Ed eccomi qua!
Rinunciateci, ormai pubblico la sera. Già, mi accorgo solo la sera che volevo pubblicare. Passare il weekend fuori mi ha fatto venire nostalgia della scrittura, e la sera mi mettevo a rileggere i capitoli... che tristezza, no?
Capitolo 12
Kalos, Fractalopoli, 4 anni prima
Era una tranquilla giornata invernale. La neve cadeva leggera sulle strade della città, completamente bianche, e sui ponti che collegavano tra loro le varie zone di Fractalopoli.
Annabelle mise la testa fuori casa, guardando con entusiasmo la morbida neve. Le due treccine, il completino di lana e le guance arrossate dal freddo la facevano sembrare una bambolina.
Salutò la madre e scese saltellando per strada, tirando dei calcetti al soffice mantello bianco che rivestiva il vialetto. La madre rimase a guardarla dall’uscio, fino a che non sparì alla sua vista dopo aver fatto il giro della casa.
Come ogni mattina stava andando da Thunder, il suo migliore amico. Sebbene lei avesse sei anni e lui otto, non si facevano problemi a giocare insieme.
Ad un certo punto si accorse che dall’entrata della città stava entrando una folla di persone arrancanti.
Della gente si stava già precipitando lì per soccorrerle, tuttavia Annabelle preferì nascondersi dietro un grosso abete, intimidita.
La folla era composta da adulti, vecchi e bambini vestiti in modo abbastanza stravagante secondo lei. Molti dei Pokémon che li accompagnavano, poi, non li aveva mai visti e la terrorizzavano.
Si nascose meglio, cercando comunque di osservare.
Stavano entrando in modo disordinato, sparpagliandosi per le vie. Alcuni cadevano a terra dopo qualche passo.
Ma fu una bambina più grande di lei di qualche anno a colpirla in particolare.
Era avvolta in un mantello viola bruciacchiato, sporco e un po’ bagnato, probabilmente per la neve.
Arrivò fino alla casa di Thunder, una delle prime, e bussò qualche debole colpo, per poi cadere a terra esausta.
La bambina sobbalzò, poi si guardò intorno furtiva: no, nessuno la stava guardando.
Così si avvicinò silenziosa alla casa dell’amico, ma quando la porta si aprì corse di nuovo a nascondersi.
Juliette era uscita e aveva lanciato un gridolino nel vedere la bambina svenuta, poi si era guardata intorno e aveva notato che c’era moltissima gente conciata come lei.
Uscì anche Thunder, ma la madre lo fece rientrare e portò dentro anche lei. Pochi minuti dopo uscì, infagottata nel suo mantello, per raggiungere gli altri cittadini.
Annabelle rimase senza fiato, poi si avvicinò alla casa dell’amico per sbirciare dentro.
Thunder era molto intimidito nel cercare di medicare la giovane ospite, ma provava lo stesso a pulire il suo volto, sporco di sangue rappreso e con un taglio evidente in fronte.
In quel momento il mantello della ferita si mosse e vennero fuori le testoline di un’Eevee e di una Fennekin, che fecero spaventare Annabelle facendola cadere con un tonfo sordo nella neve.
Sbuffò e si rialzò, per continuare a spiare dalla finestra, un po’ intimidita dalle due creaturine. Anche loro erano sporche e ferite, tuttavia erano messe meglio della bambina.
In quel momento Thunder alzò lo sguardo e notò l’amica. Si alzò subito per aprirle e lei corse alla porta.
<<Thunder…>> sussurrò lei, spaventata, abbracciandolo <<Che succede?>>
Era terrorizzata da quella situazione.
Il bambino la guardò dolcemente, cercando nel suo piccolo di restare tranquillo pur avendo molta paura.
<<Non lo so Annabelle… vuoi entrare? Fa molto freddo>> suggerì con un sorriso forzato.
<<N-no… non vorrei disturbare… stai medicando quella bambina ora… penso che cercherò mia mamma…>>
Detto questo corse via, senza voltarsi indietro. L’amico restò per un attimo fuori dalla porta, perplesso, per poi rientrare.
