano sempre un paio di lezioni in più per fare in modo che la ragazza capisse la meccanica di quell'esercizio.

Quando partivano le note del Don Chisciotte, l'animo di Cristina entrava in fibrillazione. Gli occhi ardenti di passione si sposavano alla perfezione con il suo temperamento vivace tipico delle gitane, quelle figure sensuali in grado di danzare con l’anima, ma al tempo stesso sfuggevoli ed eteree, difficili da tenere sotto controllo. Una Kitri cocciuta pronta a splendere sotto il sole dell’Andalusia. Quasi perfetta per quel ruolo.

“Quasi†perché si discostava troppo dall’immagine di Dulcinea, la popolana graziosa, melensa, a tratti priva di carattere. Entità  completamente differenti e in un certo senso, due facce della stessa medaglia. Per riuscire a interpretare alla perfezione il personaggio doveva essere in grado di passare da una personalità  all’altra senza che il pubblico se ne accorgesse.

Ah, l’arte della finzione. Una delle colonne portanti della danza, la più difficile da reggere.

Nonostante tutto, sentiva che lei sarebbe stata in grado di portarla sulle sue spalle. Non da sola, ovviamente. L’avrebbe guidata lui stesso nel suo ultimo viaggio tra realtà  e immaginazione, anche se aveva il timore di non arrivare al traguardo assieme a lei.

Quell’anno si sarebbe diplomata. Lui voleva essere lì al suo saggio, gonfio di un orgoglio celato al mondo esterno, custodito gelosamente nella speranza che la sua pupilla diventasse un’etoliè di tutto rispetto.

Il suo ultimo gioiello destinato a brillare.

Avrebbe voluto esternarle le sue impressioni positive, darle quel briciolo di soddisfazione che l’avrebbe spinta a migliorare, dirle almeno una volta “bravaâ€. Ma non poteva.

I complimenti erano inutili per il raggiungimento della perfezione.

- Siediti- mugugnò, indicandole lo spiazzo del parquet accanto al sedile del pianoforte.

Senza indugiare oltre, si sedette. Trovò il pavimento più comodo del solito, avendo il piacere di constatare che era privo di qualsiasi scheggia. Sembrava quasi che lui le avesse dato di proposito quel giaciglio, cosicché non si potesse fare male. Gli angoli della bocca si incurvarono in un sorriso lievemente accennato.

Dopotutto, poteva dire che dopo cinque anni di insegnamenti era nata una certa empatia tra di loro.

Un'empatia solo a metà : aveva l'impressione di aver non compreso nulla del suo carattere.

E aveva ragione.

Spesso ai suoi occhi poteva sembrare un essere crudele e senza emozioni, eppure dietro le sue decisioni c'era sempre un valido motivo, anche se oggi non riusciva a capire quale fosse. Portò le ginocchia al petto e infilò le mani negli scaldamuscoli, afflosciati negligentemente sulle caviglie. Percepì un piacevole torpore salirle sin sopra la schiena, come un abbraccio sfuggevole che le cingeva affettuosamente la vita. Si abbandonò a quelle braccia sconosciute, socchiudendo gli occhi. Non provava da molto tempo sensazioni del genere, almeno da quando sua madre aveva spiccato il volo.

…Dannazione, si era ripromessa di non pronunciare più quel nome.

Lentamente riaffiorarono alla mente i ricordi, in una successione rapida e fulminea. Memorie che lei stessa aveva soppresso per timore di vedersele nuovamente davanti, di finire definitivamente quella strenua lotta contro di loro. Una guerra che andava avanti da mesi, che l’aveva vista inginocchiarsi al suolo fin troppe volte. Molti erano i momenti in cui voleva arrendersi, rapita dalla stanchezza che pavida si avvolgeva tra le sue membra, intonando con un filo di voce la ninnananna che sua madre era solita a cantare solo per lei, quando la luna diventava una falce che abbracciava il suo fantasma completo.

Sei fai la brava l’angioletto arriverà ,

Se fai la brava tanti baci ti darà .

Al sapore di cioccolato al latte te li donerà .

E lei allora chiudeva gli occhi e faceva finta di dormire.

Appena i passi di sua madre si dissolvevano nel nulla, li riapriva di scatto, aspettando trepidante l’angelo notturno. Voleva catturarlo con la tazzina da tè della sua bambola preferita, cui vi aveva legato un bastoncino di legno in modo da farlo sembrare un retino di tutto rispetto. Al solo pensiero di stringere tra le sue dita quelle ali piumate, di accarezzarle e di sussurrargli dolci parole nella speranza di convincerlo a trattenerlo per sempre nella sua cameretta per ricevere tutti i baci del mondo, restava sveglia tutta la notte. Per un paio di giorni riusciva a ingannare la madre, mostrando una spigliatezza apparentemente insormontabile.

I riflessi continuavano a essere rapidi ed efficienti per una decina di giorni. Superato il limite per il suo corpo, i movimenti iniziavano a essere più tardivi, e il rendimento scolastico iniziava una lenta discesa per gli improvvisi attacchi di sonno nel bel mezzo delle lezioni. La madre notava le sue notti insonni solo dopo che lei tornava da scuola con dei lividi sparsi su tutto il corpo, segno delle numerose pallonate ricevute durante l’ora di fisica.

Nonostante i suoi sforzi quell’angelo non arrivava mai, e non sarebbe mai arrivato. Ma lei continuava a sperare. Non considerava minimamente il fatto che sua madre le avesse mentito solo per vederla felice.

Voleva solo illudersi che da qualche parte, ci fosse un modo migliore, pieno di angioletti che regalavano baci di cioccolato al latte, dove i pregiudizi e la cattiveria erano solo futili fantasie.

Angioletti crudeli che l’avevano privata della persona più importante della sua vita.

Le lacrime solcarono le sue guance come lava incandescente dai pendii di un vulcano. Un pianto che bruciava della consapevolezza di non poter far nulla davanti alle decisioni del destino.

Un brivido le percorse tutta la schiena, attanagliandola in una morsa che la costrinse a tenerla eretta, in una posizione innaturale per il benessere del suo corpo. La stessa che il suo insegnante intimava di eseguire durante il riscaldamento alla sbarra.

“Almeno sarà  contento di non vedermi con il busto ricurvo†pensava.

Alzò gli occhi e incrociò il suo sguardo. Ebbe l’irrefrenabile tentazione di abbassarlo nuovamente, come se improvvisamente la testa fosse diventata insostenibile per il collo. Non aveva il coraggio di affrontare quegli occhi neri, così vuoti e inespressivi ma che al tempo stesso riuscivano a mandarla in panico. L'impressione di nuotare in un oceano denso come una macchia d'olio, senza nessuno, senza una guida che l'avrebbe portata a riva. Il lampadario che le illuminava il viso sembrava essere la sua ultima salvezza. Si coprì gli occhi portando la mano alla fronte.

Il voltò si impallidì notando l'ombra dell'insegnante proiettata sul muro. Più grande di lei, più alta.

Un ostacolo insormontabile che si opponeva alla sua volontà .

Cercò disperatamente un appiglio, qualcosa su cui concentrare la propria attenzione.

- Bello il tavolo che abbiamo in salone, vero?- disse lei, trattenendo a stento una risata sguaiata.

Avrebbe voluto schiaffeggiarsi, la mano tesa sul volto era già  pronta. Tavolo?

Quelle parole erano uscite dalla sua bocca avventatamente, senza che lei fosse riuscita a fermarle in tempo, magari volgendo la frase a suo vantaggio, dicendo così qualcosa di sensato. Avrebbe dovuto farlo prima.

Ormai l’argomento l’aveva tirato in ballo, come se qualcuno le avesse tirato dalla gola quelle frasi insensate.

Doveva cercare di sostenere la conversazione, altrimenti si sarebbe chiuso in un mutismo inesprimibile, come faceva a ogni lezione.

Il Maestro -così si rivolgeva a lui- parlava solo quando era strettamente necessario. Cristina sapeva che uno dei pochi modi per convincerlo a inveire era di commettere durante un errore oneroso, imperdonabile, come non alzare abbastanza il passè nei developpè. Una delle poche cose che lo portavano all’esaurimento, specie se lo ripeteva svariate volte.

Era esilarante guardare la sua fronte corrucciata, l’espressione rigida e compunta incorniciata da un naso arricciato di un colorito rossiccio, in perfetto contrasto con la sua carnagione olivastra.

Fortunatamente, il volto era disteso, quasi come a voler mostrare una certa serenità  nascosta dalla sua serietà  professionale.

Mormorò qualcosa che somigliava a un vago consenso, passando le dita tra le scanalature degli intarsi in legno del tavolo. Contemplava silenziosamente le immagini incise sopra, che rimandavano a un Medioevo fantastico e indefinito, quasi surreale per i libri di storia rigorosamente scritti secondo le documentazioni di quell'epoca, spesso inaffidabili perché influenzati dallo scetticismo. Raccontavano un’epoca rozza, ignorante, dominata dalle streghe e da preti con la puzza sotto il naso che non si curavano del benessere spirituale dei loro concittadini, ma che pensavano solo ad approvvigionarsi delle ricchezze degli sventurati morti di peste, qualora fossero poveri o ricchi.

Nonostante tutto, sopra quel tavolo viveva tutta un’altra epoca, la faccia luminosa dell’oscura luna medievale. Il quadro accanto al vaso dei fiori mostrava fate di una bellezza ineffabile che spiegavano le loro grandi ali dinnanzi ai cavalieri impauriti, con la testa china sorretta dall’elmo in ferro che impediva loro di ammirare la bellezza di quelle misteriose creature. Più in là , al limitare di una cinta di pietra, un villaggio.

- Le piace? E’ un quadro che mio nonno regalò a mia madre. L’aveva fatto lui...- disse lei, abbassando meccanicamente lo sguardo.

Avrebbe voluto rimangiarsele quelle parole. Stava continuando a sostenere – invano- una conversazione con il suo insegnante, il che la faceva sembrare irrispettosa nei suoi confronti. Il labbro inferiore venne serrato dai denti nel disperato tentativo di non dire nulla che sarebbe stato fuorviante. Lo avrebbe rilasciato solo dopo essersi sufficientemente soffermata su quello che doveva dire. Solo se fosse stato un pensiero sensato, avrebbe parlato.

Il Maestro socchiuse gli occhi, e con un rapido gesto della mano trasse una sigaretta dalla tasca, adesso in bilico tra il medio e l’indice. La rigirò per un po’ di tempo tra le dita, guardandola stranito. Lanciò una rapida occhiata a Cristina.

Sapeva benissimo che una delle cose che detestava di più era il fumo delle sigarette, specie se a fumarle era lui.

Tante le volte in cui l'allieva gli aveva intimato di smetterla, troppe le volte in cui non era stato in grado di darle ascolto. Alzò le spalle e la rimise dov’era prima.

- Vieni. Ti devo far sentire una sinfonia di Tsciaikovsky. Credo che dopo averla finita di ascoltare, molte cose ti saranno più chiare- disse lui, con una voce atona e distaccata.

Si diresse verso il registratore con passo lento e strascicato, lasciandosi alle spalle un sospiro flebile, oppresso prontamente dalla sua volontà  nel restare impassibile quando parlava di argomenti del genere. Cristina si accorse che dietro alle sue parole si celava un tono sofferto, quasi angoscioso, ma non ebbe modo di comprendere la causa di tanto sconforto da parte sua. Picchiettò le dita contro il davanzale per distogliere dalla mente l'immagine sconcertata del suo insegnante. Cercava di pensare ad adorabili dalmata che si rincorrevano in un campo di fiori, a farfalle dai colori improbabili che aprivano le loro ali sopra le chiome di imponenti sequoie facendole sembrare alberi dai fiori iridescenti. Niente da fare.

Quel pensiero occupava un posto costante nella sua mente.

Iniziò a prendersi una delle ciocche ribelli che erano sfuggite al dominio del gel e iniziò ad arrotolarsela nervosamente tra le dita, finendo per liberarne un'altra decisamente più lunga di quella di prima. Se avesse continuato in quel modo sarebbe diventata un porcospino.

Sarebbe voluta entrare nella testa del Maestro, come quando gli psicologi ti invitavano a liberarti da ogni pensiero opprimente e dannoso. Solo in quel modo avrebbe compreso quali fossero le sue paure e perché le nascondesse dietro una sequela di movenze eclettiche che a lungo andare, erano sempre le stesse.

Cristina ne era convinta. Aveva paura di qualcosa, e stava cercando di nasconderlo in tutti i modi.

Il brusio della pioggia si fece man mano più compatto, celando il paesaggio che si poteva scorgere dalla finestra del soggiorno in una spessa cortina di nebbia, quasi come a voler nascondere uno spettacolo all’ombra di un sipario. Poggiò gli avambracci sopra il davanzale, portando le mani sotto al mento. Restò incantata dalle gocce d'acqua che si posavano sopra il vetro dando luogo a entusiasmanti che si concludevano la fine della loro breve vita. Adorava immaginare che dietro la pioggia si nascondesse uno spirito lunatico con una naturale inclinazione a compiere del male, dirigendo i venti e i temporali all'ombra di una sinfonia cupa e angosciosa, come un perfetto direttore d'orchestra che al sopraggiungere del canto degli usignoli, cambiando spartito e bacchetta, lasciava i primi boccioli in balia del dolce pizzicato di un'arpa ancora troppo distante per essere ascoltata.

Ci sarebbero voluti ancora mesi affinché se ne andasse quella malinconia opprimente che sembrava avvolgere ogni fibra del suo corpo, lasciando le sue membra sfiancate, annoiate da una vita che forse non meritava di essere vissuta.

Improvvisamente il registratore partì. Un cupo mormorio di fagotti sembrava invitarla ad una danza per onorare la morte di qualcuno, ma non la sua. Cercò di inghiottire un nodo alla gola inesistente.

Forse anche lei aveva paura.

Paura di varcare la sottile linea di confine tra lei e il suo insegnante.

Link al commento
Condividi su altre piattaforme

Primo paragrafo, veh :3

2. Pathètique (Parte 1 di 2)

Una delle poche cose di cui Cristina non riusciva a capacitarsi era l'età  dell'insegnante.

I capelli brizzolati gli conferivano un'aria da quarantenne, in preda ad un'ingente quantità  di stress segnata dal suo carattere facilmente irascibile, che riusciva a tenere prontamente sotto controllo parlando solo in casi di stretta necessità . Peccato solo che avesse già  una settantina d'anni che teneva nascosti con una maestria invidiabile, al punto di permettersi il ritiro dalle scene alla veneranda età  di quarantasette anni. Cosa piuttosto inusuale, dato che nel mondo dello spettacolo la carriera finiva verso i trentacinque anni, nel migliore dei casi.

Visto da dietro rasentava l'immagine sbiadita di una gloria sfumata, appassita.

Aveva le spalle curve e il busto perennemente inclinato davanti, una camminata stentorea che riduceva ogni passo a una smorfia di dolore nascosta al mondo intero per paura di trovarsi tra gli sguardi insofferenti dei passanti, ma anche per timore di veder scomparire una pietà  inesistente. Quella stessa pietà  che sembrava essere l'unica presenza accanto a lui. Ogni tanto sembrava rivolgergli uno schiaffo a mano tesa per riportarlo alla dura realtà , quel peso insostenibile che lo costringeva a restare con la testa china, ad annegare nella sua vergogna. Quell'amaro boccone che prima o poi tutti avevamo ingoiato almeno una volta nella vita.

L'unica valida ragione per continuare a vivere era in quella stanza, in quegli occhi azzurri. Realizzare il sogno di Cristina sarebbe stato il suo ultimo compito.

Il viso era costernato da rughe passeggere che si presentavano in a discapito del suo umore. Un naso affilato tranciava il viso in due, completava la bislacca caricatura di un famoso etoliè ritiratosi da tutto e da tutti, al tramonto di una carriera piena di successi involontari.