Annabelle continuò a correre fino ad arrivare a casa. Sua mamma era sulla porta che discuteva animatamente con la loro vicina, ma appena vide Annabelle le corse incontro.
<<Tesoro… è tutto a posto?>> chiese con voce preoccupata.
La bambina guardò gli occhi blu della madre, lucidi per la tensione.
<<M-mamma…>>
La donna portò la figlia in casa, raccomandandole di non uscire. Dal canto suo, Annabelle non lo avrebbe mai fatto, aveva troppa paura.
Trascorsero i mesi.
La gente di Fractalopoli era stata sconvolta dall’arrivo di tutta quella gente, che aveva detto di essere scappata da Romantopoli, distrutta dai soldati di Unima.
Il vecchio Donnar, conte della città, era rimasto senza parole nello scoprire che tra Kalos e Unima era scoppiata una guerra. Lo stesso valeva per tutto il resto della gente.
I genitori di Annabelle impedivano alla figlia di uscire, troppo spaventati. Dal canto suo, la figlia era terrorizzata da quella situazione ed era diventata incredibilmente silenziosa.
Ogni tanto, però, vedeva passeggiare per la strada Thunder e la bambina che aveva soccorso insieme ai loro Pokémon.
Ogni tanto Thunder e la bambina erano venuti a bussare alla porta della casa di Annabelle e dei genitori, ma lei aveva sempre chiesto di non rispondere, finché anche l’amico fu costretto ad arrendersi.
Lei stessa non sapeva dire che cosa le fosse preso: provava una tremenda gelosia nei confronti di quella che era diventata la sorellastra di Thunder. Di lei sapeva poco: si chiamava Alya, aveva due anni in più di Thunder ed era rimasta orfana dopo l’attacco a Romantopoli.
Una volta lei e Thunder stavano sempre insieme, ma ora che c’era Alya sapeva che il bambino non avrebbe avuto più occhi per la vecchia amica. E poi quella tipa non si voleva mai separare dai suoi Pokémon, che la spaventavano troppo.
Dopo quasi tre anni dall’arrivo degli uomini di Romantopoli, però, l’aria a Fractalopoli iniziò a cambiare.
Giungevano voci, da parte dei pochi viandanti, secondo le quali l’esercito di Unima si stesse preparando a qualcosa di grosso. Ovviamente nessuno si aspettava che attaccassero la loro città, ma queste notizie avevano ugualmente allarmato la gente.
Il vecchio Donnar era appena morto e al posto suo aveva preso il comando il figlio, un ragazzo che aveva ereditato la saggezza del padre. Il nome del giovane conte era Rember.
Tuttavia, nonostante le credenze del popolo, era proprio Fractalopoli la vittima designata.
I soldati arrivarono una mattina di primavera. Era una giornata serena, e Annabelle stava ricamando con la madre seduta al tavolo.
All’improvviso risuonò un rombo lontano. Inizialmente la donna pensò che si trattasse di un tuono e si alzò per andare a vedere. Ma il cielo era limpido e si respirava una fresca aria pulita, del tutto distante all’odore della pioggia.
Poi il rombo iniziò a farsi più vicino. Annabelle strillò quando anche la terra iniziò a tremare. La madre corse ad abbracciarla, poi si sporse di nuovo fuori dalla finestra: la gente correva per le strade, impanicata, alcuni gridavano indicando una massa indistinta che si dirigeva velocemente verso Fractalopoli, e in un istante tutti capirono.
Erano loro.
Erano loro l’obiettivo per cui tanto si erano preparati i soldati di Unima.
Anche Annabelle capì all’istante. Era la fine, sarebbero stati ridotti come la gente di Romantopoli.
In quel momento la porta si aprì di scatto, e le due trasalirono, per poi rilassarsi quando videro la figura imponente del padre della piccola.
Ma mentre la donna correva ad abbracciare il marito tra le lacrime, Annabelle si affacciò alla finestra: l’esercito era tra le strade della città.
Vide dei soldati entrare con Emboar dentro la casa di Thunder, e poco dopo l’abitazione prese fuoco.
Urla di dolore e terrore venivano da ogni angolo della città, le strade che non erano in fiamme erano macchiate del sangue della gente e dei Pokémon, riversi a terra.