Non gli era mai interessato l' essere ricoperto da gridolini soffocati e da boquet colmi di ogni genere di varietà  floreali, voleva solo ballare per se stesso e per nessun altro. Tant'è vero che durante le chiamate al proscenio era l'unico che non si presentava. Non perché fuggisse da quella solita decina di persone che potevano definirsi “pubblicoâ€. In realtà , aspettava trepidante da dietro le quinte la fine dello spettacolo per godersi il silenzio della platea vuota, avvolta da una fioca penombra, popolata dalle anime ingiallite delle poltrone rammendate con il minimo indispensabile, con quello che si poteva trovare in giro.

Gli inservienti avevano abbandonato il teatro nel suo lerciume, smettendo di andare a lavoro solo per aver creduto ai soliti pettegolezzi delle "anziane del villaggio", come le chiamava lei.

Le anziane del villaggio potevano definirsi una presenza costante sin dai tempi della Prima Guerra Mondiale. Generalmente erano tre, ma nessuno escludeva il fatto di averne viste molte di più, per giunta nello stesso posto.

Di solito portavano dei cappotti in tweed, probabilmente tramandati dai loro antenati dato che nelle loro conversazioni si raggiungeva l'apice della massima attenzione - al punto da sistemare l'apparecchio acustico nel caso fischiasse- quando l' argomento, in genere, era l'ottima resistenza di quel tessuto. Naso adunco arricciato perennemente in una smorfia di disgusto, movimenti quasi simultanei. Segregate nella villa "San Giovanni" aspettavano invano la visita di un loro figlio in attesa di uscire da quella sorta di manicomio, con una meticolosa lista di persone da mandare allegramente a quel paese. Carola su tutti, con la sua ostinazione dei giochi serali e del bingo del sabato sera, neanche fossero in una trasmissione televisiva. Verso le quattro del pomeriggio, ora in cui la gioiosa addetta all'animazione portava a spasso i suoi due pincher spelacchiati con tanto di collare coordinato, le tre sorelle sgattaiolavano fuori dall'uscita di servizio per prendere un po' d'aria, e non quella mezz'ora di libertà  dietro il giardino della casa di riposo che veniva concessa a giorni alterni. Nessuno si accorgeva mai della loro assenza, nonostante fossero le più loquaci. Tutti erano assorti nelle loro routine, imprigionati in una sequela di movenze spesso fatiscenti. Sedevano inchiodati alle loro poltrone, le mani serrate ad artiglio sui braccioli, che occasionalmente affondavano nel pelo di Santy, il persiano della casa.

Quella situazione degradante generava nel loro animo un senso di ribrezzo mosso da una leggera pietà .

La loro postazione era nell'incrocio di Corso Buenos Aires, sulla panchina di metallo di fronte al negozio di videogiochi, accanto ad una bancarella gestita da un marocchino dal naso aquilino che sbandierava con fare irritante il suo motto, specie durante le giornate di pioggia:

"Signora, Signora! Compri, compri, cinque euro, cinque minuti!".

Il massimo che riusciva a guadagnare era la cinghia di una borsa di pelle in pieno volto di una ventenne e un minaccioso "con te ci vediamo dopo" da parte del fidanzato. Il tutto sotto lo sguardo divertito delle tre signore.

Una delle cose che più inquietava Cristina era la loro sorprendente abilità  di prevedere le sventure degli altri prima che realmente accadessero. E spesso avevano ragione.

Da un paio di settimane si erano incollate nel teatro comunale, sulle sedie dell'ultima fila. Come uno stormo di corvi sprezzanti, appollaiati sui rami rinsecchiti di un albero in fin di vita, urlavano a gran voce che il nuovo sindaco di Milano era intenzionato a chiudere il teatro per far posto ad un nuovo, costosissimo, inutilissimo centro commerciale.

Meno male che c'era la crisi…

Cristina socchiuse gli occhi per incentrarsi sulla sinfonia, mentre i fagotti si abbandonarono a se stessi lasciando posto agli archi entrati in un crescendo d'intensità  quasi sofferto. Affondò le unghie nei polpacci, più sbigottita che perplessa.

Di tutte le melodie che aveva sentito, nessuna mai stata in grado di trasmetterle un'angoscia del genere.

Il Maestro aprì un occhio e la guardò in tralice, come se avesse capito già  tutto. Si portò le braccia al petto e mormorò qualcosa con voce bassa, per assicurarsi che nessuno oltre Cristina sentisse le sue parole.

- Questa è l'ultima sinfonia di Tscaicovsky, la Patetica. Finì di comporla nel 1893. La prima esecuzione invece, fu programmata per l'ottobre di quello stesso anno- fece una pausa, poi si riprese - La critica lo definì come un testamento di morte dell'autore specie per l'ultima parte, l'Adagio Lamentoso. Una novità  che spezzò in due la critica musicale del tempo, dato che le sinfonie in genere si concludono con un Allegro, o con un Presto. Infatti Tscaicovsky riuscì a dare una drammaticità  teatrale a questa opera. "La morte del teatro", come la chiamo io-.

Le gambe della ragazza si lasciarono andare in un vivace dondolio, per sottolineare volutamente la sua perplessità .

Sapeva che lui stava cercando di comunicarle qualcosa, ma le riusciva difficile decifrare il suo volto cupo e inespressivo.

Non riusciva a spiegarsi il motivo di quella sinfonia angosciosa, nemmeno perché avesse insistito così tanto per sentirla. Evidentemente era quello, il suo timore.Tra non molto avrebbe visto scomparire una delle poche cose a cui teneva di più.

Quando un uomo perdeva la sua ragione di vita, quella serietà  che prima lo caratterizzava sparisce, lasciando posto ad un umanità  indifesa e fragile. Stava diventando il fantasma di se stesso, di una gloria che ormai non gli apparteneva.

Per dieci anni quel palco era stato la sua vita, un'esistenza orchestrata dal complesso sotto il loggione, che riusciva a capire da un suo sguardo il brano che avrebbero dovuto suonare per le esercitazioni.

Nella maggior parte dei casi, preferiva perfezionarsi sull'ultima variazione di Basilio del Don Chisciotte, ripetuta così tante volte che ormai non poteva permettersi di aspirare a vette più alte, perché le aveva già  raggiunte.

A lui non importava. In quel minuto scarso poteva definirsi realmente felice.

Quando iniziavano i solenni festeggiamenti del quartetto d'archi esplodeva in una rapida sequenza di gran jètes, spostandosi da un punto all'altro del palcoscenico con una leggerezza e una maestria tale da sembrare sospeso in aria.

Un'uccello che spiccava il suo primo volo, librando le ali al cielo al tepore della luce solare, all'ombra di una blanda scenografia accatastata sul fondo del teatro, abbandonata a se stessa.

E il sordo applauso dei musicisti sul fondo della platea, che si riduceva ad un'irriverente brusio sotto i suoi piedi,

la fatica che gli intorpidiva le gambe impedendogli di fare un inchino degno di quel nome, il sudore che si insinuava nelle tempie, il respiro affannoso. Una stanchezza che lo faceva sentire in pace con se stesso.

Erano passati anni da quando aveva provato sulla pelle quelle emozioni, eppure bastava andare indietro nel tempo per vedersele scorrere nuovamente davanti.

Come se la sua carriera fosse iniziata solo ieri.

Link al commento
Condividi su altre piattaforme

2. Pathétique (Parte 2 di 2)

Cristina prese la borsa che le aggravava le spalle. Era così pesante che aveva reso interminabile il tragitto per tornare a casa, nonostante avesse fatto meno di cento metri a passo sostenuto. Dopo essersi tolta la tracolla la lanciò in aria, non curandosi di dove potesse andare a finire.

Grazie al miagolio soffocato di Luna seguito da un suo zampettare fulmineo, capì che era finita accidentalmente sulla sua coda.

Ormai quel povero gatto aveva perso almeno due vite in una settimana, ne era sicura.

Abbassò lo sguardo e vide il gatto sfidarla con un'aria di sufficienza racchiusa in quei piccoli occhi verdi dalla pupilla serrata, nascosti nella penombra dell'angolo della stanza. La coda sinuosa volteggiava da una direzione all'altra, senza però toccare il pavimento.

Il pelo nero non faceva altro che renderla quasi invisibile alla vista, escludendo il viso macchiato di bianco.

Un cielo notturno, senza le stelle.

Cristina la guardò in tralice, come se avesse capito cosa stesse insinuando sotto i baffi. Un ridicolo sorrisino per smorzare quella vocina ritardata che faceva ogni qual volta parlasse con lei.

- Cosa vuoi, eh? Giulia non ti ha ancora dato la cena?-.

Si limitò ad alzarsi, sfiorando il polpaccio con la coda. La sua camminata saccente rasentava alla perfezione il suo carattere, schivo e freddo come ogni gatto che si rispetti dopo i cinque anni di vita.

Cristina si girò istintivamente, e la vide seduta accanto alla scodella vuota, con la coda tra le gambe. Sembrava quasi dire "muoviti a riempirla". Fece un miagolio stridulo per assicurarsi che avesse capito.

Mise una mano tra i capelli. Il suo mal di testa le impediva di pensare a qualsiasi genere di imprecazione nei suoi confronti. Se non fosse stato per Giulia quell'odioso gatto avrebbe già  trovato un posto in strada. Soprattutto per i peli che lasciava sui cuscini e sui vestiti.

- Va bene, va bene! Ora ti prendo da mangiare!- borbottò lei, inginocchiandosi sulle piastrelle della cucina per aprire il cassetto inferiore, dove c'era l'agognato pacco di croccantini dell'animale.

- Cri! Finalmente, sei arrivata a casa!-.

Alzò la testa e si sporse leggermente fuori dallo stipite, stringendo con la mano libera il sacco del mangiare per il gatto.

Quella vocina fragile e candida era irriconoscibile. I suoi passi piccoli e veloci si fecero strada per il corridoio, e in men che non si dica, due braccia le stavano cingendo il collo. Prese con le mani i suoi polsi e sorrise, senza lasciare spazio alle parole per evitare qualsiasi genere di malinteso. Il calore che emanava la sua solarità  era una delle poche soddisfazioni che riceveva quando rientrava tardi da danza e la stanchezza le sussurrava di abbandonarsi dolcemente al comodo letto della sua camera.

A dispetto della palla di pelo definita animale domestico, voleva bene a Giulia come una sorella.

Non era legata a lei in nessun modo, neanche con il sangue. Sua madre l'aveva adottata poco prima che morisse in circostanze tutt'ora inspiegabili. Aveva paura che un giorno si ritrovasse sola, senza nessuno, perché dopo averla concepita non ebbe più la possibilità  di garantire a Cristina una sorella o un fratello. Per questo motivo l'avevano portata a casa con loro, salvandola dalla vita invivibile dell'orfanotrofio. Quando l'avevano presa aveva due anni, mentre adesso ne aveva dieci.

Era passato troppo tempo affinché lei si potesse ricordare qualche dettaglio della sua vita passata.

In un certo senso era una fortuna. Vivere crogiolata nell'ignoranza, felice di non sapere nulla della sua esistenza, l'aveva resa una delle ragazze più fortunate al mondo. Nascondersi dietro bugie che nessuno avrebbe mai scoperto poteva sembrare un atto vigliacco, ma lo faceva per il suo bene. Magari tra una decina d'anni l'avrebbe scoperto, e non ci sarebbe rimasta tanto male. O almeno, era quello che sperava.

- Giù, che ci fai fuori dal letto a quest'ora?-

- Voglio giocare con la mia sorellona!-

Si mise una mano sopra la testa e cercò di escogitare un modo per non ferirla. Era troppo stanca, l'unica cosa che voleva fare era abbandonarsi tra le coperte del suo letto. I suoi occhi sgranati nella speranza di farle cambiare idea non l'aiutavano di certo.

- Dai, facciamo domani… adesso vai a dormire, va bene?- disse lei cercando di fare un sorriso, dopo aver messo dietro il suo orecchio un ricciolo moro che si ostinava a restare eretto.

La bambina sbuffò, mormorando qualcosa con voce talmente bassa che dalla sua bocca uscì nient'altro che un borbottio incomprensibile.

Fece dietrofront e tornò in camera sua, mentre lo strusciare delle gambe di Mr Pig, il suo maialino di pezza, riempiva il silenzio della stanza nell'involontario tentativo di ripulire il pavimento.

Cristina fece un lungo sospiro e si alzò da terra, dando un paio di manate al suo jeans per assicurarsi che non fosse sporco. Aprì il palmo che reggeva il pacco di croccantini, facendolo cadere non molto lontano dallo sguardo intristito del gatto, che aveva assistito alla scena e già  stava preparando la sua faccia da elemosina. Pazienza.

Avrebbe mangiato un'altro giorno.

Si strofinò gli occhi, le palpebre semichiuse, data la sua indomita stanchezza. Stanchezza immotivata, perché quel giorno si erano esercitati affatto. Non avevano fatto nemmeno il riscaldamento, il rito sacro che precedeva ogni singolo esercizio, e che facevano anche se non c'era tempo per spiegare passi nuovi.

Magari è colpa del tempo, pensò lei.

Doveva smettere di rifugiarsi dietro futili scuse. Prese le spalle con entrambe le mani e si trascinò con fare stanco e annoiato verso la sua camera, non molto distante dalla cucina. Lasciò ricadere la testa sul cuscino, che in quel momento era diventata insostenibile.

Il suo sguardo si posò meccanicamente sul soffitto. Era d'un bianco pallido, che s'imbruniva al limitare dei quattro angoli, conferendo alla stanza un aria più opprimente di quanto sembrasse. Piatto come la superficie della sua vita.

Quella era una delle sere ideali per chiamare Vincenzo e iniziare una lunga chiacchierata che sarebbe durata tutta la notte, o almeno finché non le avessero staccato la linea telefonica per le bollette esorbitanti. Gli angoli della bocca si smussarono in un lieve sorriso non appena sentì l'energico russare della bambina. Si mise la mano sul petto, il cuore ancora palpitante dallo spavento. Le rincuorava il pensiero che non avrebbe sentito nulla di quella telefonata. Senza muoversi dal letto, alzò il braccio prendendo il cellulare sopra il comodino.

" Vincy…" mormorò lei, non badando alle grida che aveva sentito dall'altro capo del telefono, probabilmente della sua sorellina.

"Come mai mi chiami a quest'ora? Hai svegliato Asia" borbottò, cercando di non risuonare infastidito, dato che in realtà  lo era.

"Ho bisogno di vederti".

A quella frase si rabbuiò, facendo cadere la conversazione in un silenzio che metteva in disagio entrambi. Prese un lungo sospiro, la mano sul petto che stringeva la maglietta per smorzare la voce rotta dal nervoso.

"Dai, vediamoci tra una mezz'oretta al parco sotto casa, sempre se ti va bene…" disse lui, chiudendo con fare piuttosto sbrigativo la conversazione, chiudendole la cornetta del telefono letteralmente in faccia.

Di solito non risultava mai così accondiscendente nei suoi confronti, anzi. Doveva sempre spendere qualche minuto in più nel tentativo di convincerlo a venire da lei, specie se si trattava di dover invogliarlo ad alzarsi dal suo divano, un'essere sacrosanto per lui, che doveva essere rispettato con tutti i diritti e le lodi che venivano concesse ad un essere reale in carne e d'ossa.

Vincenzo era uno di quei tipi così maledettamente pigri da doverlo trascinare via dalla propria casa per convincerlo a respirare l'aria malsana del sobborgo di Lima, certamente più sana di quella della sua abitazione. Lì la pulizia era una possibilità  che bene o male, capitava una volta ogni due settimane.

La sua indomita sfrontatezza per lei era l'argomento centrale delle loro discussioni, almeno quando lei arrivava al limite dell'irascibilità . Quei suoi innegabili difetti, nonostante tutto, lo completavano come persona, sicché aveva pregi così ammirevoli che poteva passare sopra a qualsiasi carenza del suo carattere. Era una di quelle poche persone di cui si poteva fidare, se non l'unica. Quando aveva bisogno di sfogarsi o di consolarsi lui era sempre lì, a tenderle la mano in qualsiasi momento di necessità  per uscire dal tunnel nel quale lei stessa si era addentrata volontariamente, non sapendo cosa le avrebbe riservato. Un'orizzonte buio e infinito senza traccia di luce, prima che arrivasse lui.