Fu questione di un attimo: l’Emboar che aveva attaccato la casa di Alya, Thunder e Juliette aveva appena sfondato il muro della loro abitazione con un pugno, sfiorando Annabelle, che strillò con tutte le sue forza buttandosi a terra, terrorizzata.
Il padre le si parò davanti, e quella fu la sua fine: dalla bocca del Pokémon Fuoco Lotta scaturirono delle fiamme incandescenti, che si aggrapparono come vive ai vestiti dell’uomo, che urlava e si contorceva dal dolore, nella vaga speranza di salvarsi.
Corse fuori intenzionato a gettarsi nella neve, ma prima che potesse toccare terra era stato trapassato da parte a parte dalla spada di un soldato. Il sangue scarlatto dell’uomo schizzò ovunque, colorando la neve e investendo la moglie, che era corsa in suo soccorso.
Annabelle gridava e piangeva, in preda al panico.
Il cuore le batteva forte mentre il tetto crollava sulla sua testa, mentre cercava rifugio nella sua vecchia camera da letto.
Sentì l’acuto grido di dolore della madre, poi una voce rude e spaventosa, probabilmente dei due soldati:<<Possiamo andare, questi due non avevano nulla>>
<<E la bambina?>> domandò l’altro soldato.
<<Bah, sarà già morta sotto le macerie. E se è viva… beh, non lo sarà ancora per molto>>
Invece Annabelle era ancora lì, rannicchiata vicino alla sua vecchia branda, tremante come una foglia. Cercava di non fare rumore per non attirare i soldati, così piangeva in silenzio.
Ma durò poco: le fiamme avevano raggiunto la stanza e bruciavano tutto, inesorabili, come un orrendo e crudele mostro di fuoco.
La bambina corse alla finestra della camera e uscì fuori, rotolando nella neve. Non era spessa come d’inverno, ma il suo freddo le attenuò il dolore. Si guardò il braccio destro: aveva dei profondi tagli che sanguinavano copiosi, ma la neve la stava aiutando a pulirsi.
Si guardò intorno, disperata.
Doveva vivere, non poteva finire tutto. Non così.
Si alzò dolorante giusto in tempo per vedere Thunder uscire dalla sua casa con Alya in braccio, segnata da gravi ustioni, seguito dai loro Pokémon.
I soldati se ne stavano andando, non avevano più nulla da fare lì: i pochi sopravvissuti erano feriti gravemente.
Iniziò a correre verso il bosco, sperando di trovare rifugiò lì. Poco prima di sparire tra gli alberi, però, si voltò un’ultima volta: la sua amata città, macchiata del sangue del suo popolo, stava morendo tra le fiamme. Incrociò lo sguardo di Thunder, ma prima che potesse pentirsene era già sparita nella boscaglia.
Non seppe di dire per quanto tempo corse: il braccio sanguinava ancora, e si sentiva molto debole. Il cuore le batteva forte e tremava come una foglia. Non riusciva a cancellare dalla sua testa l’immagine di suo padre trafitto dalla spada e delle grida della madre, a cui, con tutta probabilità, era toccato lo stesso atroce destino.
Dopo un po’ le sue gambe cedettero e crollò a terra, esausta.
Si svegliò dopo un tempo che non seppe definire con esattezza. Aprì gli occhi, confusa: sopra di lei si ergevano imponenti alberi scuri e la luce filtrava tra le foglie, illuminandole il viso sporco.
Provò ad alzarsi, ma invano: aveva dolori ovunque. Ci volle poco perché piombasse in preda al panico.
Poi sentì dei fruscii intorno a sé: qualcosa si stava muovendo. Sentiva dei passi vellutati sulla neve, frusciare di cespugli, battiti d’ali… tutto sempre più vicino.
Riuscì a girare la testa, e notò che il braccio era stato avvolto con delle grosse foglie e aveva smesso di sanguinare.
Ad un tratto la luce sparì: sopra di lei si ergeva un grosso Pokémon simile ad un albero con un occhio rosso e spaventoso. Non riuscì a trattenersi e urlò con tutto il fiato che aveva in gola, terrorizzata, ma qualcosa di delicato le tappò la bocca. Sì voltò dall’altra parte e vide un piccolo Pokémon nero che teneva la manina poggiata sulla sua bocca.