Nessuno era perfetto, né tantomeno Cristina poteva permettersi di dire che lei lo era.

Gettò una rapida occhiata allo schermo dell'orologio digitale sul comodino. Erano le quattro del mattino. Non poteva biasimare Vincenzo, che in quel momento le era sembrato apatico. A quell'ora le persone normali dormivano, ed evidentemente era stata così incosciente da averlo svegliato.

La luce al neon della sveglia era l'unica fonte di luce presente nella stanza, proiettando sul soffitto un bagliore vagamente bluastro.

Sembrava quasi il riflettore di un palcoscenico pronto a mettere in mostra anche l'errore più superficiale.

Si strofinò l'occhio, boccheggiando per la stanchezza. Stava quasi per andare in cucina con l'intenzione di farsi una tisana alle erbe quando sentì provenire dal corridoio uno strusciare di zampe a lei familiare.

Era Giulia. La graziosa treccia che le incorniciava il viso, fatta da lei con tanto amore quella mattona si era ridotta a un groviglio inestricabile. Le occhiaie le accerchiavano le pupille come ombretto in eccesso, mentre stringeva Mrs Pig per le zampe posteriori - cosa che non faceva mai perché, giustamente, poteva venirle un'emicrania stando a testa in giù-, con la testa poco distante dal pavimento. Quello era uno dei suoi soliti attacchi di insonnia. Per colpa dei fantasmi cattivi che la tenevano sveglia, diceva lei. Tra non molto avrebbe supplicato Cristina di dormire assieme a lei nel letto matrimoniale, così non sarebbe rimasta sola.

- Cri…- mormorò lei, stringendo ancora più forte la zampa del suo maialino di pezza.

- Sono arrivati i fantasmi cattivi?-

Non una parola uscì dalla sua bocca, si limitò solo ad annuire. Il volto di Cristina si schiuse in un sorriso appena accennato, per il timore di scoppiare in una fragorosa risata, offendendola.

- Facciamo così… che ne dici se per questa sera facciamo campeggio fuori il balcone, per vedere le stelle- chiuse gli occhi, fece un grande respiro e poi continuò - così scacceremo i fantasmi cattivi, che ne dici?-.

A quelle parole il volto di Giulia ritornò a splendere rasentando appena quell'innocenza che era solita a trasmettere ogni momento della giornata, rischiarando l'umore di Cristina ogniqualvolta fosse irritata per una giornata andata male, o almeno non secondo i suoi piani settimanali meticolosamente pianificati per il timore di trovarsi di fronte ad una situazione che non sarebbe riuscita a tenere sotto controllo. Odiava gli imprevisti, e adesso stava cercando di affrontare uno di quelli.

Si avvicinò alla sorellina, inginocchiandosi leggermente per poter vederla negli occhi. Quelle pupille inespressive come un cielo notturno senza stelle, erano del tutto differenti dallo sguardo magnetico dei suoi parenti, così come i lineamenti del volto, più rigidi e affilati rispetto ai suoi, morbidi e tondeggianti, che a prima vista trasmettevano fiducia.

Sua madre non le aveva mai detto di che nazionalità  fosse Giulia, anche perché era difficile associare il suo accento ad un altro paese, perché nel giro di pochi anni si era perfettamente camuffato al punto da sembrare perfettamente italiano. Posò le mani sulle sue spalle, per poi alzarsi dal pavimento sotto lo sguardo vigile di Giulia che seguiva ogni suo movimento, attendendo silenziosamente il momento in cui sarebbero uscite fuori dal balcone. Una moltitudine di domande le balenavano in testa, troppo velocemente per fare in modo che ne uscisse una di senso compiuto dalla sua bocca, riducendosi così ad un'accozzaglia di pensieri confusi. Avrebbe voluto sapere se sua sorella l'avrebbe mandata nel giardinetto sotto casa per cercare legna da ardere per arrostire il pacco di marshmallow prossimo alla scadenza, oppure se l'avrebbe detto di mettere a freno il suo entusiasmo, di chiudere gli occhi e di ascoltare i rumori della natura - anche se, sfortunatamente, l'unico brusio che riusciva a sentire erano le fusa occasionali di Luna.

A lei non importava. Sapeva che la sua sorellina avrebbe mantenuto la promessa, anche perché quella notte in campeggio era uno dei desideri espressi segretamente la scorsa vigilia di Natale nella speranza che Babbo Natale lo ascoltasse.

- Allora tu aspettami qui che prendo tutto il necessario, va bene?- disse Cristina, indicando alla sorella la sedia della cucina.

Senza indugiare oltre, cercò di sedersi sullo sgabello. Dopo alcuni istanti di difficoltà  per colpa della sua altezza, si mise a ciondolare allegramente gambe in attesa del suo ritorno, osservando la sorella sparire da dietro lo stipite della porta.

Una manciata di minuti e tornò da lei con due grossi sacchi a pelo, uno dietro la schiena e uno sulla spalla, che copriva gran parte della sua visuale. Non voleva entrare in cucina per paura di sbattere contro qualcosa di fragile, con la conseguenza di un disastro immane da pulire.

Cristina alzò il braccio da dietro l'enorme sacco a pelo, mentre il tintinnare dei suoi numerosi braccialetti lo seguì in un fruscio impercettibile.

Nel vedere la sorella emulare alla perfezione l'idea di fenomeno a baraccone, Giulia si coprì il viso nel tentativo di trattenere un risolino a denti stretti, uscito dalla sua bocca involontariamente, senza prima pensare ad un'eventuale reazione brusca da parte sua.

Ebbe l'impressione di aver visto di sfuggita un'espressione offesa, coperta dal suo sacco a pelo.

- Guarda che ti ho sentito, eh!- borbottò lei, facendo scorgere appena i suoi lunghi capelli castani.

Come se non lo avesse già  capito.

Si avvicinò a Cristina, prendendo il sacco a pelo che le copriva la faccia. Ebbe il piacere di constatare che nonostante fosse molto più grande di lei, era incredibilmente leggero.

Dopo esserselo messo dietro alla spalla, spinse la sorella con la mano libera, in direzione del balcone che, fortunatamente era già  aperto.

Riuscì a carpire la differenza tra l'aria opprimente del loro appartamento e tra la brezza notturna del fantomatico mondo esterno quando scese il primo gradino del terrazzo. Un leggero soffio di vento le passò tra i capelli. Socchiuse gli occhi, e sorrise. Era tutto come aveva immaginato.

Tra gli interstizi delle piastrelle verdi sbucava occasionalmente qualche pianticella selvatica, il che conferiva al loro spazio aperto una nota selvaggia che rendeva tutto più emozionante. Oltre le sbarre di rossastre della ringhiera che un tempo doveva essere d'acciaio, si estendeva sotto i loro sguardi un panorama mozzafiato.

Gli alberi diramavano le loro chiome al cielo, quasi come a voler raccogliere le poche stelle rimaste, conficcandole nei rami. Tra il fogliame iniziavano a passare i primi raggi del sole che stava cominciando la sua ascesa al cielo dalla collina dietro la loro casa, così come era solito a fare ogni giorno, in quel ciclo che si ripeteva all'infinito. Assieme all'alba sembrava stesse riportando l'azzurro del cielo, che in quel momento si stava mescolando all'oscurità  notturna dissolvendosi in una fioca sfumatura perlacea. Più in là , al limitare di un ponte, quattro case sperdute aprivano le loro finestre al volgere del nuovo giorno. L'unico a mancare all'appello era il gallo della periferia, che si svegliava ogni mattina con la precisione di un orologio svizzero. Da qualche parte si faceva strada il sordo cantare degli usignoli, mentre la brezza notturna di prima si stava trasformando in un vento fastidioso quanto persistente. Una folata di vento le scompigliò i capelli, i boccoli neri si portarono in avanti sfiorandole le guance. Alzò istintivamente la mano per bloccare quella di Cristina, già  pronta per sistemare i suoi ciuffi ribelli. La sua precisione maniacale la mandava sui nervi.

Sbuffò.

Con il sopraggiungere dell'alba erano sfiorite tutte le speranze che aveva riversato della promessa di sua sorella.