Ai lati della testa aveva due strane protuberanze che sembrano dei codini con dei fiocchi bianchi, mentre il viso era viola con due grandi occhi azzurri e gentili.
Poi, un Pokémon Volante volò sulla sua pancia, leggero, e girò la testa sottosopra per squadrarla meglio, facendo ondeggiare le strane penne sulla sua testa.
La bambina strabuzzò gli occhi, ma la manina del Pokémon le impedì di urlare.
A quel punto i tre si scostarono da lei e la aiutarono ad alzarsi. Annabelle non aveva le forze per reagire, ma quelle creature erano gentili e ora aveva un po’ meno paura.
“Forse sono stati loro a medicarmi la ferita… non ho altra scelta, dovrò fidarmi di loro. Sono sola ormai”.
I tre la condussero tra il fogliame più fitto del bosco. Ora forse aveva capito a che specie appartenessero. Erano un Trevenant, un Noctowl e una Gothorita. Avevano modi pacati e dolci nel condurla nel bosco che la fecero sentire più a suo agio. Forse quelle creature non erano così spaventose come aveva sempre creduto.
Era stata la madre a trasmetterle quella paura, perché da piccola era stata attaccata da dei Pokémon infuriati.
Si incupì.
“Mamma…”
I suoi soccorritori dovevano essersi accorti che qualcosa non andava, e si fermarono a guardarla, visibilmente preoccupati.
Annabelle arrossì lievemente davanti a tanta premura nei suoi confronti:<<N-no, non… dovete preoccuparvi… è t-tutto o-ok…>>
Ma i tre continuavano a guardarla, incerti.
<<V-voi… c-capite quello… quello che dico…?>> domandò a quel punto, cercando di farsi coraggio.
Annuirono, silenziosi.
<<B-beh… questa non… non me la a-aspettavo>> balbettò, cercando di abbozzare un sorriso forzato <<I-io… ecco… c-credevo che… che voi…>>
Gothorita sorrise dolcemente e la abbracciò con delicatezza, facendo attenzione a non toccare il braccio ferito.
Annabelle rimase impietrita, con il cuore che le batteva forte e gli occhi ancora rossi e lucidi per il pianto.
Poi ripresero a camminare, più tranquilli.
Proseguirono per qualche minuto, poi, senza preavviso, gli alberi scomparvero all’improvviso e sbucarono in una valle fiorita.
La bambina non riuscì a trattenere un’esclamazione di sorpresa e meraviglia. Intorno a lei Pokémon di tantissime specie diverse vivevano le loro semplici vite con tranquillità, mangiando, dormendo, giocando…
Era un paradiso terrestre a pochi passi dalla sua vecchia città. Già… la sua vecchia città.
Improvvisamente quel luogo smise di essere meraviglioso: Fractalopoli, i suoi genitori, Thunder… era tutto perduto ormai. Come sarebbe sopravvissuta?
In quel momento, come se tutti i Pokémon che la circondavano avessero compreso il suo pensiero, si radunarono intorno a lei, creando un unico grande abbraccio.
Al centro c’erano Annabelle, Trevenant, Gothorita e Noctowl. E da quel momento loro quattro si promisero di non separarsi mai.
Fu una promessa silenziosa, ma era come se i loro cuori si fossero connessi… quel luogo… quella valle… era speciale. L’avrebbe accolta come aveva sempre fatto con tutti i Pokémon che si perdevano nel bosco.
Passò così qualche mese.
Annabelle imparò a convivere con i Pokémon, tanto da diventare un tutt’uno con loro.
Aveva scoperto che i suoi tre amici vivevano nella stessa tana, così la bambina andò a vivere con loro.
Era una piccola grotta che dava sul fiume, in un punto dove la brezza tiepida muoveva dolcemente i fiori dai mille colori della valle.
Inizialmente Annabelle non si spiegava come in luogo del genere potesse esserci un paradiso simile, e soprattutto non si spiegava la temperatura e la vegetazione.
Ma con il tempo capì che quel luogo era davvero speciale… non serviva una spiegazione.
I suoi tre compagni erano molto operosi: Gothorita raccoglieva il cibo e lo preparava in modo che fosse commestibile anche per la bambina, Trevenant le insegnò a difendersi da sola e a lottare insieme a lui, anche se solo per emergenza. Infine Noctowl volava spesso nelle città vicine in cerca di notizie e vestiti per Annabelle.
La bambina imparò così a comunicare con loro, stabilendo un rapporto particolare con i Pokémon.
Una mattina però, tutto cambiò: Noctowl, di ritorno dalla Città Centrale, annunciò ad Annabelle di un torneo. La bambina aveva chiesto se avesse visto i partecipanti, e quando aveva saputo di due che come descrizione ricordavano molto Alya e Thunder, si era messa subito in cammino con Trevenant, promettendo a Gothorita e a Noctowl che sarebbe tornata presto.
Camminò per qualche giorno al suo fianco. Noctowl le aveva procurato degli abiti che ricordavano molto lo stile della sua città, per farla sentire più a suo agio, ma aveva molta paura. Non aveva mai lottato contro dei Pokémon di altre persone, e aver vissuto insieme a Pokémon Spettro e Psico per quei mesi l’avevano isolata da tutto… non ricordava più neanche come fosse parlare con un umano.
Ormai lei stessa si sentiva un Pokémon, e comunicava con i suoi compagni in un modo strano… neanche lei sapeva spiegarselo. Sapeva però che quella capacità avrebbe spaventato a morte tutti, le avrebbero dato della strega se non peggio…
Trevenant si era accorto molto presto del suo turbamento, ma Annabelle non voleva tornare indietro. Thunder era vivo, doveva rivederlo. Forse comportandosi in modo strano lo avrebbe avvicinato?
Sospirò. Non ricordava neppure la sua voce, nonostante non lo vedesse da poco meno di un anno, non ci parlava da quattro. E ora si sarebbe presentata lì, mostrando a tutti che i Pokémon le avevano insegnare a entrare nella mente della gente. Non sapeva neanche come evitarlo, infatti da troppo tempo non parlava davvero a voce alta.
Effettivamente non capiva il linguaggio dei suoi compagni, restava comunque una lingua sconosciuta… ma ne percepiva i sentimenti e riusciva a trasmetterli. Tuttavia non sapeva cosa avrebbe fatto di fronte ad un uomo.
La parte peggiore comunque fu il viaggio.
Trovarono una strada tra le montagne che avrebbe permesso loro di non passare da Fractalopoli, ma avrebbero comunque visto altre città.
Ovunque, dalle cascine ai piccoli villaggi, veniva additata dai passanti. La pelle così chiara, gli abiti svolazzanti e l’essere accompagnata da un Trevenant la facevano sembrare quasi un fantasma. Tuttavia poco a poco ci prese gusto, e iniziò a gettare occhiate vuote alla gente, fare ghigni spettrali… almeno nessuno l’avrebbe infastidita.
Ma quando arrivò finalmente a Città Centrale, nella sede del torneo, tutto cambiò. La gente non badava a lei, più volte venne spintonata dalla folla e cadde a terra.
Non sapeva neanche lei come aveva fatto ad iscriversi in tutto quel marasma, ma l’uomo che segnò il suo nome restò a fissarla finché non riuscì a dileguarsi tra la folla.
Il giorno del torneo, poi, conobbe il suo primo sfidante. Lo aveva visto su tanti avvisi che annunciavano la sua scomparsa, anche se ora era vestito da poveraccio.
“Dovrebbe essere un giovane soldato di famiglia ricca… forse questo è solo un travestimento”
Così, dopo la lotta non aveva resistito. Si era avvicinata a lui con il suo solito sguardo vuoto e gli aveva detto che lo aveva riconosciuto, che non poteva fuggire. E si spaventò quando si accorse di essere entrata anche dentro la sua mente, capendo che lui conosceva Thunder e Alya.
Ed ecco la storia della piccola Annabelle! Non vedevo l'ora di pubblicarla, ho passato veramente tanto tempo a scriverla... spero solo che non ci siano errori, ho ricontrollato stasera il tutto e forse il sonno gioca brutti scherzi. Lo so, devo smetterla di pubblicare a quest'ora