Come avrebbero acceso il fuoco con quella catasta di stuzzicadenti?

Come avrebbero visto le stelle se a momenti sarebbero scomparse?

La sua adorata sorellona era una bugiarda che le aveva mentito solo per assicurarsi che stesse zitta e tornasse a dormire.

Cristina stava già  per aprire la busta di marshmallows quando vide la sorella con le braccia al petto e un'espressione artisticamente offesa -con tanto di labbro inferiore sporgente-, nel tentativo di trattenere i ridicoli singhiozzi che erano soliti ad uscire quando era sull'orlo del pianto, intollerabili per una bambina di otto anni come lei. Troppo grande per piangere ma al tempo stesso troppo piccola per rendersi conto di non avere la maturità  di Cristina, in grado di volgere a suo vantaggio anche le situazioni irreversibili. Si strinse la maglietta sul petto, la mano libera sul pavimento, mentre la schiena sussultò per un'istante, data la frescura delle piastrelle di ceramica. Sentì un formicolio passarle tra le dita, ma non ci fece caso più di tanto. Le labbra erano schiuse in una morsa forzata, per cercare di trattenere le lacrime. Doveva crescere e diventare più grande di sua sorella. Smettere di piangere e affrontare la realtà  senza fuggire era il primo passo. Avrebbe lasciato Mrs Pig alla fine, anche se era l'aspetto più immaturo del suo essere bambina. Ma non era pronta ad abbandonarla, almeno non adesso. Il solo pensiero di lasciare il suo maialino di pezza al destino la inquietava non poco. Non avrebbe più avuto un compagno di giochi con cui ridere e scherzare, sfogandosi delle noiose verifiche della maestra di matematica, degli amici che andavano e venivano perché dicevano troppe bugie per rifugiarsi in una realtà  tutta loro, fatta solo di inganni e false promesse.

Alzò gli occhi al cielo, lasciandosi andare in un sospiro pesante, mentre la testa ricadde all'indietro sul cuscino imbottito del sacco a pelo. Il frusciare dei suoi capelli crespi le dava leggermente fastidio. Per ovviare a quel problema si girò su di un fianco, lasciandoli cadere dietro alle sue spalle.

Il cerchietto rosso che Cristina le aveva regalato era sul pavimento, tra le zampe di Luna che pigramente lo faceva volteggiare come se fosse una trottola, allontanandosi impaurita quando lo spingeva troppo velocemente e schiaccava la sua coda.

Socchiuse le palpebre e si addormentò stringendo Ms Pig sotto il braccio, non curandosi del sole che si era levato alto in cielo da mezz'ora.

Sognava.

Sognava di crescere, di diventare una più grande il prima possibile.

Non abbracciare la vita ogni momento, ma farla scorrere più velocemente.

Vivere il tempo come se fosse solo un male da estirpare che comprometteva la sua libertà .

Spiccare il volo con la consapevolezza di non avere ali abbastanza forti.

Link al commento
Condividi su altre piattaforme

Fatiguè de vivre

L'unica cosa che riusciva percepire, in quel momento, era la stanchezza.

Una stanchezza che sembrava accarezzare dolcemente ogni membra del suo corpo, sussurrandogli di abbandonarsi nella morsa del suo vecchio materasso dell'anteguerra, in un sonno che sarebbe potuto essere l'ultimo da un momento all'altro.

Ormai erano mesi che non dormiva più di cinque ore al giorno.

Anche se il suo corpo sembrava averci fatto l'abitudine, le occhiaie sotto le palpebre non erano i rimasugli del trucco che la sua truccatrice applicava con tanta pazienza prima dello spettacolo, senza proferire qualsiasi lamentela se il lavoro durava più di due ore.

Nonostante sapesse benissimo che tutte quelle meravigliose sensazioni -la fioca luce dei riflettori, il brusio dell'orchestra sotto i suoi piedi, gli occhi che sussultavano di meraviglia- erano solo ricordi sbiaditi della sua memoria, dai contorni incerti, non riusciva ancora ad accettare che quel sipario per lui si fosse chiuso per sempre.

Dopotutto, voleva continuare a restare in equilibrio sopra quel filo sottile, dove da un lato sentiva la necessità  di abbandonarsi alle vecchie glorie del passato, mentre dall'altro pesava silenziosamente la preoccupazione di non svegliarsi più da un momento all'altro.

Nonostante avesse paura di lasciare andare l'aquilone della sua vita, che in un tempo troppo lontano per essere riesumato dai ricordi era stato lui stesso a fargli prendere il primo volo in un imprecisato pomeriggio d'agosto della sua infanzia; non voleva cedere. Non poteva cedere, almeno per lei.

Socchiuse gli occhi, mentre lo scatto della serratura appena aperta lo fece sobbalzare per un attimo.

Andava tutto bene, forse fin troppo.

Le sue dita lunghe, sinuose, si posarono delicatamente sulla porta d'ebano cercando di esercitare la minor forza possibile, in modo da ridurre il suo tipico scricchiolare che a lungo andare era diventato fastidioso persino per lui e per Sol, il suo persiano spelacchiato di tredici anni.

Prima di varcare la soglia di casa, un sospiro.

Bastò che la suola consumata delle scarpe di pelle sfiorasse appena la moquette poco sotto il gradino che segnava il confine tra il ventunesimo e il diciassettesimo secolo ed ecco spuntare in lontananza la sua coda scarmigliata, assorta nell'armonia di una posizione d'allerta meno rigida del solito, data l'assenza di sconosciuti.

Le rilegature dei numerosi libri disposti disordinatamente sopra gli scaffali, che occupavano ambedue le pareti per poi quasi incontrarsi in un abbraccio culturale intriso dai resti di un tardo Settecento classicista, non erano segno di una mente disorganizzata nei confronti del mondo esterno; il suo disordine apparente era alla base di un accurato studio che con il tempo era riuscito ad affinare, anno dopo anno, sempre con la stessa costanza e pazienza.

L'odore ammuffito delle pagine dei tomi più antichi, leggermente imbruniate ai bordi dallo sfogliare frenetico di dita rapidi e veloci che l'avevano ridotte ad una manciata di fogli fragili pronti a sbriciolarsi alla minima folata di vento, si espandeva silenziosamente per tutta la stanza, quasi come avesse il timore di turbare l'armonia della casa.

Sopra il ripiano della mensola nella sua posa rigida e compunta, un manichino in miniatura, uno di quelli che usavano i disegnatori professionisti per rispettare le proporzioni del disegno: la gamba rigida leggermente piegata in avanti, quasi come se non riuscisse a sostenere l'altra in attitude, mentre le braccia poco sopra la testa incorniciavano il burattino che nella sua semplicità , era l'unico oggetto dei suoi ricordi legati a quella vita che aveva voluto brutalmente cancellare dalle pagine di ogni libro.

In quei pochi spazi che intercorrevano tra la fine di una libreria e l'inizio di un'altra, la carta da parati, ingiallita, in alcuni punti scrostata, lasciava spazio alla nuda intelaiatura che era la base delle pareti della casa: le venature biancastre della betulla si intrecciavano in una danza passionale, a volte allargandosi, quasi come a formare un lago tra i ruscelli striminziti.

L'eremita nella sua baita di montagna, immerso nella quiete nebbiosa dell'autostrada Milano-Genova socchiuse gli occhi, un sospiro interrotto dal miagolare sottotono del micio.

I passi lenti, calmi e sicuri, si fecero strada verso il corridoio che conduceva alla cucina: le spalle piegate in avanti, come se volessero sopperire a quell'ingente stanchezza che affaticava giorno dopo giorno ogni membra del suo corpo; la testa, contro tutti i limiti della logica, era girata verso destra, nonostante la cucina fosse pochi metri davanti a lui.

Aveva paura di incontrare l'errore più grande della sua vita, racchiuso in una fotografia sul lato sinistro del corridoio.

Solo che due settimane fa l'aveva spostata, e ahimè se l'era dimenticato, insieme a tutte quei momenti che per una ragione o per un'altra erano da dimenticare.

Incrociò di sfuggita un paio di occhi neri che riversavano nelle sfumature del castano. Due pozze d'inchiostro talmente gradi da sembrare inespressive, come le sue.

Aveva girato la testa verso il lato opposto: ma non poté fare a meno di tornare a fissare quel ritratto, quasi se come quello sguardo senza nome congelato dallo scatto del fotografo avesse una forza magnetica.

Era il senso di colpa, quello sconosciuto: continuava a rinnegare la sua esistenza anche se sapeva perfettamente di doverlo affrontare ogni giorno. Aveva paura, ma non poteva sfogarsi con nessuno.

Urlare al mondo intero quanto sia stata ingiusta la vita sarebbe stato perfettamente inutile.

La vita non era mai stata giusta: qualora capitasse un avvenimento di rilevante importanza che andava a concludersi positivamente, c'era sempre qualcosa che sconvolgeva totalmente il delicato

Lo sapeva bene lui, e sprecava ogni giorno della sua esistenza

In quel ritratto, una chioma imprigionata in un caschetto geometrico, dove la libertà  di quei pochi ciuffi ribelli era stata soppressa da un paio di mollette per capelli; ma quella bambina, che ad occhio e croce non doveva avere più di sette anni, sorrideva, stringendo tra le braccia un pallone da calcio sgonfiato, forse preso sul ciglio della strada al memento sbagliato.

Un sorriso rimasto intatto nel tempo, un sorriso rimasto sul suo viso per sempre, un sorriso che non vide mai l'ottava candela sulla sua torta.

Le bretelle della salopette di jeans, troppo larghe per la sua minuta corporatura, cadevano poco sotto le spalle; la maglia a righe sporca di fango era unta e sdrucita; quei pochi buchi che si intravedevano appena sotto la scollatura a barca erano stati rattoppati con il minimo necessario, con stoffe di diversa foggia e colore. Un Arlecchino in tuta di jeans che viveva solo per veder correre quel dannatissimo pallone da calcio, che teneva sottobraccio.

Se solo avesse smesso di rotolare, quel ritratto non avrebbe avuto ragione di esistere.

Non voleva dimenticare il ricordo di quella bambina: senza quella foto si sarebbe idealizzato, diventando inutile, occupando il posto più recondito della sua memoria.

All'improvviso, uno squillo.

Link al commento
Condividi su altre piattaforme

PARTE II

All'improvviso, il telefono squillò: uno di quegli occasionali imprevisti che animavano lo scorrere dei suoi giorni piatti, senza spessore.


Svogliatamente, andò a rispondere al telefono: intanto era già  partita la musichetta demenziale che annunciava l'arrivo di una chiamata, e non quello di un messaggio.


Non avrebbe mai potuto immaginare quella telefonata come l'ennesimo imprevisto che avrebbe sgretolato il suo piccolo mondo, ricostruito con tanta fatica sopra le macerie di una vita dimenticata.


- Scusi… parlo con il signor Leandro Perez Prieto?-


Da quanti anni non sentiva più quel nome posarsi sulla bocca di voci sconosciute, senza volto?


Se l'era quasi dimenticato. Non sentiva il bisogno di ricordarselo, dopotutto.


Di gente realmente importante ne aveva incontrata poca.


Solo loro conoscevano il suo vero nome che in genere si eclissava dietro l'appellativo di "Maestro".


A pensarci era stato anche un bene, perché le persone superficiali non meritavano di scoprire ciò che era stato nascosto a loro. Erano annoverate nella lista degli esseri più inutili, da cui bisognava subito prendere le distanze. Per condurre una vita il più possibile felice.


Anche se a volte quella superficialità  ritornava a galla, all'improvviso.


Era un virus impossibile da debellare.


- Sì…- mormorò lui, cercando di nascondere l'incredulità .


- Nel 2005 dirigeva il Teatro delle Rose, o sbaglio?-.


Eh no che non sbagliava.


Ah, il Teatro delle Rose. Lo ricordava come se fosse ieri. Quel giorno in cui cambiò ogni cosa, il giorno in cui fu lui a stravolgere il delicato meccanismo di una compagnia sull'orlo del disastro.


Fu un anno stranamente piacevole: tutto andava bene, forse fin troppo.


Ogni spettacolo raccoglieva una discreta platea, più o meno interessata a cogliere la poesia che si celava dietro il balletto rappresentato. Gli applausi c'erano, ma erano svogliati, senza entusiasmo.


Come ogni cosa apparentemente bella, durò poco: un pubblico passivo non meritava un direttore che metteva l'anima dietro ogni spettacolo. Tanto valeva andarsene.


Neanche la sua mente riusciva a mettere a fuoco i sentimenti provati durante quell'anno: ricordi portati via dal vento, ricordi forse felici, ricordi che non meritavano di essere riesumati, ricordi dopotutto, inutili.


Perché la felicità  effimera che aveva smesso di inseguire da tempo occupava solo un misero giaciglio del suo inconscio, aspettando di essere presa.


- Perché questa domanda?-


La riposta non tardò ad arrivare.


- Abbiamo appena rinvenuto una serie di documentazioni che probabilmente, le appartengono. La preghiamo di venire in commissariato, necessitiamo ulteriori spiegazioni. Arrivederci-.


L'eco sordo della chiamata appena terminata gli fece abbassare la cornetta del telefono.


Sarà  stata la conclusione sbrigativa, ma sentì che qualcosa aveva fatto deragliare il treno della sua vita: prima procedeva in rettilineo, senza mai incontrare un binario secondario, un'alternativa per fuggire dalla monotonia di tutti i giorni. Ora il cambiamento era arrivato: spettava al tempo il compito di farlo diventare positivo o negativo. Bisognava solo aspettare.


Trasalì: la coda vaporosa di Sol gli stava accarezzando le gambe, come se volesse abbracciarle.


Emise un vibrato sottotono e strofinò la testa contro i polpacci, quasi nell'intento di cercare un calore assente. Non gli diede il tempo per ricambiare quel misero gesto d'affetto perché si allontanò subito, quasi come a voler ignorare quello che stava accadendo.


Dopotutto è solo un gatto, pensò lui. Non gli è data possibilità  di comprendere a pieno il complesso esistenziale che da secoli tormenta l'uomo: ognuno è nato per perseguire uno scopo, anche se non lo si conosce al momento della nascita. Sarebbe troppo semplice. Le nostre vite sarebbero dei contenitori vuoti che temono di riempirsi di esperienze nuove: nessuno vuole andare oltre le mura della propria mente, nessuno vuole rompere le barriere costruite dalle etichette che ci consegnano su un piatto d'argento. Vogliamo continuare ad alimentare un'immagine che non ci appartiene perché abbiamo paura del pensiero degli altri.


Ed è la paura che condiziona il nostro modo di agire. Bisognerebbe essere più menefreghisti nei confronti della vita, come i gatti: non si preoccupano del loro futuro, eppure hanno più libertà  di scelta. Avrei dovuto pensarci molto prima, quando ero più giovane, più stupido, più ingenuo.


Adesso cosa mi rimane? Solo lei. Ed è a lei che voglio dedicare la mia vita che, adesso, sembra aver riacquistato un senso.


Sol aprì la porta della camera con la zampa, senza farla cigolare: persino la folata di vento più silenziosa avrebbe fatto percepire un minimo rumore, ma non lei.


Anche se non sembrava, ogni suo gesto era accuratamente pianificato per sembrare del tutto indiscreto.


Si accovacciò sul gelido pavimento del corridoio, nascondendo la coda tra le zampe posteriori.


Uno scambio di sguardi avvolto nella penombra della sera inoltrata, in un silenzio interrotto occasionalmente dal fruscio del vento che sbatteva contro le imposte, nel tentativo di infrangere le pareti di quel mondo isolato da tutto il resto: non si poteva continuare a fuggire dal destino.


Presto quella brezza implacabile avrebbe frantumato il divario che si frapponeva tra lei e il dominio assoluto di ogni singolo essere vivente.


Sembrava strano a pensarci, ma era vero. L'aria tersa, tesa, impalpabile, era una presenza costante e silenziosa al tempo stesso: l'unico ostacolo che lo separava dal cielo stellato, irraggiungibile come la perfezione da lui tanto desiderata. Una perfezione rimasta lì, immobile: un concetto astratto che non aveva avuto il tempo di concretizzarsi.


Gli occhi azzurri dell'animale si stavano contaminando con l'impurità  dei suoi, neri come l'ombra di un passato che stava lentamente riaffiorando: quella foto là , nel corridoio, stava iniziando a prendere vita.


L'innocenza della gatta era squisita: stava lì, guardando il Maestro con la coda dell'occhio e la testa leggermente inclinata, ignorando quello che stava accadendo perché non le interessava. Si leccò la zampa e se la portò dietro la testa: quei suoi gesti silenziosi stavano a significare che era affamata.


Tra poco avrebbe dovuto cenare.


Lo squillo vivace del campanello fu un ottima scusante per pensare ad altro.


Seppur di malavoglia si alzò dal letto, mordendosi le labbra per trattenere un gemito di dolore.


Brutta cosa, la vecchiaia.


- Sei ancora alzato, Pèrez?- sentì a malapena una voce gracchiante, che a stento riuscì a scandire in modo coerente la frase per far sì che risultasse comprensibile.

Link al commento
Condividi su altre piattaforme

PARTE III

Come non dimenticare le urla di quella donna ad ogni suo errore durante le lezioni?
- Mi rincresce dirlo, ma si. Stavo giusto per uscire, signora Morozov- mormorò lui, aprendole la porta lentamente, quasi come se avesse il timore che quell'entità  familiare potesse varcare la soglia di casa
sua.
Abbassò meccanicamente lo sguardo sul pavimento: lo stipite aperto rivelò due occhi gelidi, due fiori coperti da una spessa coltre di neve, due pupille spente, prive di lucentezza.
Ricordava con dolce malinconia i bei tempi andati, quando era ancora un allievo inesperto e quell'espressione severa dell'insegnante conservava una bellezza quasi regale, un fascino che con gli anni sarebbe sfiorito, sbattuto brutalmente dalla crudeltà  del tempo che avrebbe segnato inesorabilmente la fine della sua esistenza. Presto avrebbe segnato sul suo calendario l'ultima crocetta: dopo quel giorno non sarebbe rimasto più nulla del suo ricordo. Niente di niente: insulsa carta straccia che avrebbe percorso in rettilineo la strada per l'inceneritore.
Era stanca di vivere, non trovava il motivo di spendere così tanta fatica per alzarsi dal letto ogni giorno quando bastava staccare la spina da un momento all'altro. Bisognava restringere i tempi, tutto qui.
La vita aveva stufato un po' tutti: lei non era un eccezione.
Nonostante tutto, nelle sue movenze non lasciava trasparire la voglia di veder realizzato quel desiderio. Si comportava come gli altri volevano che si comportasse: una donna fredda, severa, a tratti apparentemente insensibile perché viveva solo del suo lavoro.
Basta. Doveva eliminare quei pensieri negativi.
- Non ha importanza quello che stavi andando a fare. Ti devo parlare di un paio di cose- fece un lungo sospiro, poi gettò un occhiata alla porta della cucina - sarà  meglio che andiamo a sederci. Già  non mi sento più le gambe-.
Era più che comprensibile.
Davanti a lui non c'era la signora Morozov, bensì il suo fantasma.
Un'insegnante russa uscita da un quadro pittoresco dell'ottocento, sfarzoso e suggestivo, appena dipinto, messo in rilievo dagli orecchini dorati che conferivano sostanza ai suoi passi silenziosi.
Una donna minuta, gracile ma dallo sguardo severo, nascosta in un maglione celeste a girocollo dove emergeva il colletto bianco della camicia di seta.
Era priva di espressione nelle sue parole gelide, nelle movenze meccaniche. L' unica possibilità  che aveva di raccontarsi a un pubblico in grado di ascoltare le parole che si celavano dietro ai suoi passi era svanita verso i quarant'anni per colpa di una sclerosi multipla.
Da quel giorno aveva iniziato a dare lezioni di danza, sperando che un giorno qualcuno come lei avesse avuto una storia da raccontare al pubblico. Una storia vera.
Quel qualcuno stava deludendo le sue aspettative.
- E guardami quando parlo, deficiente!- disse, cercando di farlo suonare come un rimprovero.
D'improvviso, si sentì mancare per colpa di un giramento di testa: dovette appoggiarsi con entrambi le mani sul termosifone per riprendere i sensi. Si girò verso di lui con sguardo truce, un gemito a denti stretti:
- Non ho bisogno del tuo aiuto-.
Lui sorrise distrattamente e l'accompagnò in cucina, facendola sedere. L'insegnante prese la borsa e la mise sul tavolo: trasse un grande sospiro e iniziò a frugarci dentro, come se fosse alla ricerca di qualcosa che non riusciva a trovare, qualcosa che probabilmente non c'era nemmeno.
Bastava vederla per capire che era una donna che non rinunciava al lusso: gli anelli dorati che portava sulla mano destra tintinnavano insistentemente nel disperato tentativo di trovare una foto che conservava dentro la borsa di velluto da più di otto anni. Doveva fargliela vedere, perché era sicura che avrebbe riconosciuto il volto dei suoi errori.
Trovata.
La estrasse delicatamente con due dita, per timore che si sgualcisse: vedendola adesso, era già  abbastanza consumata. Un sospiro, e senza guardare il volto di Leandro, gliela consegnò.
La mano sinistra era nascosta sotto il tavolo tremava nel tentativo di stringere - seppur con molta fatica- qualcosa che non fosse aria, i capelli candidi le coprivano il viso scarno colmo di lacrime amare, lacrime che da anni aveva trattenuto quando era in sua presenza, che adesso riaffioravano come se nulla fosse. Era il pianto silenzioso di una donna che non si lasciava scoraggiare da nulla.
Lui la guardava quasi stupito, se non amareggiato.
Quando era giovane provava ammirazione per lei, seppur non lo faceva capire agli altri, neppure a se stesso: era convinto che quella stima fosse paura.
Ogni volta che lei varcava la sala sembrava che l'aria si appesantisse, diventando più tesa.
Temeva il momento in cui avrebbe incrociato il suo sguardo, eppure era l'unica cosa che aspettava, quasi come se avesse bisogno di quello scontro ravvicinato nella speranza di vedere un giorno, nei suoi occhi, la felicità  e la consapevolezza di essere riusciti a far spiccare il volo ad un allievo che sperava fosse pronto per scontrarsi a menadito con la realtà .
Abbassò il viso per non incontrare il suo sguardo: i suoi occhi si erano posati sul pelo ambrato di Sol, che silenziosamente assisteva alla scena come un implacabile spettatore che si asteneva da ogni giudizio.
Leandro, perplesso, girò la foto: per un attimo gli venne un colpo.
- Come hai fatto ad averla?- fu l'immediata reazione.
Tagliò corto. Disse che era lei che gli aveva fornito la seconda copia, anche se evidentemente l'aveva dimenticato. Peccato, eppure quella anziana era lei. Borbottò anche qualcos'altro, ma non riuscì a capirlo. Qualcosa sulla memoria, forse. Pazienza. Un saluto frettoloso, mordicchiato tra le labbra.
Rigida e inespressiva, mentre si avvicinava alla porta: sembrava volesse danzare nelle sue ossa minute e fragili, ma invano. Sembrava innaturale nelle sue movenze, come se fosse di un altro pianeta. Quello della perfezione consumata dagli anni, che le scivolavano sulla pelle raggrinzita nel tentativo di rincorrere una gioventù scomparsa troppo in fretta.
Fuggiva, la Signora Morozov. Fuggiva dalle domande di Leandro, fuggiva dalla realtà .
Fuggiva chiudendo la porta, evitando di guardarlo negli occhi per timore di incontrare il riflesso dei suoi.Lui continuava a fissare l'uscio, basito.

Si dimenticò persino di dover uscire.

Link al commento
Condividi su altre piattaforme

Archiviata

La discussione è ora archiviata e chiusa ad ulteriori risposte.

Visitatore
Questa discussione è stata chiusa, non è possibile aggiungere nuove risposte.
  • Utenti nella discussione   0 utenti

    • Nessun utente registrato sta visualizzando questa pagina.
×
×
  • Crea...